martedì, 11 Agosto 2026
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Il campo largo e il rischio di parlare d’altro

di Leonardo Bagnasco

Elly Schlein ha provato a rimettere ordine, almeno sul piano delle intenzioni, nella disputa tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle sul percorso verso le prossime elezioni politiche. Rispondendo a Giuseppe Conte, che aveva legato le primarie alla necessità di sciogliere prima il nodo dell’Ucraina, la segretaria dem ha ribadito la propria linea. Prima si costruisce un programma condiviso da tutta la coalizione, poi si sceglie attraverso le primarie chi dovrà guidarla.

Schlein ha invitato gli alleati a non consumare tempo ed energie nelle schermaglie interne e a spostare il confronto sulle questioni sociali, indicando come esempio di un tema capace di unire il campo largo la proposta comune sul congedo parentale paritario.

Il congedo parentale paritario è una misura giusta, una misura di civiltà, perché riconosce finalmente che la cura dei figli non può continuare a essere considerata un affare privato delle madri, ma deve diventare una responsabilità condivisa. Comincia inoltre a colmare uno squilibrio che accompagna le donne italiane per tutta la vita lavorativa, penalizzandone carriere, redditi e opportunità.

Nessuno, onestamente, potrebbe sostenere il contrario. Ma basta questo, insieme agli altri temi legati ai diritti civili, a tenere insieme un campo largo chiamato a rispondere a un Paese in affanno su questioni ben più vaste e laceranti?

Il congedo parentale non è l’unico terreno sul quale Schlein cerca di costruire l’unità della coalizione. Negli ultimi anni la segretaria del Pd vi ha affiancato proposte sociali già condivise dalle opposizioni, come il salario minimo e il rafforzamento della sanità pubblica, con nuove assunzioni di medici e infermieri per affrontare liste d’attesa sempre più lunghe. Soprattutto, però, ha insistito su un’agenda dei diritti civili che oggi rappresenta forse l’unico terreno sul quale il centrosinistra riesce a mostrarsi più compatto e riconoscibile.

Si va dal matrimonio egualitario al pieno riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali, dalla riforma del diritto di famiglia a una nuova legge contro l’omolesbobitransfobia. Sul fronte della cittadinanza Schlein rilancia lo ius scholae e, talvolta, lo ius soli, mentre resta sullo sfondo la battaglia sul fine vita, bloccata in Parlamento da una legislatura all’altra.

È un’agenda coerente e, a suo modo, coraggiosa, ma conferma anche una difficoltà. Quando deve indicare le proprie priorità, il centrosinistra torna quasi sempre sui diritti civili e su interventi sociali circoscritti, più che su una lettura complessiva delle grandi crisi materiali del Paese. Una coalizione che aspira a governare, tuttavia, non può scegliere soltanto le battaglie sulle quali è più facile ritrovarsi; deve misurarsi anche con quelle che rischiano di dividerla.

Tra i temi sociali più presenti nell’agenda progressista c’è il salario minimo legale, una misura rivolta soprattutto ai lavoratori meno protetti dalla contrattazione collettiva e pensata per contrastare lavoro povero e contratti pirata. La stessa Schlein ha ricordato che circa quattro milioni di persone sono povere pur avendo un impiego.

Il salario minimo, però, non coincide con il problema ben più esteso dei salari fermi, che riguarda la generalità dei lavoratori dipendenti italiani. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde italiane sono diminuite in termini reali del 6,6%, mentre nei Paesi Ocse sono cresciute in media del 35%. All’inizio del 2025, inoltre, i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il dato peggiore tra le principali economie dell’area.

La differenza è sostanziale. Il salario minimo è un intervento mirato, introducibile per legge; la stagnazione delle retribuzioni dipende dalla produttività, dalla contrattazione, dalla qualità del lavoro e dalla struttura produttiva del Paese. È su problemi di questa profondità, per i quali non esistono soluzioni semplici, che un progetto di governo dovrebbe misurare la propria credibilità.

