In questi giorni una domanda rimbalza ovunque: nei titoli dei giornali, nei talk televisivi, nei social, nelle conversazioni quotidiane. La domanda è semplice, quasi brutale nella sua immediatezza: “Di chi sono i bambini?”
La domanda nasce dalla vicenda ormai nota della cosiddetta “famiglia del bosco”, una storia che ha riaperto un dibattito molto acceso sul rapporto tra genitori, figli e tutela dei minori. Il caso riguarda una madre e i suoi tre figli che vivevano in condizioni di forte isolamento. Dopo una serie di interventi dei servizi sociali e delle autorità competenti, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto il collocamento dei bambini in una struttura di accoglienza, ritenendo necessario un intervento di tutela.
La decisione ha acceso un confronto pubblico molto duro: da una parte chi parla di difesa dei diritti dei bambini, dall’altra chi teme un’ingerenza eccessiva dello Stato nella vita delle famiglie. Ed è proprio in questo clima che la domanda è diventata virale: di chi sono i bambini?
Confesso che ogni volta che la sento mi lascia un senso di disagio. Non solo perché semplifica una questione complessa, ma perché rischia di spostare il baricentro della discussione nella direzione sbagliata: quella degli adulti, delle loro ragioni, dei loro conflitti.
Eppure, quando si parla di bambini, il punto dovrebbe essere un altro.
Nei giorni scorsi ho letto su Vita.it un contributo molto interessante di Alessandra Santona, professoressa ordinaria di Psicologia dinamica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e responsabile scientifica di CIAI, organizzazione impegnata nella tutela dei diritti dei bambini e dell’infanzia in Italia e nel mondo.
La sua osservazione è tanto semplice quanto potente: la domanda è mal posta.
Chiedersi “di chi sono i bambini” rischia infatti di farci compiere un passo indietro verso una visione adultocentrica, in cui il punto di partenza diventano i diritti degli adulti e non quelli dei minori.
La domanda corretta, suggerisce Santona, dovrebbe essere un’altra: “Che cosa garantisce davvero il benessere dei bambini?” Se cambiamo la domanda, cambia anche il modo di guardare la questione.
A quel punto la discussione non riguarda più l’“appartenenza” dei bambini, ma le condizioni che permettono loro di crescere bene.
Nel nostro ordinamento il punto è molto chiaro. L’Articolo 30 della Costituzione italiana stabilisce che i genitori hanno il diritto e il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli.
Non si tratta solo di un legame affettivo: è una responsabilità precisa.
Quando questa responsabilità non riesce ad essere esercitata in modo adeguato, lo Stato può intervenire con strumenti di tutela per proteggere i minori.
Un principio che ritroviamo anche nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989 e recepita in Italia con la legge 176 del 1991, dove tra i diritti riconosciuti ai bambini c’è anche quello alle relazioni familiari e affettive.
È qui che entra in gioco un concetto centrale: la competenza genitoriale. Con questa espressione si indica la capacità degli adulti di svolgere il proprio ruolo di genitori in modo adeguato: prendersi cura dei figli, proteggerli, accompagnarli nella crescita, assumersi responsabilità educative.
È su questo terreno che si incontrano i bisogni dei bambini e le risorse degli adulti.
In questa prospettiva anche la vigilanza non è soltanto un obbligo giuridico: è prima di tutto una forma di cura.
C’è poi un altro aspetto che spesso dimentichiamo: la genitorialità non è soltanto una questione privata. È anche una responsabilità collettiva.
La società – attraverso scuola, servizi educativi, servizi sociali e politiche pubbliche – contribuisce a creare le condizioni che permettono ai bambini di crescere in modo sano.
Questo significa sostenere i genitori nelle difficoltà, prevenire situazioni di rischio per i minori e offrire opportunità educative e relazionali.
Quando tutto questo manca, o quando nel dibattito pubblico si perde di vista il punto di vista dei bambini, allora torna una domanda inevitabile: “Il benessere dei bambini è davvero al centro delle parole e delle scelte degli adulti?”
Per provare ad aggiungere uno sguardo più tecnico a questo tema ho voluto sentire anche l’avvocata Anna Di Cosmo (nella foto). Anna è presidente della locale Camera Minorile e della Famiglia della Marca, associazione con sede a Civitanova Marche aderente all’Unione Nazionale Camere Minorili. Si occupa di diritto minorile e della persona, con particolare attenzione alla tutela dei minori e delle relazioni familiari. Le ho chiesto di aiutarci a capire cosa succede quando lo Stato arriva a intervenire in modo così radicale da separare un figlio da un genitore.
Anna, quando può accadere una cosa del genere?
L’allontanamento dei figli dal genitore è una misura estrema, prevista dal nostro ordinamento solo in casi di eccezionale gravità. Il riferimento è l’Articolo 330 2° commadel Codice Civile italiano, che consente questo intervento quando è necessario proteggere i minori da situazioni per loro dannose, come maltrattamenti o abusi.
