domenica, 7 Giugno 2026
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Acqua azzurra, acqua cara: la crisi idrica da noi costa il doppio

di Leonardo Bagnasco

L’Italia, almeno sulla carta, dovrebbe essere nel suo complesso un Paese al riparo dalla scarsità d’acqua. Per conformazione geografica, per la straordinaria presenza di sorgenti alpine e appenniniche, per una ricchezza idrica naturale che molti altri Stati europei possono soltanto invidiare. Eppure, pur essendo una nazione generosa d’acqua all’origine, per incuria, frammentazione, ritardi e assenza di interventi è riuscita a capovolgere questo vantaggio naturale in una fragilità sempre più evidente e in un costo economico sempre più pesante.
A certificarlo è il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua di TEHA Group, il polo di analisi e consulenza che fa capo al gruppo Ambrosetti e che dal 2019 anima una piattaforma di alto profilo sul tema della gestione idrica come fattore strategico per il sistema-Paese. Il quadro che emerge dal documento è quello di un’Italia in cui la crisi idrica non è più solo un tema ambientale, ma una vera emergenza industriale, sociale e finanziaria. Un’emergenza che inizia a pesare per 227 euro all’anno su ogni cittadino, praticamente il doppio della media europea di 112 euro, e che genera un conto complessivo di ben 13,4 miliardi di euro.
Ma il conto salato dell’acqua dolce, va anche oltre ciò che si paga in bolletta. Il prezzo reale della crisi idrica è infatti molto più vasto e molto più pesante: si annida nei danni provocati da siccità e alluvioni, nei raccolti compromessi, nelle produzioni rallentate o interrotte, nei maggiori consumi energetici necessari a far funzionare reti inefficienti, nei ritardi infrastrutturali, nelle insufficienti politiche di recupero e riuso, negli sprechi di un sistema che continua a rincorrere le emergenze invece di prevenirle e governarle. È questo il costo più profondo della crisi idrica in Italia, non solo ciò che si paga in fattura, ma un sistema di perdite diffuse che ogni anno sottrae risorse, frena gli investimenti e rende il sistema economico più fragile e meno competitivo.
Da noi non si muore di sete, ma si continua a dissipare valore economico e capacità produttiva pur partendo da una risorsa che la natura ci ha consegnato in abbondanza. L’Italia, infatti, continua a essere uno dei grandi Paesi europei dell’acqua: nel 2024 ha prelevato 8,87 miliardi di metri cubi per uso potabile, restando ancora una volta al primo posto nell’Unione europea per volume di acqua dolce prelevata.
E che acqua! Nel nostro Paese circa l’85% di quella destinata al consumo potabile proviene da fonti sotterranee – falde e sorgenti – una quota altissima che certifica la qualità originaria del nostro patrimonio idrico.
Eppure questa abbondanza iniziale si infrange contro un sistema di distribuzione che continua a perdere per strada una parte enorme di ciò che capta. I dati Istat più recenti dicono che le perdite nelle reti comunali di distribuzione restano al 42,4 per cento: in pratica, quasi un litro su due non arriva mai dove dovrebbe arrivare. L’acqua c’è, ma la lasciamo scappare.
Siamo un Paese che continua a comportarsi come se questa ricchezza fosse inesauribile. Per decenni l’illusione dell’abbondanza ha funzionato da alibi perfetto per rimandare gli investimenti, rinviare le decisioni, lasciare che reti vecchie, frammentate e spesso vetuste continuassero a reggere il peso di una domanda crescente e di un clima sempre più caldo.
Ad aumentare l’ampiezza del paradosso, il nostro primato continentale come consumatori di acqua minerale in bottiglia, con circa 250 litri pro capite l’anno. Un dato che aggiunge al problema idrico anche un evidente costo ambientale, logistico ed economico. Il segno di una sfiducia diffusa verso la capacità del sistema pubblico di distribuire, tutelare e valorizzare fino in fondo una risorsa che pure possediamo in qualità e in abbondanza.
Il Libro Bianco di TEHA traduce tutto questo spreco in linguaggio economico e industriale. L’acqua non è soltanto un bene naturale o un servizio essenziale, ma è anche un fondamentale asset strategico senza il quale interi comparti del sistema Paese si fermano. La filiera estesa dell’acqua, secondo TEHA, vale addirittura il 20 per cento del PIL italiano. Significa che una quota enorme della nostra ricchezza dipende direttamente dalla disponibilità, dalla qualità e dalla continuità di questa risorsa. Non si parla più soltanto di agricoltura, che resta naturalmente esposta e vulnerabile, ma anche di manifattura, energia, turismo, logistica, processi industriali avanzati, fino ad arrivare ai data center, il cui fabbisogno di raffreddamento lega in modo sempre più stretto transizione digitale e sicurezza idrica. Senza acqua non si blocca solo il raccolto, che già di per sé non sarebbe una cosa da poco, ma si inceppa l’intera macchina produttiva del Paese.
Quando ciò accade, il conto arriva presto. Il rapporto TEHA ricorda che solo nel 2024 i danni in agricoltura provocati da siccità e alluvioni hanno toccato gli 8,5 miliardi di euro. È una cifra enorme, che conferisce alla gestione dell’acqua il ruolo di fattore decisivo per la tenuta economica nazionale. Ogni ritardo, ogni scelta rinviata, ogni infrastruttura lasciata invecchiare produce un costo concreto che si riversa su imprese, famiglie e territori. Quei 227 euro annui per cittadino sono già, di per sé, una tassa sull’inefficienza. Ma rappresentano soltanto la parte più visibile di un costo ben più vasto.