Allargando lo sguardo emergono questioni che sembrano pesare molto di più nella vita quotidiana e nelle preoccupazioni dell’opinione pubblica. Sul piano nazionale incidono i prezzi dell’energia e dei carburanti, un’economia che cresce meno di gran parte dell’Europa e il bilancio almeno parzialmente deludente del Pnrr, lontano dalle aspettative con cui era stato presentato, tra ritardi e ridimensionamento di numerosi progetti.

Pesa soprattutto la povertà. Nel 2025 quasi undici milioni di persone, il 18,6% della popolazione, erano a rischio di povertà, mentre 5,7 milioni vivevano in povertà assoluta. Tra loro vi erano oltre 1,28 milioni di bambini e ragazzi, il dato più alto dell’ultimo decennio. La povertà italiana non è più un’emergenza passeggera, ma una condizione strutturale.

A questo quadro si aggiungono gli effetti sempre più concreti del cambiamento climatico, tra ondate di calore ed eventi estremi che si susseguono ormai a ogni stagione, le crisi migratorie gestite quasi ovunque secondo una logica emergenziale e l’avanzata delle destre estreme nei Paesi occidentali. Sullo sfondo, ma con conseguenze sempre più vicine, il mondo è entrato in una fase di riarmo che non si vedeva dalla Guerra fredda e nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto il record di 2.887 miliardi di dollari.

Di fronte a un quadro di questa portata, indicare il congedo parentale come uno dei primi punti di sintesi della coalizione restituisce, quasi involontariamente, le proporzioni del problema. I diritti civili e sociali restano battaglie alte, giuste e necessarie, alcune attese da decenni, ma se vengono collocati davanti a tutto il resto rischiano di apparire largamente insufficienti e non possonoin alcun modo, da soli, reggere il peso di un progetto di governo.

Occorre anche prendere atto che queste battaglie raramente riescono a “scaldare il cuore” della maggioranza dell’elettorato. Non perché siano meno importanti dei problemi materiali, ma perché la percezione diffusa, alimentata da una destra molto efficace nella comunicazione, è che riguardino minoranze specifiche più che la vita quotidiana della persona comune.

Per contro, la destra ha costruito un’agenda che intercetta, o riesce a presentare come proprie, le paure e le insicurezze più diffuse, dalla sicurezza all’immigrazione fino all’identità nazionale. Non perché i temi da essa imposti affrontino davvero i grandi problemi degli italiani. Salari fermi, lavoro povero, sanità in difficoltà, crescita debole e perdita di potere d’acquisto restano irrisolti, quando non vengono ulteriormente aggravati. La supremazia comunicativa della destra riesce però a sovrastare anche questa evidente distanza tra la forza della narrazione e la debolezza dei risultati.

Attraverso un linguaggio semplice e immediato, la destra riesce così a far passare per prioritarie questioni sulle quali le risposte proposte sono spesso discutibili, inefficaci o puramente simboliche, relegando in secondo piano problemi assai più concreti e diffusi. Continua quindi a dettare i temi del dibattito pubblico, mentre il centrosinistra rimane quasi sempre in una posizione reattiva.

Insegue Fratelli d’Italia e i suoi alleati sul terreno scelto dagli avversari oppure propone un’agenda alternativa che fatica a diventare senso comune. Anche all’interno della coalizione si nota una differenza di passo. Sui temi più identitari e sulle regole del campo largo è spesso il Movimento 5 Stelle a muoversi per primo e con toni più netti, mentre il Pd arriva dopo, tenta di correggere il tiro o di ricomporre le distanze, ma raramente riesce a imporre una propria linea.

Il rischio non riguarda soltanto l’agenda, ma la tenuta stessa del campo largo. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le altre forze progressiste appaiono ancora più come un’alleanza elettorale che come una coalizione di governo compiuta. Condividono alcuni punti programmatici, ma non una visione comune sui dossier decisivi.

