domenica, 10 Maggio 2026
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Sudan, il cuore spezzato dell’Africa

Di Andrea Marinelli

Scrivo con l’amarezza di chi osserva un dramma lontano solo sulle carte geografiche. Il Sudan oggi è una ferita aperta, un deserto di sangue e polvere in cui due generali giocano la loro partita di potere, mentre milioni di esseri umani pagano il prezzo.
Mi tornano alla mente le parole di Conrad quando descriveva “il cuore di tenebra”, non più l’Africa narrata da fuori, ma il volto più feroce dell’imperialismo e della brama di dominio. In Sudan il cuore di tenebra non è soltanto quello dei signori della guerra, ma anche quello dell’Occidente distratto, che assiste, calcola, contabilizza le tonnellate d’oro contrabbandate, i porti strategici sul Mar Rosso, i rapporti di forza tra Emirati ed Egitto, tra Mosca e Ankara.
E intanto i numeri parlano da soli. Quaranta, forse centocinquantamila morti; dodici milioni di sfollati; venticinque milioni di persone ridotte alla fame. Ma dietro i numeri ci sono volti, bambini che non vedranno crescere l’alba, madri che allattano sotto le tende improvvisate, città intere che svaniscono come miraggi nella sabbia.
Personalmente non posso che denunciare il fallimento collettivo, quello delle potenze che strumentalizzano, delle élite locali che banchettano sull’oro e sul dolore, delle organizzazioni internazionali paralizzate. Siamo di fronte a un “teatro dell’assurdo” degno di Beckett, i potenti recitano una commedia tragica fatta di alleanze effimere, mentre il popolo attende, senza Godot e senza futuro.
Eppure, nel buio più fitto, io credo ancora che esista un barlume di resistenza. Ogni scuola clandestina aperta a Khartoum, ogni medico che continua a curare senza strumenti, ogni donna che trasmette memoria e canto, sono scintille di umanità. E la sinistra, se vuole essere fedele a se stessa, deve accendere i riflettori su queste scintille, non lasciarle inghiottire dall’ombra.
Il Sudan ci interroga come una parabola biblica. Due fratelli, Burhan e Hemedti, lacerano la stessa terra per sete di dominio, ma l’allegoria vera è che Caino non uccide solo Abele, in Sudan Caino uccide il villaggio intero e si appropria persino della voce della storia. Sta a noi, comunità globale, restituire parola a chi non ce l’ha più.
Basta guerra. Basta indifferenza. Il Sudan non è un “altrove”, ma uno specchio oscuro che riflette il volto dell’ingiustizia globale. Guardarlo significa guardare anche noi stessi.

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