Ho letto con attenzione l’articolo di Alessandro D’Avenia, pubblicato il 30 marzo sul Corriere della Sera nella rubrica Ultimo Banco. Il titolo è già una domanda che non lascia molto spazio per girarci intorno: «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio». E il sottotitolo contiene una delle frasi che più mi hanno colpito: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso».
Non è la prima volta che si parla dei rischi legati all’uso precoce e incontrollato degli smartphone e dei social. Ma D’Avenia, che insegna dal 2000, parte dalla propria esperienza quotidiana per descrivere quella che definisce una «mutazione antropologica». La sua tesi è netta: lo smartphone non è soltanto uno strumento che i ragazzi utilizzano, ma un ambiente che può modificare profondamente il modo in cui crescono, apprendono, costruiscono relazioni e fanno esperienza di sé. Arriva a parlare di «adultizzazione e quindi adulterazione dell’infanzia», sostenendo che una fase fondamentale della crescita sia stata progressivamente esposta a contenuti e sollecitazioni per i quali bambini e adolescenti non possiedono ancora gli strumenti emotivi e di senso necessari.
È qui che, personalmente, sento di non poter considerare questa discussione come una delle tante discussioni che periodicamente attraversano il mondo degli adulti. Da anni, nel mio piccolo e con persone molto diverse tra loro, mi occupo di giovani, di prevenzione, di disagio, di educazione e di comunità. Anche la mia esperienza, in questi anni, è stata arricchita in modo particolare dal lavoro svolto come presidente di RED – Rete Educazione Digitale APS, un’esperienza che mi ha permesso di osservare più da vicino quanto la questione digitale sia ormai inseparabile da quella educativa. RED, del resto, si muove lungo una linea che sento molto vicina a quella indicata da D’Avenia: non demonizzare la tecnologia, ma costruire consapevolezza, responsabilità, regole condivise e alternative concrete, soprattutto quando si parla di bambini e giovani. Lo faccio soprattutto ascoltando. E più si ascolta, più diventa difficile pensare che ciò che sta accadendo possa essere ricondotto semplicemente alla categoria dei “ragazzi di oggi”, come se ogni generazione non avesse altro da fare che lamentarsi di quella successiva.
Il punto, infatti, non è stabilire se i giovani siano migliori o peggiori di quelli di ieri. Il punto è chiederci in quale ambiente li stiamo facendo crescere. Abbiamo consegnato a bambini e adolescenti strumenti potentissimi molto prima di aver costruito intorno a loro una cultura altrettanto potente della responsabilità, dei limiti, della relazione e dell’uso consapevole della tecnologia. E spesso lo abbiamo fatto tutti insieme, adulti, famiglie, scuola, istituzioni e società, anche perché era più semplice pensare che fosse sufficiente insegnare a utilizzare uno strumento che chiederci che cosa quello strumento avrebbe fatto alle persone.
D’Avenia usa un’immagine volutamente forte quando scrive: «Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga». È una metafora provocatoria, e non è necessario condividerla letteralmente per coglierne il punto. Il cellulare non è uno strumento neutro quando viene consegnato a una persona che sta ancora costruendo capacità di autoregolazione, identità, relazioni e senso critico. E soprattutto non è neutro quando dietro lo schermo esiste un sistema progettato per catturare attenzione, tempo e comportamento.
Per questo credo che la questione non possa essere affrontata soltanto come un problema individuale. Se un adolescente passa troppe ore online, non possiamo limitarci a chiedergli perché lo faccia. Dobbiamo chiederci anche che cosa trova lì dentro, che cosa non trova fuori, quali bisogni intercetta quel mondo digitale e quali alternative siamo stati capaci di costruire noi adulti. La responsabilità educativa non può essere scaricata interamente sul singolo ragazzo o sulla singola famiglia.
È forse questo uno dei passaggi più importanti dell’articolo di D’Avenia. Dopo aver descritto i rischi, non si limita a invocare divieti. Parla di una «rivoluzione dal basso» e racconta l’esperienza dei Patti digitali: accordi costruiti nelle comunità da genitori, insegnanti e altre figure educative per condividere poche regole comuni sull’età dello smartphone, sulle chat, sull’uso del registro elettronico e sulle modalità di relazione digitale. L’idea è semplice: quando una comunità decide insieme, diminuiscono la pressione sociale e il «così fan tutti».
