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Io desidero: un luogo che ancora non esiste

Ci sono esperienze che nascono come eventi e che, strada facendo, rivelano di poter diventare qualcosa di più. Io Desidero è una di queste. Arrivato nel 2026 alla sua decima edizione, è nato a Civitanova Marche attorno a una parola semplice, ma tutt’altro che scontata: desiderio. Il desiderio di qualcosa che ancora non c’è, di una possibilità, di un incontro, di un futuro nel quale potersi riconoscere.

Nel corso degli anni Io Desidero ha portato nella città persone, storie, linguaggi, artisti, esperienze e occasioni di confronto. In dieci anni, oltre 600 giovani, di età e provenienze diverse, hanno avuto la possibilità di esprimersi, sperimentarsi e trovare uno spazio nel quale raccontare qualcosa di sé e del proprio mondo. Ha attraversato teatro, musica, arti, narrazione e riflessione sociale, cercando di mettere le nuove generazioni non soltanto su un palco, ma dentro uno spazio nel quale poter essere viste, ascoltate e riconosciute. Dieci edizioni sono una storia, ma non necessariamente un punto di arrivo: possono essere l’occasione per guardare ciò che è stato fatto, riconoscere ciò che ha funzionato, capire ciò che può essere migliorato e dare una forma ancora più solida a un patrimonio costruito nel tempo. Io Desidero non ha bisogno di essere semplicemente conservato: ha bisogno di continuare a crescere.

La sua intuizione di fondo resta attuale: creare possibilità. Possibilità di esprimersi, incontrare qualcuno che non si sarebbe incontrato altrove, scoprire un talento, avvicinarsi alla cultura senza sentirla distante, parlare di ciò che accade dentro e intorno a noi senza trasformare ogni esperienza in un problema da risolvere. In questo senso Io Desidero può essere considerato una sorta di non luogo: non una struttura fisica, non un servizio, non un contenitore rigido, ma uno spazio culturale e sociale che prende forme diverse a seconda delle persone che lo attraversano. Ed è proprio perché non è completamente definito che può essere reso ancor più di valore, aggiustato, qualificato, contaminato da nuove idee e alimentato da nuove energie. Non è necessario difenderlo così com’è: è più interessante chiedersi come possa diventare migliore.

Questa prospettiva permette anche di guardare in modo diverso alla parola comunità. Si parla molto di comunità educante, ma una comunità educante non nasce perché soggetti diversi dichiarano di voler collaborare. Nasce quando scuola, famiglie, istituzioni, associazioni, cultura, sport e cittadini smettono di lavorare ciascuno per conto proprio e iniziano a sentirsi corresponsabili della crescita delle nuove generazioni. Una città educa anche attraverso ciò che decide di rendere possibile: gli spazi che mette a disposizione, le persone che sceglie di ascoltare, la qualità delle occasioni che offre, il modo in cui considera la creatività, il dissenso, l’errore, il desiderio e la partecipazione.

Da questo punto di vista, Io Desidero può rappresentare una delle infrastrutture civili leggere di cui una città ha bisogno. Non perché debba trasformarsi in un progetto educativo strutturato o risolvere il disagio giovanile, ma perché può contribuire a creare condizioni nelle quali le nuove generazioni possano incontrarsi, sperimentare, esprimersi, costruire relazioni e cominciare a percepirsi come parte attiva della comunità.

C’è allora una domanda che dovremmo porci più spesso: che cosa possiamo permettere ai giovani di immaginare, proporre e costruire? Non soltanto che cosa possiamo offrire loro. È una differenza importante. Una città che considera i giovani soltanto destinatari di servizi, attività ed eventi rischia di tenerli sempre dalla parte di chi riceve. Una città che li considera cittadini li mette anche nella condizione di prendere parola, assumersi responsabilità, proporre, sbagliare, ricominciare.

Qui il significato di Io Desidero può allargarsi ulteriormente: non soltanto un luogo nel quale i giovani possano trovare qualcosa, ma un luogo nel quale possano scoprire di avere qualcosa da dare.

È una prospettiva che trova una consonanza nel pensiero di Massimo Recalcati, che ha descritto il desiderio come una forza capace di mettere in movimento la vita e di aprirla verso qualcosa che ancora non esiste. È un’idea che può aiutare a guardare anche alla nostra esperienza: educare non significa quindi soltanto proteggere, correggere o fornire strumenti; significa anche creare le condizioni perché una persona possa desiderare, immaginare e muoversi verso qualcosa di nuovo.

