di Leonardo Bagnasco
In economia non contano solo i numeri, ma anche le parole. Possono orientare un mercato, costruire un’identità, creare aspettative. Ma senza una strategia alle spalle restano solo parole.
Nel 2022 questo governo ha scelto di trasformare il Ministero dello Sviluppo Economico nel Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il segnale di una volontà politica ben precisa: mettere il marchio nazionale al centro e difendere il controllo delle aziende italiane.
Mentre la retorica del sovranismo riempie i discorsi ufficiali e cambia le targhe dei palazzi romani, il capitale italiano vive però una fuga senza precedenti. Dai trasporti alla robotica, dalla moda all’energia, molti dei gioielli storici del nostro Paese stanno progressivamente trasformandosi in asset di fondi e gruppi esteri. A fronte di una narrazione che racconta un’Italia “di nuovo protagonista”, i numeri restituiscono un quadro opposto, fatto di uno svuotamento lento e inesorabile delle proprietà tricolori. Secondo l’area studi di Mediobanca, infatti, la quota di imprese medio-grandi a controllo estero è cresciuta dal 29,7% del 2022 al 34,5% del 2024. Oggi oltre un terzo delle imprese medio-grandi italiane è passato al controllo straniero.
Il passaggio di proprietà a un gruppo estero, di per sé, non comporta affatto una conseguente crisi aziendale. Anzi, l’ingresso di capitali esteri può portare al risanamento dei bilanci, a una gestione più strutturata e all’accesso a reti commerciali globali che molte imprese familiari italiane faticano a costruire da sole.
Lamborghini, oggi parte del gruppo Audi, o Hitachi Rail, erede della storica Ansaldo Breda, sono esempi di aziende che sotto controllo straniero hanno rafforzato le proprie performance, ma hanno anche spostato fuori dai confini nazionali il baricentro delle decisioni strategiche.
Il punto non è la sopravvivenza dell’azienda, ma la perdita del controllo. Marchi storici italiani non sono più in mani nazionali e passano progressivamente a holding e fondi esteri. Il talento industriale del Paese continua a creare valore, innovare e conquistare mercati, ma sempre più spesso quel valore viene poi ceduto all’estero, insieme al marchio e a tutto il know-how.
Il conto salato arriva subito dopo, quando a spostarsi non è più solo la proprietà, ma la direzione strategica dell’impresa. Solitamente, infatti, dopo una fase iniziale di consolidamento, le funzioni a maggior valore aggiunto – ricerca e sviluppo, pianificazione finanziaria, marketing strategico – vengono progressivamente accentrate nei quartier generali esteri, mentre all’Italia resta, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di piattaforma produttiva ad alta qualità, priva però di reale capacità decisionale.
Il caso del Medical Sciences di Nerviano è emblematico: dopo l’acquisizione da parte di un gruppo cinese, uno dei principali poli italiani della ricerca oncologica ha progressivamente riallocato competenze e investimenti verso Shanghai, con il rischio concreto di dispersione del know-how e di ridimensionamento dell’occupazione altamente qualificata sul territorio nazionale.
La sincronia degli eventi sembra irridere proprio chi rivendicava la difesa dei marchi italiani: sotto il governo che ha fatto del sovranismo economico una bandiera, la proprietà nazionale arretra come non accadeva da oltre un decennio. Tra il 2023 e il 2026, infatti, il fenomeno ha smesso di essere episodico ed è diventato strutturale. A confermarlo i dati di KPMG, una delle principali e più autorevoli società globali di revisione e consulenza: nel solo 2024 si sono registrate ben 429 operazioni di acquisizione da parte di soggetti stranieri, per un valore complessivo di 36,2 miliardi di euro.
In questo quadro si collocano alcune delle cessioni più simboliche degli ultimi anni. Nei trasporti, Iveco Group è destinata a passare sotto il controllo di Tata Motors, mentre ITA Airways, nata dalle ceneri della “incedibile” Alitalia, è per il 90% nell’orbita di Lufthansa.
Nell’industria manifatturiera e nella robotica, Comau è stata ceduta al fondo americano One Equity Partners; nel comparto aerospaziale, Piaggio Aerospace è finita alla turca Baykar, attiva nei droni e nei sistemi aerei a pilotaggio remoto, oggi strategici sul piano militare.
Anche infrastrutture ed energia non fanno eccezione: la rete fissa di TIM, erede della storica SIP, è passata sotto il controllo di un fondo statunitense, e IP Italiana Petroli, marchio simbolo della raffinazione e distribuzione petrolifera italiana, è in fase di cessione alla Socar azera.
Nel lusso e nei servizi finanziari, marchi come Etro e Golden Goose hanno visto l’ingresso di capitali esteri, mentre il 51% di Prima Assicurazioni è finito sotto il controllo della francese AXA. Persino il simbolo del rito domestico italiano del caffè come Bialetti oggi risponde a una holding internazionale.
Il problema della perdita di controllo sulle imprese italiane non risiede in un’improvvisa debolezza, ma piuttosto nell’assenza di una politica industriale capace di sostenerle. Molte aziende, anche solide e competitive, si sono trovate a operare senza strumenti di sostegno strutturali, schiacciate da una combinazione di fattori che rende sempre più difficile restare indipendenti.