Se poi dal quadro nazionale si passa a quello locale, la vicenda maceratese dell’AATO 3 Marche Centro diventa quasi un caso di scuola, e purtroppo non in senso positivo. Qui il problema dell’acqua si intreccia con quello, tutto italiano, della lentezza amministrativa e della difficoltà patologica a prendere decisioni nette. Sebbene il Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006) imponga da vent’anni la figura del gestore unico come condizione per mantenere l’acqua in mani pubbliche, nel Maceratese si assiste a un continuum di sistematici rinvii. Si rincorrono formule societarie, compromessi, proroghe, rilievi, osservazioni e nuovi passaggi tecnici. Il risultato è che la governance dell’acqua maceratese continua a muoversi in un limbo di proroghe tecniche che frena gli investimenti proprio mentre la crisi idrica morde i Comuni della provincia.
La Corte dei Conti, nei rilievi emersi negli ultimi mesi, ha usato parole inequivocabili e nette. I magistrati hanno parlato di “farraginosa organizzazione societaria che appare diseconomica e risulta assai poco rispondente ad esigenze funzionali e di contenimento della spesa pubblica”, rilevando anche che i Sindaci avevano aderito all’operazione con delibere ritenute “carenti di adeguate attestazioni istruttorie”. Descrivendo la struttura come “diseconomica”, la Corte dei Conti ha messo in evidenza il rischio che l’operazione riesca realmente ad approdare a quella gestione unitaria prevista dalla normativa, e ha richiamato il fatto che resterebbero in piedi molteplici centri di costo, consigli di amministrazione, presidenti e direttori; in sostanza una costruzione farraginosa, onerosa e assai diversa e lontana dalla logica del gestore unico, cui si dovrebbe arrivare.
Se il percorso verso il gestore unico in house interamente pubblico dovesse naufragare definitivamente, cioè uno scenario che alla luce dei ritardi accumulati appare tutt’altro che remoto, la gara d’appalto internazionale diventerebbe una strada obbligata. In questo scenario, la gestione dell’acqua in provincia di Macerata potrebbe facilmente passare nelle mani di grandi multinazionali o multiutility quotate in borsa.
Sebbene i sostenitori della gestione privata richiamino spesso una maggiore efficienza industriale, nel delicato equilibrio tra ecologia ed economia i rischi per il territorio restano concreti. Una società privata ha come obiettivo fare utili, e questo crea un problema evidente: da una parte c’è la necessità di ridurre i consumi e risparmiare acqua, dall’altra un modello che guadagna proprio sulla quantità di acqua venduta. In un’epoca di desertificazione e stress idrico, dove il risparmio dovrebbe essere la priorità assoluta, affidare il rubinetto a logiche di mercato non è senza conseguenze.
La provincia di Macerata è un territorio complesso, fatto di grandi centri ma anche di piccoli borghi montani e reti rurali fragili. Il rischio della privatizzazione è che gli investimenti si concentrino dove il ritorno economico è immediato, cioè nelle aree urbane, lasciando indietro le zone interne e montane, dove riparare una condotta costa molto più di quanto quella stessa condotta possa rendere in termini di bollette. Con un ulteriore ennesimo paradosso: proprio i territori più ricchi di sorgenti e di risorsa idrica rischiano di essere quelli meno serviti, perché meno redditizi.
Con una gestione privata, inoltre, il centro decisionale si sposta dai consigli comunali ai consigli di amministrazione, spesso situati a Milano, Roma o persino all’estero. La capacità della comunità locale di influenzare le tariffe o le priorità degli interventi infrastrutturali verrebbe drasticamente ridotta.
Esperienze analoghe sia a livello nazionale che internazionale dimostrano infine che la privatizzazione non garantisce affatto bollette più basse. Al costo operativo del servizio va infatti aggiunto il margine di profitto dell’operatore e il costo del capitale. In un sistema già dichiarato “diseconomico” per la sua frammentazione, l’ingresso di un privato potrebbe facilmente tradursi in un rapido adeguamento tariffario per coprire le inefficienze ereditate.
Nella provincia di Macerata, quindi, la privatizzazione non sarebbe l’esito di una scelta politica consapevole, ma il risultato di un “suicidio assistito” della gestione pubblica, incapace di decidere e di riformarsi. Lasciarne il controllo a logiche puramente finanziarie, senza una regia pubblica forte e unitaria, significa esporre il territorio a una vulnerabilità senza precedenti.

La crisi idrica oggi non è soltanto il prodotto dei cambiamenti climatici ma anche il risultato di azioni umane su piccola scala; azioni sconsiderate, di una cultura amministrativa troppo spesso incapace di scegliere, di una politica che guarda con ossessione al breve periodo, alla prossima scadenza, al prossimo equilibrio, al prossimo voto, invece che alla sostenibilità dei sistemi che reggono la vita civile ed economica. La procrastinazione non è neutra: produce danni; l’inerzia non è prudenza: è un costo; la mancanza di visione non è un difetto stilistico della classe dirigente: è una zavorra che il Paese paga in termini di competitività, sicurezza e coesione.
Oggi tutte queste crisi arrivano insieme. La crisi climatica, quella infrastrutturale, quella decisionale, quella della programmazione pubblica. Non si sommano soltanto: si rafforzano a vicenda. L’acqua non manca, manca la capacità di governarla. Ed è proprio questa la carenza più difficile da colmare.

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1 commento

  1. So che non sarà facile ma il nuovo presidente della provincia nonché presidente dell’ATO risolverà tutto ,cosi aveva promesso ma ne dubito visto il voltafaccia politico fatto

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