Forse è proprio qui che Io Desidero incontra il tema della comunità educante. Non nella quantità delle iniziative organizzate, ma nella capacità di una comunità adulta di generare occasioni nelle quali un giovane possa sentirsi chiamato in causa, non semplicemente coinvolto; ascoltato, non semplicemente interpellato; responsabile, non semplicemente destinatario.

>E allora diventa naturale fare un passo ulteriore: se vogliamo davvero ascoltare le nuove generazioni, dobbiamo dare loro anche uno spazio pubblico nel quale parlare, dire.

C’è un momento preciso in cui una persona smette di aspettare che qualcun altro parli per lei. È quando scopre di avere qualcosa da dire e che qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero. È da questo momento che nasce Civitanova Speakers’ Corner – Il cittadino del futuro è presente.

Non un altro evento per i giovani, ma uno spazio pubblico con i giovani e dei giovani, nel quale ragazze e ragazzi possano prendere parola davanti alla propria comunità, portando idee, domande, proposte e visioni sulla città che abitano e su quella che vorrebbero abitare.

Anche in questo caso non partiamo da zero. Dallo scorso anno scolastico studenti e studentesse dei licei e degli istituti superiori di Civitanova partecipano a laboratori settimanali di teatro partecipativo e narrazione condivisa. Il progetto VOCE – Visioni in Scena: una cittadinanza incarnata, promosso da Clandestina APS con il sostegno della Regione Marche nell’ambito di Gear UP, utilizza il corpo, la parola e la scena per sperimentare una forma concreta di educazione civica: stare insieme, guardarsi, ascoltarsi, esporsi, provare a dire ciò che si pensa davvero.

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Accanto ai giovani lavorano anche adulti over 50, persone con storie diverse e spesso lontane dal mondo della scuola, che portano nei laboratori memoria, domande ed esperienza. L’incontro fra generazioni non è dunque un elemento aggiunto: è parte della struttura stessa del percorso. La cittadinanza, del resto, non si impara soltanto studiandola. Si esercita.

La primavera del 2027 può essere il momento nel quale questo lavoro esce dai luoghi nei quali è nato e incontra l’intera città. L’idea è portare oltre cento ragazze e ragazzi in piazza, su una semplice cassetta di legno, come nelle tradizionali Speakers’ Corners, per prendere pubblicamente la parola.

Non per recitare una parte. Non per rappresentare una categoria. Non per essere interrogati. Per parlare, per riferire alla città.

Di Civitanova, dei quartieri, delle relazioni, della scuola, della cultura, degli spazi, del lavoro, dell’ambiente, del futuro. Di ciò che manca e di ciò che potrebbe esserci. Con idee concrete, ma anche con domande alle quali gli adulti dovrebbero essere disposti ad ascoltare e, quando necessario, a rispondere.

In quel momento la piazza non sarebbe semplicemente il luogo di un’iniziativa. Diventerebbe uno spazio civico, nel quale una generazione spesso raccontata dagli adulti può finalmente raccontarsi da sé.

Ma la vera sfida non è riempire una piazza una volta. È fare in modo che quella piazza continui ad avere una voce. Per questo l’idea è che Civitanova Speakers’ Corner possa diventare nel tempo un appuntamento ricorrente: due cassette, una piazza, nuove voci ogni mese. Una pratica semplice, riconoscibile e replicabile, capace di portare periodicamente nello spazio pubblico nuove persone, nuove domande e nuovi temi.

Potrebbe diventare, con il tempo, una piccola neo-tradizione civica della città. Non l’ennesimo evento pensato per i giovani, ma un luogo nel quale la loro parola acquista pubblicamente dignità e ascolto.

Perché, se comunità educante significa anche creare le condizioni affinché ciascuno possa esercitare responsabilità, allora dare spazio alla parola delle nuove generazioni non è una concessione. È un investimento sulla comunità.

E forse questo può essere uno dei modi più concreti per dare senso, dopo dieci anni, a quella parola dalla quale tutto è cominciato.

Desiderare. Non aspettare che il futuro arrivi. Cominciare, insieme, a dargli voce.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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3 Commenti

  1. Bellissima iniziativa con la speranza che i giovani ne approfittino per esporre idee e vedere poi che magari con l’aiuto di chi di dovere le portino all’attenzione….🤞❤️

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