La politica estera è il caso più evidente, come dimostra lo scontro tra Schlein e Conte sull’Ucraina, ma le distanze riguardano anche il riarmo europeo, la collocazione internazionale dell’Italia e numerose questioni economiche. È un equilibrio fragile che può reggere all’opposizione, dove è sufficiente convergere nella critica al governo, ma rischia di spezzarsi quando non basta più contestare e diventa necessario scegliere.

Governare significa decidere sulla guerra e sulla pace, sulla spesa militare, sulla crescita economica, sulla sicurezza, sul lavoro, sull’energia e sulla povertà, non soltanto sulle battaglie identitarie, per quanto legittime e giuste.

A complicare il quadro c’è poi la leadership. Né Giuseppe Conte né Elly Schlein sembrano oggi esprimere quell’autorevolezza trasversale e quel carisma capaci di unificare un’alleanza tanto composita e, nello stesso tempo, rassicurare l’elettorato moderato che guarda al campo largo con diffidenza. Sono leader solidi nei rispettivi partiti, ma finora non hanno dimostrato di poter diventare la guida di tutta la coalizione e non soltanto del proprio perimetro politico.

Anche le primarie, se si riducessero a una sfida diretta tra i dueprincipali leader, potrebbero produrre l’effetto opposto a quello auspicato. Il baricentro della coalizione si sposterebbe verso il partito del vincitore e negli sconfitti crescerebbe il sospetto di essere stati ridotti a una stampella elettorale, indebolendo ulteriormente un legame già fragile proprio quando servirebbe la massima coesione.

Da qui nasce l’ipotesi di affidarsi a una figura terza, capace di unire per credibilità personale più che per appartenenza politica. I nomi che circolano delineano profili molto diversi. Franco Gabrielli offre una lunga esperienza istituzionale, maturata come prefetto, capo della Polizia e sottosegretario nel governo Draghi; Ernesto Maria Ruffini ha costruito alla guida dell’Agenzia delle Entrate un profilo legato al rigore e alla giustizia fiscale; Nicola Gratteri gode di un forte credito popolare per il suo impegno contro la criminalità organizzata e potrebbe contendere alla destra il terreno della sicurezza; Silvia Salis, ex atleta olimpica e oggi sindaca di Genova, rappresenta invece un profilo più giovane, con un’esperienza amministrativa recente e un linguaggio meno condizionato dagli apparati.

Sono personalità differenti per storia e sensibilità, ma accomunate dal fatto di non essere identificabili con un singolo partito della coalizione. La questione è se una di loro, o un’altra figura con caratteristiche simili, possa riuscire a tenere insieme anime tanto diverse, dal riformismo moderato all’ambientalismo di sinistra, dal mondo pentastellato alle tradizioni socialiste, dando alla coalizione una leadership davvero condivisa.

Ciò che è certo è che i temi legati ai diritti civili non bastano più. Non si tratta di abbandonarli o di considerarli secondari, ma di inserirli in una visione più ampia, capace di parlare alla vita concreta delle persone, alle loro paure, alle difficoltà materiali e alle aspettative tradite.

Il rischio, altrimenti, non riguarda soltanto la prossima campagna elettorale. Anche in caso di vittoria, un campo largo tenuto insieme da un’intesa fragile e da un’agenda debole potrebbe durare poco. Alla prima crisi, al primo passo falso o alla prima decisione su un dossier divisivo, si riaprirebbero le porte a una destra ancora più radicale di quella attuale, pronta a raccogliere il malcontento di chi si sentisse ancora una volta escluso e non rappresentato.

Il centrosinistra non ha bisogno di un minimo comune denominatore che tenga insieme i partiti fino al giorno delle elezioni. Ha bisogno di credibilità, autorevolezza e coraggio, di una leadership capace di scegliere e di un progetto che ambisca davvero a governare. È l’unica strada per evitare che la storia si ripeta, questa volta in peggio.

 

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