di Leonardo Bagnasco
La riapertura parziale dell’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha prodotto in poche ore un effetto immediato sui mercati. Il Brent è sceso sotto i 100 dollari al barile solo perché una delle principali vie alternative allo Stretto di Hormuz ha ricominciato a trasportare greggio. È la dimostrazione di quanto, nell’attuale crisi e nel groviglio geopolitico mediorientale, il petrolio saudita possa diventare una formidabile leva politica, oltre che economica.
L’oleodotto attraversa per circa 1.200 chilometri la penisola arabica e collega le aree petrolifere orientali con il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Prima dell’attacco con droni dell’11 settembre attribuito a milizie filo-iraniane, trasportava circa 4 milioni di barili al giorno, quasi il 4 per cento dell’offerta mondiale, a fronte di una capacità massima di circa 7 milioni. I danni a tre stazioni di pompaggio ne hanno interrotto il funzionamento. Ora il flusso è ripartito a regime ridotto e per tornare alla piena operatività serviranno circa otto settimane.
Si tratta quindi di una ripresa importante ma ancora fragile, dentro una situazione estremamente complessa e in rapida evoluzione, nella quale guerra, energia, sicurezza delle rotte marittime e interessi politici dei singoli Paesi continuano a intrecciarsi.

Da quando la guerra con l’Iran ha drasticamente ridotto i transiti attraverso Hormuz, la via verso Yanbu è diventata essenziale per portare il greggio saudita sul mercato mondiale. L’interruzione dell’Est-Ovest aveva già costretto Saudi Aramco, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato saudita e tra le più grandi al mondo, a ridurre le forniture e aveva alimentato nuovi timori sui prezzi.
Per l’Europa, nell’attuale fase di tensione, anche pochi dollari in più o in meno sul prezzo del barile hanno conseguenze che vanno ben oltre il mercato petrolifero. I rincari dell’energia stanno tornando a pesare sull’inflazione, sui trasporti, sui costi delle imprese e sui bilanci pubblici. In Italia il Governo è già intervenuto più volte sulle accise del gasolio per contenere il caro carburanti, mettendo in campo risorse straordinarie per quasi 2,5 miliardi di euro. In diversi Paesi europei il tema energetico si intreccia con una fase politica delicata e con importanti appuntamenti elettorali.
Riad ne è perfettamente consapevole, ma il petrolio può diventare una leva negoziale soltanto se l’Arabia Saudita riesce a proteggere pozzi, raffinerie, oleodotti, porti e rotte marittime.
Per decenni il Regno mediorientale ha costruito gran parte della propria difesa sull’alleanza con Washington. L’attacco statunitense all’Iran e le successive rappresaglie di Teheran e degli Houthi contro i Paesi arabi alleati degli Stati Uniti hanno però incrinato la fiducia delle monarchie del Golfo nell’ombrello americano. Quell’ombrello non si è dimostrato impenetrabile sul piano militare e, soprattutto, oggi non garantisce più automaticamente un intervento diretto di Washington. Mohammed bin Salman ha chiesto infatti a Donald Trump di colpire gli Houthi, ma gli Stati Uniti hanno preferito non aprire, per ora, un ulteriore fronte. Il gruppo yemenita, dal canto suo, ha fatto sapere pubblicamente di non voler attaccare obiettivi americani.
L’alleanza tra Riad e Washington resta fondamentale, ma l’esperienza di queste settimane spinge l’Arabia Saudita a diversificare i propri riferimenti per la sicurezza. Mohammed bin Salman mantiene aperti più canali e ha parlato anche con Vladimir Putin, affrontando con il presidente russo la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb e una possibile soluzione diplomatica alla crisi.
L’Italia è già dentro questa partita. Dalla seconda metà di marzo Roma ha schierato nel Golfo la Task Force Air-Arabia, con circa 400 militari e mezzi dell’Aeronautica impegnati, su richiesta di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, nella sorveglianza e nella difesa dello spazio aereo. Il Regno Unito ha in questi giorni rafforzato a sua volta il proprio sostegno militare difensivo mettendo a disposizione, su richiesta saudita, un aereo cisterna della Raf per il rifornimento in volo dei velivoli di Riad.
