Ci sono discorsi che sanno parlare a tutti, anche a chi non conosce le regole del gioco o non ha mai calciato un pallone. Quello pronunciato da Cristiana Girelli, capitana della Nazionale italiana di calcio femminile al Quirinale, non è solo il racconto di una semifinale sfiorata [l’Italia ha perso contro l’Inghilterra in semifinale agli Europei femminili. Ha subìto il 2-1 nei minuti finali dei tempi supplementari, dopo essere stata in vantaggio fino al novantacinquesimo]. È un inno limpido alla dignità, alla cultura, alla responsabilità collettiva che ci lega come cittadini. È la prova che lo sport può essere molto più che competizione: può diventare racconto vivo dei valori fondamentali su cui si regge il nostro convivere civile.
Quando Girelli dice: «Non è quel minuto a definirci. Ci definiscono il cammino, la fatica condivisa, le lacrime sincere», ricorda a tutti che il valore autentico sta nel percorso, non solo nel risultato. È un pensiero profondamente umano e profondamente civile: siamo persone, prima che atleti o studenti o altro, e ciò che costruiamo giorno dopo giorno ha più peso di qualsiasi vittoria. Ricordiamolo ai nostri figli, ai nostri ragazzi, ai nostri giovani atleti.
Ancora più forte è il passaggio in cui lega il sogno personale alla responsabilità verso gli altri: «Ogni bambina ha diritto di sognare come noi». Non è un privilegio, è un diritto. E quel “diritto” ci riporta all’articolo 3 della Costituzione, che chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza. Perché i sogni non siano riservati a pochi, ma diventino terreno comune. Teniamolo a mente.
Poi c’è quella frase che tutti dovremmo imparare a ripetere: «Lo sport non è solo un gioco. È cultura, educazione, futuro». Dietro queste parole c’è l’idea che crescere non significhi solo apprendere nozioni, ma imparare a vivere insieme: rispettarsi, rialzarsi dopo una caduta, riconoscere il valore dell’altro. È questo, in fondo, il cuore del patto educativo che la scuola, le famiglie e la società dovrebbero custodire ogni giorno. Non dimentichiamolo.
Quando la capitana dice che investire nello sport femminile significa credere in “un Paese più sano, giusto e consapevole”, sposta il discorso dalla retorica ai fatti: ci ricorda che il cambiamento non nasce da singoli gesti eroici, ma da scelte collettive, politiche, culturali. È un invito a costruire comunità, a immaginare un futuro dove il talento non venga frenato da stereotipi o disuguaglianze. Ricordiamocelo, sempre.
Infine, la promessa rivolta al Presidente della Repubblica — «Continueremo a lottare con dignità, coraggio e cuore» — è una lezione che vale per tutti: la coerenza tra le parole e le azioni, la consapevolezza che il rispetto si guadagna sul campo, ogni giorno. Che ci resti in mente e nel cuore.
In un Paese dove lo sport femminile ha dovuto combattere contro pregiudizi e marginalità, le parole di Girelli non raccontano solo una squadra: raccontano una trasformazione culturale che riguarda ciascuno di noi. Perché educare allo sport è educare alla cittadinanza, e sostenere un campo sportivo significa difendere spazi di libertà, crescita e incontro. Custodiamolo dentro di noi.
Allora, oggi, la domanda che rimane aperta è semplice ma scomoda: siamo davvero disposti a investire — tempo, energie, risorse — perché ogni bambina e ogni bambino possano sognare senza ostacoli?
E quanto di quello che facciamo ogni giorno costruisce davvero una società più giusta, più consapevole, più rispettosa, più umana?
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.



