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Non aspettiamo l’emergenza

Salute mentale degli adolescenti: quando il dolore diventa urgente, la comunità adulta deve interrogarsi sulle proprie responsabilità.

Diciotto adolescenti ricoverati contemporaneamente, a fronte di dodici posti letto disponibili. Sei giovani assistiti in altri reparti per far fronte a una situazione che ha superato la capacità ordinaria della struttura. È quanto accaduto la sera del 7 ottobre al reparto di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, secondo quanto riportato da La Nazione l’8 ottobre. I pazienti, tra i 14 e i 17 anni, presentavano condizioni diverse, dalla grave depressione all’autolesionismo, fino all’ideazione e ai tentativi suicidari. La responsabile del reparto, la dottoressa Tiziana Pisano, ha descritto una pressione ormai ricorrente, con un numero di ricoverati che da settimane supera sistematicamente la capacità prevista.

Non è soltanto una notizia che colpisce. È una realtà che ci obbliga a fermarci. Perché quando un adolescente arriva a pensare che togliersi la vita possa essere una via d’uscita, non possiamo limitarci a domandarci quale sia il suo problema. Dobbiamo chiederci quale mondo adulto gli stiamo consegnando, quali possibilità di aiuto abbia incontrato prima di arrivare all’emergenza, quanto siamo stati capaci di riconoscere la sua sofferenza e, soprattutto, quanto siamo preparati a intervenire tempestivamente e con efficacia quando l’emergenza si manifesta, garantendo ascolto, protezione e risposte, sanitarie e non, adeguate senza lasciare sole le persone coinvolte.

Il dato positivo, sottolineato dalla stessa responsabile del reparto, è che molti giovani riescono a riconoscere il proprio disagio e a chiedere aiuto, rivolgendosi ai genitori o ai servizi sanitari. È un passaggio fondamentale: parlare di ansia, depressione e pensieri suicidari senza vergogna può favorire la richiesta di sostegno. Ma la disponibilità a chiedere aiuto deve trovare una risposta concreta. Non basta incoraggiare i giovani a parlare se poi non ci sono servizi sufficientemente attrezzati, professionisti disponibili, percorsi accessibili e tempi compatibili con la gravità delle situazioni.

L’emergenza ospedaliera è il punto in cui il dolore diventa impossibile da ignorare, ma la prevenzione deve cominciare molto prima. È proprio questo il nodo che avevo già affrontato nel mio contributo Salute mentale: l’urgenza di un’adultità sociale consapevole, nel quale richiamavo quattro criticità strettamente connesse: risorse umane insufficienti rispetto al carico di lavoro dei servizi pubblici; prevenzione ancora insufficiente, con la necessità di promuovere la salute mentale fin dalla prima infanzia; carenza di spazi diurni integrati per gli adolescenti, capaci di favorire un approccio ecologico alla cura, cioè un intervento che non si concentri esclusivamente sul singolo e sui suoi sintomi, ma consideri anche le relazioni familiari, la scuola, il gruppo dei pari, i contesti di vita e le risorse della comunità, mettendo in dialogo servizi sanitari, sociali ed educativi; scarsità di luoghi di aggregazione in cui i giovani possano stare bene, incontrarsi e costruire relazioni significative al di fuori della scuola e della famiglia.

Quattro questioni che non possono essere affrontate separatamente, perché la salute mentale non dipende esclusivamente dalla presenza o dall’assenza di una patologia, ma si intreccia con le relazioni, il senso di appartenenza, le opportunità, la possibilità di esprimersi e di trovare adulti affidabili, adeguati al contemporaneo. Questo non significa attribuire alla società ogni responsabilità per la sofferenza individuale, né confondere il disagio con una diagnosi. Significa riconoscere che le condizioni in cui cresciamo possono aumentare le vulnerabilità oppure offrire risorse per affrontarle.

La famiglia è importante, ma non può essere lasciata sola. La scuola è fondamentale, ma non può diventare l’unico luogo al quale affidiamo il compito educativo. I servizi sanitari sono indispensabili, ma non possono essere chiamati a riparare da soli tutto ciò che non siamo riusciti a prevenire.