Perché questi casi generano sempre così tante discussioni?
Perché il punto più delicato è la valutazione complessiva dei fatti: quanto siano gravi, quali interventi alternativi siano possibili, e soprattutto se le misure adottate siano proporzionate alla tutela che si vuole garantire a quegli specifici minori. L’obiettivo deve essere sempre uno solo: proteggere i bambini senza peggiorare la loro situazione.
Tu hai letto il provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. È possibile commentare?
Posso dire di aver letto le quattordici pagine del provvedimento del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, che ricostruisce una serie di fatti succedutisi nel tempo dopo il collocamento della madre e dei suoi tre figli in una struttura. Ma bisogna dirlo con chiarezza: la valutazione compete esclusivamente a chi conosce direttamente quel fascicolo, quella storia e soprattutto quei minori.
Che impressione ti ha fatto il provvedimento?
Quello che emerge, leggendo il documento, è una guerra crescente tra la madre e chi ha cercato di svolgere un servizio per i suoi figli. Un atteggiamento conflittuale può essere anche comprensibile inizialmente, meno fisiologico è il risvolto successivo che ha assunto la vicenda, divenuta un vero e proprio scontro, allargatosi a dismisura.
Cosa bisogna ricordare in questi casi?
Una cosa fondamentale: questi procedimenti non sono contenziosi nel senso tecnico del termine cioè non sono cause tra due parti che litigano. Sono procedimenti di tutela dei minori. Questo dovrebbe restare sempre il punto di riferimento per tutti i soggetti coinvolti: genitori, operatori dei servizi, istituzioni, avvocati e anche chi racconta la vicenda pubblicamente.
Qual è la parola chiave in queste situazioni?
Collaborazione. Parliamo di processi in cui intervengono molte figure diverse: servizi sociali, operatori, magistrati, avvocati. E il ruolo di questi ultimi è particolarmente delicato, anche perché spesso gli altri soggetti si relazionano con loro come se si trattasse di un contenzioso. Ma quando non lo è, questo vale per tutti: serve un cambio di sguardo e di approccio. Non so se sia accaduto anche in questo caso, ma capita spesso: scatta il pregiudizio per cui l’avvocato non può rappresentare davvero l’interesse del minore. Eppure i Curatori, chiamati proprio a tutelarlo, sono avvocati. Anche gli avvocati dei genitori svolgono un ruolo fondamentale che, se riconosciuto e tenuto nella giusta considerazione da tutti i soggetti coinvolti, può davvero evitare il precipitare degli eventi. Tutti dovrebbero lavorare nella stessa direzione, quella del benessere dei minori. Quando si crea un clima di fiducia e dialogo, è più facile trovare la soluzione migliore – o la meno dannosa – per quei bambini, con quella storia e con quei genitori.
E quando la collaborazione viene meno?
Quando si rompe la fiducia e si entra in una spirale di conflitto, si creano dei cortocircuiti. Diventa molto più difficile adottare soluzioni davvero proporzionate ai fatti. Nel caso specifico, dagli episodi riportati nel provvedimento emerge una madre che in più occasioni è risultata non collaborativa e che, secondo quanto documentato, non ha sempre agito nell’interesse dei propri figli e non è stata capace di riconoscere che si stava offrendo un Servizio per loro. Situazioni del genere mettono gli operatori davanti a compiti molto difficili.
Che responsabilità hanno gli operatori?
Molto grande. Gli operatori selezionano fatti, li descrivono e li riportano a chi deve valutarne la gravità. Questo lavoro ha un peso enorme perché influenza il giudizio finale. Naturalmente sopra tutti restano i giudici, che devono assumere la decisione. E allora quando gli operatori hanno l’ingrato compito di doversi rapportare con un soggetto con il quale è difficile dialogare, che non capisce che si sta facendo un servizio per i loro figli e non collabora in nessun modo, cosa accade? Restano tutti neutrali? Ci riescono?
Qual è il rischio più grande?
Che il procedimento finisca per assumere un carattere punitivo. Ma questo non è il senso della norma. Se un genitore entra in conflitto con chi applica la legge – una legge che nasce per proteggere i suoi stessi figli – la responsabilità degli altri attori del sistema è proprio quella di non lasciarsi trascinare in una dinamica di scontro. Altrimenti si rischia di prendere decisioni influenzate dal conflitto, e non dal vero obiettivo della legge: la tutela dei minori. A questo punto, la domanda non è “di chi sono i bambini”. I bambini non sono di proprietà di nessuno: sono portatori di diritti autonomi, che però non sono in grado di far valere da soli. La vera domanda è un’altra: siamo capaci di mettere davvero al centro loro — e non noi adulti?”.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




