Si chiama Ego il nuovo singolo di Greta Palmieri, in arte Gretel, uscito a settembre su tutte le piattaforme digitali. La cantante, ventisettenne di Corridonia ma originaria della Lituania, firma un brano intimo e malinconico che racconta la lotta interiore tra luce e ombra, trasformando fragilità e conflitto personale in musica. “Ego – racconta Gretel – nasce dalla mia dualità, quel contrasto tra la parte più introversa, che nascondo per timidezza, e quella più luminosa che sul palco riesce finalmente a mostrarsi.”
Greta, sul palco ti conoscono come Gretel, ma chi è Greta nella vita di tutti i giorni?
Greta è una ragazza semplice, timida, a volte ancora un po’ impaurita, ma che ha imparato a stare in piedi anche quando il terreno tremava. Gretel è la parte di me che sale sul palco, quella che osa dire le cose che Greta non ha mai avuto il coraggio di dire. Sono due facce della stessa persona, e oggi riescono a parlarsi con più dolcezza.
Nei tuoi brani non nascondi nulla: parli di adozione, bullismo, dislessia. Temi difficili, ma che diventano musica. Come li ricordi oggi, guardandoti indietro?
Sono ferite che non spariscono mai del tutto. L’adozione, il bullismo, la dislessia… sono esperienze che mi hanno segnata nel profondo, ma oggi fanno parte della mia identità. Sono stata adottata a nove anni, dopo un’infanzia in Lituania molto dura. Ho conosciuto la solitudine, l’abbandono, e il freddo — non solo quello dell’inverno, ma quello delle stanze vuote e del silenzio. Quando sono arrivata in Italia ho dovuto ricominciare da capo: imparare una lingua, fidarmi di nuovo, affrontare il bullismo, accettare la dislessia. Oggi però non mi vergogno più. Quelle esperienze sono diventate la mia voce. Quando scrivo, è come se trasformassi il dolore in qualcosa che finalmente respira.
In Ego racconti il contrasto tra luce e ombra, tra ciò che mostri e ciò che tieni dentro. Com’è stato fare pace con queste due parti?
All’inizio era una battaglia quotidiana. Cercavo di sorridere anche quando non avevo forze, come se la parte “ombra” fosse qualcosa da nascondere. Poi ho capito che non potevo continuare a combattere contro me stessa. La terapia mi ha aiutata molto, così come la musica. Mi ha insegnato che le ferite non sono solo punti deboli, ma anche luoghi da cui può entrare la luce. Non c’è stato un momento preciso in cui ho detto “ora va tutto bene”. È stato un percorso lento, fatto di piccoli passi e di tante ricadute. Oggi non credo di essere “guarita”, ma ho imparato a camminare insieme alle mie ombre. So accogliere anche quelle parti che un tempo avrei voluto cancellare.
Questo è il tempo in cui i social mostrano solo perfezione e sorrisi. Tu invece racconti fragilità. Credi che questo possa aiutare chi ti segue a sentirsi meno solo?
Lo spero. Per me i social non sono solo una vetrina: possono essere uno spazio per creare, condividere e cercare connessioni autentiche. Raccontare la mia fragilità è il modo in cui dico agli altri “non sei l’unico a sentirti così”. Allo stesso tempo, so bene che i social hanno dei limiti e possono essere crudeli: ti confronti con modelli irraggiungibili e rischi di sentirti sempre inadeguata. Anche a me capita. Quando succede, mi prendo una pausa per proteggermi e non perdere il senso di ciò che faccio. Preferisco restare fedele a me stessa, accogliendo le opportunità di dialogo e condivisione senza cedere alla pressione della visibilità. La mia forza, oggi, è riuscire a usare i social come strumenti di sincerità e connessione, senza farmi sopraffare.
Se dovessi dire a una ragazza o a un ragazzo che vive la tua stessa ansia o paura una sola cosa, quale sarebbe?
Direi: non avere fretta di stare bene. Non devi dimostrare niente a nessuno, e va bene se ci sono giorni in cui ti senti giù o confuso. La fragilità non è un errore, è solo una parte di te che merita di essere ascoltata. Quando smetti di scappare da quello che provi e inizi ad accettarlo, anche le paure e l’ansia trovano il loro posto. È lì che scopri di poter andare avanti davvero, senza dover fingere, e di poter essere te stesso anche nei momenti più difficili.
E oggi, quando canti Ego, cosa senti?
Sento tutte le mie versioni dentro di me: la bambina spaventata, l’adolescente che voleva sparire, la donna che ha imparato ad accettarsi. Sul palco, per quei minuti, non ho più paura di niente.
Se pensi ai tuoi coetanei, che fotografia vedi oggi?