Serve una politica sociosanitaria e socio-assistenziale capace di integrare cura, prevenzione, protezione e promozione del benessere, mettendo in relazione servizi sanitari, sociali ed educativi. Un sistema nel quale anche il volontariato e il Terzo settore possano contribuire, con le proprie competenze e la propria presenza nei territori, a intercettare le fragilità, costruire relazioni e offrire opportunità di sostegno e partecipazione.

Tutto questo richiede una regia della politica locale, capace di riconoscere le risorse presenti nella comunità, favorire il dialogo tra i diversi soggetti, definire priorità condivise e garantire continuità agli interventi. Non una semplice somma di iniziative, ma una responsabilità pubblica che sappia coordinare servizi, professionisti, associazioni e cittadini.

Servono professionisti con risorse e tempi adeguati, servizi di prossimità capaci di accompagnare anche le famiglie, presìdi educativi e luoghi accessibili nei quali i giovani possano incontrarsi, costruire relazioni significative e sentirsi parte di una comunità, senza dover dimostrare continuamente di essere all’altezza delle aspettative altrui.

Serve, inoltre, un’adultità sociale consapevole: adulti capaci di ascoltare senza minimizzare, di porre limiti senza umiliare, di accompagnare senza controllare ogni aspetto della vita dei figli, di riconoscere la sofferenza senza trasformare ogni difficoltà in una malattia. E serve una comunità che non si ricordi della salute mentale soltanto quando una notizia drammatica entra nelle nostre case.

Il 10 ottobre, Giornata mondiale della salute mentale, dovrebbe diventare una sorta di rendiconto pubblico annuale: non una ricorrenza da celebrare con dichiarazioni di sensibilizzazione, ma un momento in cui confrontare ciò che abbiamo fatto nei dodici mesi trascorsi con ciò che avevamo promesso, ciò che è rimasto incompiuto e ciò che non abbiamo neppure avuto il coraggio di affrontare. Dal 10 ottobre di un anno al successivo, quali cambiamenti concreti abbiamo prodotto? Quali servizi sono stati potenziati? Quanti professionisti sono stati assunti o resi effettivamente disponibili? Quanto sono diminuiti i tempi di attesa? Quali percorsi di prevenzione sono stati attivati e con quali risultati? Quanti spazi diurni e luoghi di aggregazione sono stati creati o sostenuti? Quali risorse sono state stanziate, quante sono state realmente spese e quali obiettivi sono stati raggiunti? E, sul piano locale, quali decisioni hanno assunto Comuni, servizi sanitari e istituzioni educative per sostenere i giovani e le loro famiglie?

Sono domande alle quali occorre rispondere attraverso indicatori verificabili, dati confrontabili e obiettivi dichiarati, non attraverso impressioni, annunci o conteggi di iniziative occasionali. Perché anche l’assenza di dati, quando non si è provveduto a raccoglierli, può rivelare un problema: ciò che non viene misurato rischia di non diventare mai una responsabilità. La consistenza di una politica si riconosce dalle risorse che mette in campo, dalla continuità degli interventi e dai risultati che riesce a documentare; la sua inconsistenza emerge quando le parole non si traducono in decisioni, le promesse non hanno scadenze e, anno dopo anno, le criticità restano le stesse. Non si tratta di giudicare le intenzioni, ma di rendere conto delle scelte. Non di chiedere se abbiamo parlato abbastanza di salute mentale, ma se abbiamo fatto abbastanza perché le persone potessero stare meglio.

Perché il benessere psicologico non si costruisce in una giornata e la prevenzione non può essere affidata a iniziative occasionali. Si costruisce nel tempo, attraverso scelte politiche, servizi pubblici adeguati, responsabilità educative condivise e luoghi nei quali nessuno debba sentirsi invisibile.

Non possiamo aspettare che il dolore diventi un’emergenza per riconoscere che esiste. E non possiamo chiedere ai giovani di trovare il coraggio di chiedere aiuto senza assumerci, come adulti e come comunità, la responsabilità di esserci.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

 

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