Di Piergiorgio Pietroni
Esiste una compagnia teatrale che si presenta così: Bocchi/Scarrocchia. Ho avuto la fortuna di conoscerla ormai da anni e di seguirne il lavoro nella campagna recanatese, all’interno di un proprio spazio teatrale ricavato da una casa colonica restaurata in modo egregio. Una struttura che ospita ben due teatri: uno al chiuso e uno all’aperto, ricavato nell’aia a mo’ di teatro greco, con la cavea e, come skené, un meraviglioso panorama agricolo.
In questi spazi ho potuto assistere a spettacoli particolari, ma soprattutto coinvolgenti con la mente, con la vista e con il cuore. Un teatro di ricerca vero, con attori professionisti capaci di trascinare lo spettatore nelle loro performance emozionanti e intelligenti.
Nulla è scontato. Il corpo parla, con loro, più della parola: è un teatro-danza che lascia spazio alla parola come sottolineatura delle emozioni e delle visioni. Visioni che si lasciano cogliere anche attraverso i pochi oggetti di scena, che però hanno tutti un valore e una ragione precisa per essere lì.
Agnese Bocchi, direttrice artistica e visionaria delle arti performative, guida Bocchi/Scarrocchia unendo teatro, danza e impegno sociale. Ha maturato una lunga esperienza in progetti teatrali, laboratori artistici e iniziative culturali, in Italia e all’estero, promuovendo inclusione, creatività e partecipazione comunitaria.
Tobia Scarrocchia è impact & project manager, sociologo, pedagogista e danzatore contemporaneo, con un master in imprenditoria dello spettacolo. La poetica progettuale con cui coordina le attività di Bocchi/Scarrocchia combina competenze organizzative e anni di pratica in luoghi non convenzionali.
Ultima arrivata è Iris Pesenti, attrice e laureanda in Lingue e letterature straniere, che coniuga la formazione accademica con un’approfondita ricerca artistica, in Italia e all’estero, nell’ambito della danza contemporanea, della recitazione e della drammaturgia. È autrice dell’opera teatrale P’Som Sett, andata in scena, se non erro, nel 2024.
I loro bagagli professionali sono tutti lì, sulla scena, messi a disposizione del progetto e ulteriormente arricchiti da luci, suoni e costumi: tutto il meglio della professione. Non c’è nulla di troppo. Quello che a volte potrebbe sembrare eccessivo è, invece, una sottolineatura esasperata, un richiamo a porre attenzione, a entrare pienamente nel contesto dell’azione.
Lo spettacolo visto quest’anno, che fa seguito ai precedenti Abito, Capra e al già citato P’Som Sett, porta il titolo Teatro Rurale. È uno spettacolo che nasce dall’omonimo progetto di ampio respiro, incentrato su corpo, memoria e paesaggio nella campagna di Recanati.
Lascio parlare il programma di sala: «Qui la campagna non è sfondo, ma matrice drammaturgica: un luogo che custodisce storie, gesti, ritmi, immaginari, atmosfere che attraversano generazioni. Teatro Rurale è un ponte vivo tra chi ha parlato ieri e chi ascolta oggi, tra la terra che custodisce e il corpo che restituisce».
È un archivio del presente, emotivo e culturale, che attraverso un’indagine sulla memoria comunitaria restituisce dignità a chi non ha avuto voce nei documenti ufficiali. All’interno di una campagna che sta lentamente cambiando e, poco alla volta e in silenzio, scomparendo, Teatro Rurale diventa un atto di cura, per non calpestare quella lunghissima radice che sta sotto i piedi di tutti, resistente e in continua evoluzione.
Il percorso di Teatro Rurale si è sviluppato nell’arco di dodici mesi nell’ex casa colonica sede del gruppo, che ha ospitato dodici giornate intensive di laboratorio teatrale. Nel tempo trascorso tra un incontro e l’altro, le attrici partecipanti al laboratorio hanno condotto in prima persona più di trenta interviste agli anziani del territorio, seguendo le linee tematiche individuate dalla regista Agnese Bocchi: il funerale, con cui si apre lo spettacolo, il parto, gli animali da cortile, la femminilità, i riti quotidiani.
