Il vangelo di Luca recita: “troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Una moltitudine di angeli esorta i pastori, non già i re, ad andare senza indugio a Betlemme dove Maria, la fanciulla di Nazareth, ha partorito il suo primogenito, in una stalla perché per lei e suo marito Giuseppe non c’era posto nell’albergo. Maria ascolta l’annuncio dei pastori e “da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.
Cosa meditava Maria sul mistero di quella nascita di cui sembra essere solo una muta testimone?
Cosa serba nel cuore, dalla notte dei tempi, ogni donna che diventa madre? Cosa medita ogni donna consapevole del mistero che si annida nel suo grembo da cui germinerà una nuova vita?
Nella gioia per l’arrivo di un bambino, quale posto, quale coralità, hanno i sentimenti di una donna che nasce alla funzione di madre? Il suo sentire unico del pulsare primordiale di un feto nel grembo e delle domande implicite rivolte alla madre, troppo spesso lasciata sola a fornire risposte?
Nella lettera a San Cristoforo, che ha assunto il compito di traghettare i viandanti in difficoltà da una riva all’altra di un fiume pericoloso, Alexander Langer scrive: “solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti di aver accettato il compito più gravoso della tua vita prendendo sulle spalle un bambino”.
Chi prenderà sulle spalle la madre, in un natale quotidiano protratto per anni a nutrire l’amore per un figlio non sempre frutto del desiderio ma del dovere, della colpa, della violenza, dello stupro etnico?
Chi prende sulle spalle la madre ad alleggerirne il peso dei demoni che urlano il dolore di un figlio non voluto? E la madre che aspetta il ritorno di un figlio prima di scoprirne la morte per mano di chi avrebbe dovuto proteggerlo? E la madre che aspetta il messaggio di un figlio in partenza da un aeroporto prima di sapere che è finito in un carcere, merce di scambio tra i potenti della terra? E la madre che riconosce suo figlio dalla punta del naso in un volto su cui si è addensato tutto il male del mondo? E la madre che ascolta, dal fondo di una barca alla deriva nella tempesta, il primo vagito di suo figlio che incontra il mondo nell’acqua gelida di una bottiglia per il primo bagno? E la madre che a Gaza “fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi / e nutre la patria con i suoi figli”? E tutte le madri minuscole, bastioni saldi, braci della memoria, ad illuminare del bagliore mattutino dell’infanzia figli non più bambini?
E dunque, Natale sia, per Maria che su quella mangiatoia vede incombere l’ombra della croce, per tutte le madri che vivono lo strazio di un figlio che non torna, per tutte le madri che, già pronte la casa lucente, le posate d’argento, le stoviglie di porcellana, la tovaglia di Fiandra ricamata, l’oca grassa arrostita, la musica in sottofondo, avranno in dono la libertà di condividere con un uomo la tenerezza di un ricordo lontano, restituito dalle note di una canzone, mentre fuori fiocchi scuri e argentei cadono lievi sui lampioni, “sulle nude colline, sulla buia pianura, sulle croci contorte, sulle pietre tombali divelte, sulla terra dei vivi e dei morti”.
Bibliografia
Il Vangelo secondo Luca (2,1-20);
A. Langer, Caro San Cristoforo, in G. Fofi, Ciò che era giusto, pagg.127-132, Edizioni Alphabeta, 2025;
J. Joyce, I morti, Mondadori Editore, 1993.
AA.VV., Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi Editore, 2025.