Il primo è il costo dell’energia, che in Italia resta mediamente superiore di circa il 30% rispetto alla media europea, anche a causa di interventi normativi rinviati o rimasti incompiuti, come il decreto Energia. Anche quando la produzione rimane in Italia, costi strutturali più elevati la rendono progressivamente marginale all’interno di gruppi multinazionali che confrontano gli stabilimenti su scala globale.
Il secondo è il credito: tra il 2011 e il 2024 i prestiti alle imprese sono crollati da 929 a 641 miliardi di euro, mentre in Francia e Germania sono cresciuti in modo significativo, rispettivamente del 70 e del 53%. In questo contesto, vendere diventa spesso l’unica strada per finanziare la crescita.
Il terzo fattore è l’incertezza normativa, ben rappresentata dal caso di Transizione 5.0: un piano annunciato con 6,3 miliardi di fondi, poi ridimensionato e infine reso operativo con mesi di ritardo attraverso decreti attuativi, rendendo di fatto impossibile una programmazione industriale stabile.
In questo scenario, il Fondo Sovrano del Made in Italy, con una dotazione di un miliardo di euro, appare totalmente insufficiente: basta pensare che la sola operazione Iveco–Tata vale quasi quattro volte l’intera disponibilità del fondo. Con strumenti di questa portata è difficile incidere sul controllo strategico delle imprese. Un marchio può anche restare italiano per design, ma se le strategie industriali vengono decise a Mumbai o a Pechino, il sistema Paese si riduce, nella migliore delle ipotesi, a una semplice succursale produttiva.
Ed è proprio questa la “migliore delle ipotesi”. Perché non è raro che, dopo alcuni anni, anche la produzione venga progressivamente spostata all’estero, dove i costi del lavoro sono più bassi e le scelte industriali seguono logiche di ottimizzazione globale, con conseguenze dirette sull’occupazione e sull’indotto.
Il caso Candy ne è solo un esempio. Dopo la cessione al gruppo cinese Haier, il marchio è stato progressivamente integrato nella strategia industriale globale del nuovo proprietario. In una prima fase la produzione italiana è stata mantenuta, ma nel tempo i volumi sono stati riallocati verso grandi impianti esteri. Con il cambio di strategia del 2024–2025 il ridimensionamento si è accentuato, e lo storico stabilimento di Brugherio è stato ulteriormente marginalizzato a favore di poli produttivi in Turchia e Cina.
Per capire cosa manca all’approccio italiano, basta guardare a come si muovono gli altri Paesi. In Francia lo Stato esercita un ruolo diretto di azionista, detenendo partecipazioni rilevanti in gruppi strategici come Renault, EDF, Orange o Air France-KLM, e utilizzando strumenti come la legge Florange, che rafforza il potere degli azionisti di lungo periodo e rende difficili le scalate ostili. A questo si affianca Bpifrance, la banca pubblica di investimento, che sostiene la crescita delle medie imprese senza costringerle a cercare capitali esteri.
In Germania, la protezione del Mittelstand, come viene chiamato il sistema di imprese familiari tedesche, passa invece da un solido legame banca-industria, incarnato dalla KfW, la banca pubblica di sviluppo, capace di finanziare massicciamente le transizioni tecnologiche, e da assetti proprietari schermati dalla borsa, come nel caso delle fondazioni che controllano gruppi come Bosch o Bertelsmann. A ciò si aggiunge la cogestione, che assegna ai lavoratori un ruolo formale nei consigli di sorveglianza, rendendo strutturalmente più complessi i processi di delocalizzazione o smembramento industriale. Un impianto di strumenti e di scelte politiche che nell’Italia di oggi appare un lontano miraggio.
Fuori dall’Unione Europea la tutela diventa ancora più esplicita. Negli Stati Uniti il comitato governativo CFIUS può bloccare senza esitazioni qualsiasi acquisizione ritenuta anche solo potenzialmente lesiva della sicurezza nazionale o della leadership tecnologica. Non prendiamo per nulla in considerazione una comparazione con la Cina, dove il confine tra Stato e impresa è quasi sempre puramente formale.
Da questo confronto emerge il vero nodo italiano: l’assenza del così detto capitale paziente. Mancano cioè soggetti – pubblici o para-pubblici – in grado di entrare nel capitale delle imprese e accompagnarle nelle fasi complesse, accettando orizzonti temporali più lunghi e rendimenti differiti.
In altri Paesi, quando un’azienda storica affronta un passaggio generazionale o una ristrutturazione profonda, può contare su strumenti e investitori disposti a sostenerla per dieci o vent’anni. In Italia, invece, l’imprenditore si trova stretto tra un sistema bancario sempre più prudente e fondi di private equity stranieri che operano con logiche di breve periodo, orientate alla massimizzazione del valore e alla rivendita nel giro di pochi anni.
Il passaggio da “Sviluppo Economico” a “Made in Italy” racconta l’illusione che un cambio di nome potesse sostituire una strategia industriale. La sovranità non si difende con operazioni simboliche né con l’istituzione estemporanea di nuovi indirizzi formativi, come il Liceo del Made in Italy. Si difende con una politica industriale coerente, che oggi non c’è.
Oggi il capitalismo familiare italiano, schiacciato da costi elevati, burocrazia e incertezza normativa, preferisce monetizzare e uscire dai settori strategici. Se questa tendenza non verrà invertita, del Made in Italy resterà solo il marchio istituzionale, mentre il cuore decisionale e tecnologico delle imprese avrà già cambiato cittadinanza. Non solo la fuga di cervelli, ma anche la fuga del valore che quei cervelli hanno costruito.




