Conversazione con Vincenzo Luciani. Psicologo e psicoanalista, da anni impegnato nel lavoro clinico, nella formazione e nello studio dei temi legati all’infanzia, alla genitorialità e all’adolescenza, con contributi in ambito nazionale e internazionale.
Vincenzo, i lettori di Realmente conoscono bene il tuo lavoro sull’adolescenza. Vorrei riprendere alcuni tuoi contributi e aggiungere nuove riflessioni. L’idea è semplice: provare a capire che cos’è oggi l’adolescenza, come è cambiata e quali effetti questi cambiamenti producono nella crescita e nelle relazioni.
Partiamo dall’essenziale: quando oggi parliamo di “adolescenza”, di che cosa stiamo parlando davvero?
L’adolescenza classicamente, nella nostra società, è l’età di passaggio dall’infanzia all’età adulta. E’ un passaggio innescato dalla pubertà, cioè da tutta una serie di cambiamenti biologici che trasformano profondamente il corpo e che aprono ad una nuova dimensione sia nel rapporto con se stessi che nelle relazioni con gli altri. Una sfida che da un lato impone all’adolescente di rimodulare il proprio assetto psicologico costruito nell’infanzia e che ora non è all’altezza di fronteggiare orizzonti esistenziali inediti. L’equilibrio psicologico di cui il bambino disponeva risulta insufficiente sia per pensare se stessi che per fare i conti con l’alterità, con ciò che è diverso da sé. Si tratta in fondo di assumere una autonomia ed una libertà agognata da sempre ma che alla prova dei fatti finisce con l’incutere un timore sin lì sconosciuto. L’invenzione dell’adolescenza nella nostra società, perché si tratta di una invenzione culturale, era tesa a rassicurare l’adolescente dandogli del tempo per metter mano a questi cambiamenti. E il principio su cui tutto si reggeva era la morigeratezza: tenere a freno le pulsioni in attesa di poterle governare per quanto possibile. Altre società, quelle dette “a lenta evoluzione”, hanno fatto a meno di questa invenzione sostituita dai riti di passaggio che in poco tempo proiettavano il bambino nell’età adulta, con i relativi oneri ed onori.
Se guardiamo alle generazioni del Novecento, che cosa è cambiato davvero nell’adolescenza di oggi?
E’ cambiato tutto, tanto da poter dire, paradossalmente, che oggi l’adolescenza non esiste più. O, dicendolo in un altro modo, potremmo dire che “lo stato adolescenziale” è diventato appannaggio di tutti, sia di chi sta crescendo sia di chi è già cresciuto. Oggi la sua caratteristica è quella di un’apertura immediata e permanente ai piaceri della vita attraverso un’offerta sterminata e che si rinnova di giorno in giorno. Possiamo sostenere che alla morigeratezza, sostenuta dagli ideali, si è sostituita una spinta al godimento senza limiti. Inutile dire che si tratta di un godimento mortifero che non tiene conto delle necessità dell’essere, della spinta a valorizzare l’umanità propria e degli altri, ma che al contrario le mortifica, con risultati poco gradevoli. Non si passa più attraverso un faticoso progetto di vita ma si è permanentemente dentro ad un sogno che sovente finisce per trasformarsi in un incubo.
Un tempo esistevano riti di passaggio chiari verso l’età adulta. Oggi molto meno. Che effetto ha questo sui ragazzi?
Le conseguenze per i nostri ragazzi sono per lo più catastrofiche. Provo a spiegarmi. Non è che oggi non ci siano ragazzi capaci di appoggiarsi agli ideali, di costruirsi progetti di vita, di fare scelte che li mettano al riparo dagli orrori propri della nostra società post-moderna. Per fortuna ce ne sono ancora tanti che hanno il coraggio di fare scelte contro l’omologazione ormai universale. Una omologazione che, beninteso, ci rende gregari e per lo più “non pensanti”. Bisogna dare merito a questi ragazzi, anche grazie all’aiuto delle famiglie e di educatori illuminati, di farcela nonostante vivano in una condizione sociale e culturale sfavorevole. Riescono a divenire adulti rovistando e trovando ciò che gli altri non riescono neppure ad intravvedere. Se mi è permesso un gioco di parole potremmo affermare che oggi ci sono individui adulti e individui adulterati.
