Di Claudio Maria Maffei
C’è una dichiarazione dell’assessore Calcinaro sulle Case della comunità che ha suscitato una reazione entusiastica da parte di un collega che stimo e che, attraverso la stampa locale, ha sostenuto che l’interpretazione data dalla Giunta regionale, e in particolare dall’assessore, andrebbe nella direzione giusta. Non solo: secondo il collega, si tratterebbe addirittura di un’interpretazione innovativa in senso positivo. È proprio su questo punto che non sono d’accordo.
A mio parere, infatti, il problema non è semplicemente quello della carenza di personale. Il problema è più a monte: riguarda la stessa idea di cosa debba essere una Casa della comunità e, soprattutto, quale debba essere la sua funzione principale.
Le Case della comunità non nascono per sostituire i pronto soccorso
È certamente possibile che le Case della comunità contribuiscano anche alla gestione dei codici minori e delle urgenze a bassa complessità, alleggerendo in questo modo il carico dei pronto soccorso. Ma questa non è la ragione fondamentale per cui sono state concepite.
La loro missione principale è un’altra: prendere in carico in modo proattivo quella parte della popolazione più fragile, costituita soprattutto, ma non esclusivamente, dalle persone anziane affette da patologie croniche e da condizioni di particolare vulnerabilità.
“Proattivo” significa una cosa molto concreta: non aspettare che il cittadino si aggravi e arrivi in ospedale, ma andare incontro ai suoi bisogni prima che questi si trasformino in un’emergenza.
La Casa della comunità dovrebbe quindi rappresentare un punto di riferimento stabile per il territorio, capace di intercettare i bisogni, seguire nel tempo le persone fragili, coordinare gli interventi e garantire continuità assistenziale.
Ed è proprio in questa prospettiva che assume un ruolo fondamentale l’infermiere di famiglia e di comunità.
Senza infermieri di famiglia e di comunità, la presa in carico rischia di rimanere sulla carta
La figura dell’infermiere di famiglia e di comunità non è un elemento accessorio di questo modello. È uno degli strumenti attraverso cui la sanità territoriale può concretamente realizzare quella presa in carico proattiva che dovrebbe caratterizzare le Case della comunità.
Se questo percorso non viene avviato, il rischio è che la Casa della comunità finisca per essere soprattutto un luogo nel quale vengono trasferite alcune attività ambulatoriali, senza realizzare quella trasformazione dell’assistenza territoriale che il modello avrebbe dovuto produrre.
Ed è proprio ciò che, a mio giudizio, sta accadendo nelle Marche.
La Regione non ha ancora avviato in modo adeguato quel percorso di presa in carico della popolazione fragile che dovrebbe essere uno degli elementi qualificanti delle Case della comunità. In assenza di una presenza significativa degli infermieri di famiglia e di comunità, la funzione territoriale delle strutture viene inevitabilmente ridimensionata.
Puntare prevalentemente sulla gestione dei codici minori rischia quindi di diventare un modo per affrontare soltanto una parte del problema, evitando di misurarsi con la funzione più importante e più innovativa delle Case della comunità: quella di cambiare il modo in cui il sistema sanitario prende in carico le persone fragili e croniche.
La gestione delle urgenze minori non è una grande innovazione
C’è poi un altro elemento che merita di essere chiarito.
Presentare l’attivazione di ambulatori per la gestione delle urgenze minori come una particolare innovazione della Regione Marche appare, francamente, difficile da sostenere.
Questa funzione è già prevista dal Decreto ministeriale 77. Attivarla significa quindi dare attuazione a una previsione del modello organizzativo nazionale, non inventare una nuova funzione delle Case della comunità.
Il problema vero, semmai, sarà capire se queste attività potranno funzionare concretamente quando tutte le Case della comunità saranno operative, considerata la cronica difficoltà nel reperire il personale necessario.
Ed è qui che il problema diventa più ampio.
Il personale che manca sul territorio è anche il personale che manca perché il sistema ospedaliero è frammentato
Non si può parlare seriamente di carenza di personale senza interrogarsi anche su come quel personale viene utilizzato e su come è organizzata complessivamente la rete sanitaria regionale.
Una parte significativa delle risorse professionali è impegnata negli ospedali. E quando una rete ospedaliera presenta duplicazioni, frammentazioni e sovrapposizioni, diventa inevitabile chiedersi se l’organizzazione complessiva del sistema stia utilizzando nel modo più efficace le risorse disponibili.
Su questo tema, tuttavia, non sembra esserci da parte dell’assessore Calcinaro una vera discussione critica sulle scelte della Giunta in materia di rete ospedaliera.
Allo stesso modo, non sembra esserci una discussione altrettanto critica sulle scelte dell’assessore Baldelli in materia di edilizia ospedaliera.
Eppure le due questioni sono strettamente collegate: non si può costruire una forte sanità territoriale senza affrontare anche il tema di come organizzare la rete ospedaliera e di come distribuire le risorse professionali all’interno dell’intero sistema.
Oncologia e pediatria: innovazione o comunicazione?
Un altro aspetto presentato come elemento innovativo è l’ipotesi di attribuire a una Casa della comunità per ciascuna provincia una funzione oncologica e una funzione pediatrica.
Anche in questo caso credo sia necessario essere molto cauti.
Una funzione specialistica non diventa innovativa semplicemente perché viene associata a una Casa della comunità. Perché possa produrre un reale cambiamento nell’assistenza occorre un progetto, una rete, personale dedicato, percorsi assistenziali definiti e un’integrazione effettiva con i servizi territoriali e ospedalieri.
Le Regioni che stanno sviluppando davvero il modello delle Case della comunità si stanno confrontando proprio con questi aspetti: presa in carico della cronicità, integrazione multiprofessionale, continuità assistenziale, rapporto con i servizi sociali, prevenzione e gestione proattiva dei bisogni.
È su questo terreno che si misura l’innovazione.
Non basta aggiungere una funzione oncologica o pediatrica sulla carta per poter dire di avere realizzato un modello innovativo.
Prima la sostanza, poi la comunicazione
Il punto, dunque, non è negare che le Case della comunità possano svolgere una funzione nella gestione delle urgenze minori, né che possano ospitare attività specialistiche.
Il punto è non confondere una parte del modello con il modello nel suo complesso.
Le Case della comunità sono nate soprattutto per spostare il baricentro dell’assistenza verso il territorio, prendendo in carico in modo continuativo e proattivo le persone con bisogni complessi, in particolare quelle affette da patologie croniche e quelle più fragili.
Se questa funzione non viene realizzata, il rischio è quello di avere strutture nuove che svolgono attività ambulatoriali aggiuntive, senza produrre quel cambiamento dell’assistenza territoriale che dovrebbe essere la loro vera ragione d’essere.
Per questo credo che dare credito all’assessore Calcinaro sostenendo che la sua interpretazione delle Case della comunità sia non soltanto corretta, ma addirittura innovativa, sia un errore.
Piuttosto che assecondare una rappresentazione comunicativa del progetto, sarebbe necessario riportare la discussione alla sua sostanza: quali persone vogliamo prendere in carico? Con quali professionisti? Attraverso quali percorsi? Con quali risorse? E con quale integrazione tra territorio, servizi sociali e ospedale?
Sono queste le domande alle quali i cittadini delle Marche hanno diritto di avere risposte.
Le invenzioni pubblicitarie possono forse funzionare per un like.
Ma la sanità territoriale non si costruisce per ottenere like: si costruisce per dare risposte concrete ai cittadini.