Vedo una generazione piena di contrasti. Ragazzi e ragazze che sorridono sui social, ma spesso portano dentro silenzi, paure e domande che non riescono a condividere. C’è tanta voglia di essere accettati, ma anche tanta fatica nel capire chi siamo davvero. Eppure, in mezzo a questa fragilità, vedo una forza enorme: la capacità di rialzarsi, di cercare sé stessi, di reinventarsi. Forse la nostra generazione è proprio questo — un equilibrio precario tra vulnerabilità e coraggio.
Bullismo, ansia da prestazione, paura di non essere abbastanza… sono vissuti molto comuni. Quanto pensi che la società — e gli adulti — sappiano davvero ascoltare questo disagio?
Credo che l’ascolto vero sia ancora raro. Oggi si parla tanto di salute mentale, ma spesso lo si fa in modo superficiale, quasi di moda. Gli adulti tendono a spiegare, a correggere, a dare soluzioni immediate, ma poche volte si fermano ad ascoltare davvero. I ragazzi, invece, non cercano consigli pronti — cercano presenza. Vogliono sapere che c’è qualcuno disposto a stare accanto, senza giudicare. È innegabile: il contesto attuale ci spinge alla performance, all’immagine perfetta, e questo rende difficile ammettere la fragilità. Per questo servirebbe una cultura diffusa dell’ascolto diversa, più profonda, che parta proprio dagli adulti.
E quando manca quell’ascolto, spesso resta solo la solitudine. Tu che rapporto hai con la solitudine?
È una compagna difficile, ma necessaria. Per tanto tempo la solitudine mi ha fatto paura, perché mi ricordava il senso di abbandono che avevo provato da bambina. Poi ho capito che, se impari ad accoglierla, la solitudine può diventare uno spazio fertile: ti costringe ad ascoltarti davvero, a dare forma ai pensieri e alle emozioni. La chiave è non restarci intrappolati, ma trasformarla in un luogo di riconciliazione, non di fuga. Quando riesci a stare bene da solo, allora sei pronto a incontrare davvero gli altri.
C’è qualcosa che diresti agli adulti — genitori, insegnanti, educatori — per aiutarli a capire meglio i ragazzi di oggi?
Direi di rallentare. Di smettere di voler capire tutto subito. A volte gli adulti hanno paura del silenzio, e lo riempiono di parole, consigli o spiegazioni. Ma non sempre serve una risposta: a volte basta esserci. Un ascolto sincero, fatto di empatia e curiosità, può cambiare tutto. Se ci fosse più spazio per l’ascolto, ci sarebbero anche meno distanze tra generazioni. Perché, in fondo, non siamo così diversi: tutti abbiamo bisogno di sentirci visti, accolti e non giudicati.
Se dovessi descrivere in una parola ciò che oggi rappresenta la tua generazione, quale sceglieresti?
Rinascita. Perché, nonostante tutto, vedo nei miei coetanei una voglia di riscatto. Siamo una generazione che ha conosciuto la fragilità molto presto, ma che sta imparando a farne la propria forza. E forse proprio da lì, da quella parte imperfetta e fragile, nasce il futuro.
Con Ego ti sei raccontata con una sincerità disarmante. Se potessi parlare direttamente a chi ti ascolta, a chi magari si rivede un po’ nella tua storia, cosa vorresti davvero dirgli?
Vorrei dirgli che non è solo. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti in cui ci sentiamo persi, inadeguati o in conflitto con noi stessi. Ego nasce proprio da lì — dal bisogno di fare pace con le proprie fragilità e imparare a guardarsi con più gentilezza. Per tanto tempo ho pensato che le mie ferite mi rendessero “sbagliata”, ma oggi so che sono proprio quelle a raccontare chi sono. Vorrei che chi mi ascolta capisse che va bene essere imperfetti, va bene cadere, e che ogni parte di sé — anche quella che fa male — può diventare luce, se impariamo ad accoglierla. Non serve avere tutte le risposte, né mostrarsi forti a tutti i costi. Serve solo trovare il coraggio di restare, di ascoltarsi, di non fuggire da ciò che si è. Se qualcuno, ascoltando la mia storia, riesce anche solo per un attimo a sentirsi capito, allora tutto quello che faccio ha senso. Perché, in fondo, è questo che la musica dovrebbe fare: ricordarci che non siamo soli, anche quando tutto intorno sembra dirci il contrario.
Grazie, Gretel. Ogni giovane che ho incontrato – intervistato – in queste settimane per realmente.info lancia lo stesso messaggio agli adulti: smettetela di fingere perfezione. Siate presenti davvero. Ascoltate senza giudizio, senza fretta, senza consigli pronti. La fragilità non è un errore da correggere: è normale, va riconosciuta e imparata a governare, anche con l’aiuto di chi sa ascoltare.
Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani.