Questo gesto di andare, ascoltare e raccogliere è già, di per sé, un atto performativo: crea relazioni, responsabilità e presenza. Innesca la memoria come un rizoma che continua a fiorire e la protegge dall’oblio.
A partire dalle interviste realizzate, le partecipanti al laboratorio hanno dato vita a oltre settanta improvvisazioni, scene e coreografie, attraverso i linguaggi che la compagnia coltiva da anni: danza contemporanea, scrittura poetica e teatro.
La memoria comunitaria si è così trasformata in patrimonio culturale immateriale, vivo, in un archivio emotivo e culturale in costante bilico tra la profondità della vicenda personale e le sue implicazioni collettive.
La drammaturgia finale è una composizione teatrale e coreografica nel senso più profondo del termine: partecipata. Agnese Bocchi ha intessuto i materiali, i gesti e le parole delle interviste e delle improvvisazioni in un corpo unico, in una voce coesa nella quale la ruralità emerge come genealogia.
Una linea di origini, trasformazioni e ferite che parla ancora nel presente e lo interroga.
Quanto scritto nel programma di sala lo si ritrova tutto nello spettacolo. Niente è di troppo. Tutto è calibrato, pesato, misurato nei tempi e nello spazio. Anche i costumi non lasciano nulla al caso: le camicie da notte delle popolane, nelle loro diverse confezioni ma tutte bianche; i fazzoletti che, nella loro semplicità, arrivano a diventare strumenti di comunicazione di stati d’animo e sentimenti.
C’è la morte, che non è tale fino a quando il corpo non viene seppellito. Una morte che poi ritroviamo nel racconto del contadino, quando spiega come veniva ucciso il maiale prima di procedere alla pista, in un contesto volutamente maialesco.
Morte e vita. La vita che ritroviamo nel racconto delle donne in stato interessante e nel modo in cui la nascita avveniva nelle case, con l’ausilio della levatrice. Nascita e morte che si incontrano ancora nel racconto del bambino morto appena nato.
E poi la scena finale: ogni attore in scena con un albero in mano. Un’immagine che vuole essere, allo stesso tempo, radice e albero, testimonianza di ciò che ancora ci appartiene. Una metafora della cultura del dove eravamo e del dove dobbiamo andare, senza dimenticare chi siamo stati.
È questo, forse, il senso più profondo di Teatro Rurale: non semplicemente conservare una memoria, ma renderla viva attraverso i corpi, le parole, i gesti e le storie di chi quella terra l’ha abitata.
Per chi volesse iniziare o continuare questo percorso, sono aperte le iscrizioni al laboratorio Teatro Rurale 2026/2027.
Se vuoi immergerti in un paesaggio che parla, se vuoi lasciarti attraversare dalle storie della campagna marchigiana per non farle scomparire, se senti che la memoria non è qualcosa da conservare ma da vivere, se vuoi praticare ascolto, improvvisazione, movimento e relazione, se vuoi far parte di una comunità che tiene viva una radice lunga, resistente e in continua evoluzione, questo percorso è per te.
È la tua presenza che tiene viva la memoria. Se tu ci sei, continua.
Laboratorio Teatro Rurale 2026/2027
12 incontri, una domenica al mese, dalle 10 alle 18, a partire da ottobre 2026 fino a settembre 2027. Al termine di ogni incontro è prevista una cena condivisa. Il laboratorio è aperto a tutti, con o senza precedenti esperienze teatrali.
Concept: Agnese Bocchi e Tobia Scarrocchia
Regia: Agnese Bocchi
Coreografia: Agnese Bocchi e Tobia Scarrocchia
Scultura naturale: Francesco Penci
Con: Cristina Andreoni, Bianca Basconi, Laura Bonicalzi, Silvia Brugiamolini, Claudia Bugari, Sabina Cingolani, Iris Pesenti, Alice Petrelli, Tobia Scarrocchia, Azzurra Zampini.
Compagnia teatrale Bocchi/Scarrocchia


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