Nel tuo lavoro torni spesso sul rapporto tra desiderio dei genitori e identità dei figli. Prima, però, colpisce questa tua distinzione tra individui “adulti” e “adulterati”, che sembra dire molto del tempo che viviamo. Quanto pesa oggi questo intreccio?
Oggi questo intreccio è indubbiamente la risorsa più rilevante per ogni figlio. Un tempo si poteva anche essere genitori insufficienti, ma i figli nonostante questa criticità potevano crescere bene perché potevano appoggiarsi su modelli sociali a cui tutti davano credito. Modelli che vicariavano le carenze genitoriali. Oggi i genitori, nella latitanza di ideali condivisi, poiché anche se presenti appaiono così frammentati da non essere un autentico ancoraggio psicologico generalizzato, rappresentano, molto più che nel passato, la garanzia di uno sviluppo psicologico sufficientemente adeguato. Ma sono diversi gli strumenti del mestiere: un tempo era sufficiente dire di no perché un figlio rinunciasse ai suoi eccessi (con tutte le eccezioni del caso), oggi, invece ciò che conta è l’esempio che i genitori, giorno per giorno, sono capaci di offrire ai figli. Non ci sono scorciatoie. O i genitori danno prova di cavarsela con la vita, con tutti gli inciampi che essa comporta, oppure per il figlio si eclissano. Penso che sia una nuova funzione genitoriale, molto più complessa che nel passato. Ma questo è il nostro tempo.
Molti ragazzi desiderano relazioni profonde ma allo stesso tempo le temono. Che cosa ci dice questa ambivalenza?
I legami sono divenuti fragili, c’è chi non si è stancato di dire che sono diventati liquidi. Gli adolescenti sono forse i più consapevoli di questa evaporazione dei legami, perché per le loro relazioni sono strutturalmente attraversate da questa fragilità. Fare i conti con l’altro significa tenere sempre presente che i nostri simili non sono fatti a nostra immagine e somiglianza. Ma gli adolescenti li vorrebbero proprio così perché incontrare un altro modellato sul proprio desiderio incute meno timore. Invece quello che può farli crescere è incontrare veramente il desiderio dell’altro. Per loro è necessario scoprire che un legame può essere autentico solo se si intrecciano i due desideri, il proprio e quello dell’altro. Non è una cosa affatto scontata perché, soprattutto in adolescenza si desidera incontrare l’amore dell’altro e non il suo desiderio. Dunque l’ambivalenza degli adolescenti è un fatto fisiologico. Ne dovrà passare di acqua sotto i ponti prima di riuscire ad annodare il proprio desiderio con quello dell’altro. Solo se l’altro è davvero riconosciuto nella sua alterità una relazione può trasformarsi in un vero legame o, al contrario, frantumarsi definitivamente. In questo ultimo caso attraverso declinazioni non sempre confortanti.
Se dovessi indicare una sfida decisiva per gli adolescenti di oggi — e per gli adulti che li accompagnano — quale sarebbe?
Credo che ciò che mi pare essenziale oggi è riuscire a costruirsi un proprio progetto di vita. Molti giovani, lo dico per esperienza diretta, non hanno alcun progetto capace di offrire un orizzonte di senso. Senza progetto si naviga a vista e non si è in grado di far fronte agli ostacoli che si incontrano. E’ necessario invece trasformare i sogni in progetti. Tutti noi sogniamo ad occhi aperti ed è del tutto comprensibile. Ma i sogni non costano nulla mentre i progetti di vita costano fatica, implicano scelte vere, con le relative rinunce. Si deve vivere il presente ma dentro ad una cornice che assicuri un senso a ciò che si fa giorno per giorno. Solo i progetti che ci fanno patire sono capaci di offrirci la speranza di un futuro. Lo sappiamo sin troppo bene che quando viene a mancare la speranza la vita perde di senso. Gli adulti dovrebbero alimentare questa speranza. Ma come ho già detto bisogna mostrarlo con l’esempio, sia come genitori che come educatori.
Grazie Vincenzo, perché più che offrirci risposte rassicuranti – sarebbe bello averle – ci hai restituito domande scomode, questioni aperte, di quelle che costringono a fermarsi davvero. Forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire: smettere di semplificare l’adolescenza e iniziare ad assumerci, come adulti, la responsabilità di esserci — con i nostri limiti, ma anche con la capacità di offrire senso, esempio e possibilità di futuro. E sì, lo so: qualcuno penserà “ancora su questo?”. Sì, ancora. Perché è qui che ci giochiamo tutto.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




