di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Le Nazioni Unite hanno finalmente affermato, in forma ufficiale, ciò che i palestinesi denunciano da decenni. Eppure il riconoscimento, quando arriva, non chiude la questione. La apre.
La decisione di inserire i gruppi armati e di sicurezza israeliani nella lista nera delle Nazioni Unite, perché coinvolti in violenza sessuale, non è un dato significativo, perché non scopre né rivela qualcosa di nuovo.
I palestinesi denunciano questi abusi da anni.
Questo rivela il modo in cui le istituzioni internazionali continuano a rapportarsi alla testimonianza palestinese: la riconoscono tardi, la circoscrivono nelle sue implicazioni e la legittimano soltanto quando viene confermata da altri.
Da decenni i palestinesi documentano incarcerazioni arbitrarie, torture, abusi sessuali, sfollamenti forzati, punizioni collettive e violenza militare. Hanno scritto libri, articoli, rapporti giuridici e raccolto testimonianze personali.
Hanno costruito archivi, raccolto memorie orali e conservato prove. Eppure la loro parola continua a essere sottovalutata o sminuita, e occupa una posizione di inferiorità, subalterna, nello spazio pubblico internazionale.
Viene ascoltata, ma raramente è considerata sufficiente. E non a caso. È il modo per mantenere il dominio e lo status quo, togliendo al soggetto politico la sua voce.
I dati oggettivi non diventano veri solo quando vengono confermati da osservatori esterni. A cambiare è soltanto il soggetto che li enuncia. Nel caso palestinese, la denuncia e la testimonianza palestinese non sono mai state sufficienti.
Questa è una delle caratteristiche più persistenti dell’esperienza palestinese contemporanea. Ai palestinesi viene spesso riconosciuto il ruolo di vittime, ma molto più raramente quello di narratori autorevoli della propria condizione.
Un giornalista palestinese che racconta la distruzione di Gaza viene percepito come parte della storia. Un giornalista straniero che descrive la stessa distruzione viene considerato un osservatore. Eppure, nell’immaginario politico dominante, l’osservatore esterno continua a godere di una legittimità e di un’autorevolezza superiori.