La posizione italiana è però particolarmente esposta. Nella notte tra il 17 e il 18 settembre un Eurofighter italiano fermo nella base saudita di Ta’if è stato colpito durante un attacco attribuito agli Houthi. Nessun militare è rimasto ferito, ma l’episodio ha reso evidente che la presenza italiana non è più soltanto una questione diplomatica o strategica e può diventare un bersaglio materiale del conflitto.
Poche ore dopo è arrivato anche l’avvertimento politico da Sanaa. Un esponente del governo Houthi ha dichiarato che il gruppo non è in guerra con l’Italia e non intende coinvolgerla, chiedendosi però perché aerei italiani si trovino in Arabia Saudita a sostegno di Riad. Roma ha reagito allontanando uomini e mezzi dalle installazioni considerate meno sicure, senza però abbandonare la missione.
Parallelamente l’Italia sta spingendo altri Stati membri a rafforzare la protezione della navigazione nel Mar Rosso. La missione europea Aspides mantiene un mandato meramente difensivo, ma Crosetto ha chiesto la modifica delle strette regole di ingaggio, più mezzi e maggiore rapidità operativa per consentire ai mercantili di attraversare Bab el-Mandeb, arrivando a prospettare iniziative italiane senza attendere i tempi dell’Unione.
Su questo terreno potrebbe maturare l’offerta saudita all’Europa. Non esiste oggi un accordo formalizzato che preveda petrolio in cambio di protezione militare, ma gli elementi perché una trattativa di questo tipo possa prendere forma ci sono già. Italia e Arabia Saudita hanno elevato nel gennaio 2025 le loro relazioni a partenariato strategico, esiste un memorandum sulla cooperazione energetica e da anni è in vigore un accordo bilaterale nel settore della difesa. Il gruppo industriale italiano Leonardo ha inoltre ampliato la collaborazione con Riad nell’aerospazio e nella difesa.
Riad potrebbe mettere sul tavolo non tanto un petrolio scontato, quanto un petrolio sicuro. Vale a dire forniture più stabili, priorità nell’allocazione dei carichi disponibili, accordi di lungo periodo e una capacità produttiva sufficiente a contribuire a raffreddare i prezzi. In una fase segnata da rotte vulnerabili, guerra e forte volatilità dei mercati, sarebbe già un vantaggio enorme. Il calo del Brent seguito alla riapertura parziale dell’oleodotto Est-Ovest ha mostrato quanto il greggio saudita possa incidere rapidamente sui mercati.
È una logica che appartiene da tempo alla politica saudita. La ricchezza generata dal petrolio non è soltanto una risorsa economica, ma uno strumento con cui costruire relazioni, attrarre partner e acquistare influenza. Oggi anche la sicurezza può entrare in questo meccanismo di scambio. L’Arabia Saudita dispone di energia e della capacità di incidere sulla sua disponibilità sul mercato, mentre l’Europa dispone di tecnologie, capacità militari e industrie della difesa di cui il Regno ha sempre più bisogno.
Per i governi europei un’intesa di questo tipo potrebbe diventare difficile da ignorare. Per l’Italia significherebbe anche consolidare una relazione strategica già avviata con uno dei principali attori del Golfo. Il prezzo, però, non sarebbe soltanto diplomatico. Più Roma parteciperà alla protezione dell’Arabia Saudita, più crescerà il rischio che gli Houthi considerino uomini, aerei e navi italiane parte del dispositivo militare avversario. A Ta’if è stato colpito un Eurofighter senza conseguenze per il personale, ma un prossimo attacco potrebbe avere un esito ben diverso.
La convenienza economica e quella strategica finiscono così per misurarsi con un rischio molto concreto. Petrolio più sicuro, carburanti meno costosi e una maggiore stabilità energetica avrebbero un valore enorme per l’Italia e per l’Europa, soprattutto in una fase di forte pressione sociale e politica. Un coinvolgimento più profondo nella difesa saudita significherebbe però accettare anche la possibilità che militari italiani possano essere feriti o uccisi.
In uno scenario complesso e in rapidissima evoluzione, la scelta potrebbe presto diventare molto meno astratta di quanto sembri. Quanto vale la sicurezza energetica se tra i costi da mettere in conto c’è anche la vita dei nostri militari? Vale la pena correre questo rischio?