Ed è significativo che proprio su questo terreno RED – Rete Educazione Digitale APS, insieme ad AIART Marche, abbia avviato un percorso di coprogettazione e attuazione dedicato ai Patti digitali. Non soltanto, quindi, parlare della necessità di regole condivise, ma provare a costruirle concretamente con le comunità, mettendo intorno allo stesso tavolo adulti, famiglie, scuola e soggetti educativi. È un passaggio che sento particolarmente importante perché traduce in pratica una convinzione che condivido: sulle questioni educative più complesse non bastano le raccomandazioni individuali; servono responsabilità condivise e impegni comuni.
Questa idea mi interessa molto perché parla, in fondo, di comunità educante. Ci torno su questo. Una comunità educante non è un tavolo nel quale tutti dichiarano di voler collaborare. È una comunità adulta che decide di assumersi insieme una parte della
responsabilità della crescita delle nuove generazioni. E questo significa anche avere il coraggio di stabilire dei limiti, creare alternative, mettere a disposizione luoghi, occasioni, relazioni e possibilità che non siano soltanto quelle offerte dallo schermo.
D’Avenia osserva infatti che «non si tratta di vietare», ma di dare alternative. Anche questo é un passaggio che considero decisivo. Perché togliere qualcosa senza offrire nulla al suo posto rischia semplicemente di lasciare un vuoto. Se vogliamo che un giovane trascorra meno tempo davanti a uno schermo, dobbiamo essere capaci di offrirgli qualcosa per cui valga la pena uscire di casa: una relazione, uno sport, una biblioteca, un teatro, un laboratorio, un gruppo, un luogo dove fare musica, un’esperienza nella quale sentirsi competente, utile, riconosciuto.
Ed è qui che la questione digitale incontra quella più ampia sulla città. Una città non può impedire a un adolescente di entrare in Internet, ma può decidere quante occasioni reali di incontro mettere a sua disposizione. Può decidere se i giovani siano soltanto destinatari di attività organizzate dagli adulti oppure persone alle quali affidare spazi, responsabilità, parola e possibilità di sperimentare. Può decidere se la cultura sia soltanto programmazione di eventi oppure una delle infrastrutture attraverso le quali una comunità cresce. Per questo continuo a pensare che prevenzione significhi soprattutto arrivare prima. Prima che la solitudine diventi isolamento. Prima che una difficoltà diventi emergenza. Prima che una dipendenza diventi una diagnosi. Prima che un ragazzo cerchi esclusivamente online ciò che non trova nella vita reale. Non significa pretendere di prevedere tutto o trasformare ogni comportamento in un problema. Significa costruire condizioni di vita, relazioni e opportunità che rendano meno probabile che il disagio debba trovare soltanto risposte tardive.
La domanda che D’Avenia rivolge alla politica — «Che cosa aspettate?» — può allora diventare una domanda rivolta a tutti noi. Non soltanto al legislatore, non soltanto alla scuola, non soltanto ai genitori. Anche alle città. Anche alle comunità. Anche a chi ha responsabilità educative, sociali e culturali.
Perché il tema non è soltanto quanto tempo un ragazzo trascorra con uno smartphone. Il tema è che cosa stiamo mettendo dall’altra parte dello smartphone.
Se dall’altra parte ci sono soltanto divieti, prediche e raccomandazioni, difficilmente costruiremo un’alternativa. Se invece ci sono adulti disponibili ad ascoltare, luoghi nei quali incontrarsi, cultura, sport, musica, teatro, volontariato, esperienze di cittadinanza, possibilità di sbagliare e ricominciare, allora la tecnologia può tornare a essere ciò che dovrebbe essere: uno strumento, non l’ambiente nel quale si svolge una parte crescente della vita.
È una responsabilità che riguarda anche Civitanova. E forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire: non chiedendoci soltanto come togliere i giovani dagli schermi, ma come rendere nuovamente desiderabile la realtà che li aspetta quando lo schermo si spegne.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




