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Riforma della Corte dei conti: una svolta che indebolisce i controlli e mette a rischio il denaro pubblico

Di Marco Cavallaro

La riforma della Corte dei conti, approvata definitivamente il 27 dicembre scorso, solleva forti perplessità: lungi dal rafforzare il sistema dei controlli e della tutela del denaro pubblico intestato alla Corte, sembra, invece, comprometterne la funzione costituzionale di presidio contro sperperi e disfunzioni.
L’introduzione del meccanismo di esclusione automatica della responsabilità amministrativa per decorso del termine di 30 giorni dalla richiesta di parere (definito, con espressione invero poco appropriata, “silenzio-assenso”) non appare idonea a migliorare l’attività amministrativa. Al contrario, rischia di favorire l’adozione di provvedimenti dannosi non più sanzionabili, in quanto i termini stringenti del controllo riducono la capacità di intervento preventivo.
La previsione di una riduzione secca del danno al 30%, con limite massimo pari al doppio della retribuzione o indennità annuale, introduce un incentivo, invero, con effetto antitetico: anziché stimolare comportamenti virtuosi, potrebbe, infatti, indurre superficialità decisionale, poiché la responsabilità personale risulterebbe fortemente attenuata.
Ma l’effetto più problematico ed ingiusto di tale scelta è il ribaltamento sulla collettività della quota del pregiudizio economico, ovvero il restante 70% del danno, che non sarà recuperata da chi invece l’ha causato.
Ulteriori perplessità desta la legge delega sulla riorganizzazione della Corte, che prefigura una redistribuzione dei presidi territoriali ed una forte spinta verticistica e centralizzata alle Procure contabili. Si tratta di misure che riducono l’effettiva prossimità della Corte dei conti, nelle sue diverse declinazioni, alle amministrazioni locali ed alle comunità interessate e tendono ad indebolire l’indipendenza operativa dei Pubblici Ministeri contabili, compromettendo l’efficacia del controllo diffuso e, più in generale, dell’operato della magistratura contabile.
Peraltro, l’intero impianto riformatore non contempla alcun incremento di risorse umane o strumentali, né investimenti in tecnologie innovative, omissione che appare contrastare con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficiente l’azione della Corte.
Non si rinviene, in sostanza, nella riforma una chiara ragione giustificativa, che non potrebbe essere la necessità di fornire una soluzione alla cosiddetta “paura della firma”, che non ritengo derivi, per i buoni amministratori ed i bravi funzionari, dal timore dell’operato della Corte, bensì da una complessità normativa eccessiva e dall’assenza di strumenti formativi ed operativi adeguati, né, tantomeno, può essere ragionevolmente risolta mediante una riduzione preventiva delle responsabilità o dei danni risarcibili.
In generale, però, mi pare che la riforma sia, anzi, destinata a indebolire il sistema dei controlli e della responsabilità amministrativa cui è preposta la Corte dei conti, esponendo il patrimonio pubblico a maggiori sprechi e più diffuse inefficienze e minando alla radice i principi di buon andamento e legalità sanciti dalla Costituzione.

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