Di Rebecca Cerretani
La narrazione quotidiana delle guerre, nei media che seguiamo e nell’ambiente digitale in cui siamo immersi, produce spesso un effetto di assuefazione, quando non di vera e propria indifferenza. A questo si aggiunge quasi un fastidio per le ricadute concrete sulla nostra vita quotidiana: l’aumento dei carburanti, dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dell’inflazione.
Così, anche dati terribili rischiano di scivolarci addosso. È il caso delle notizie diffuse dall’Unicef il 30 maggio, secondo cui in una sola settimana 77 bambini sono stati uccisi o feriti in Libano. Oppure del confronto, drammatico, tra l’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, con circa 1.200 vittime israeliane, e la risposta militare di Israele a Gaza, che per numero di vittime civili e distruzione ha assunto proporzioni enormemente superiori. O ancora delle stime sulla guerra in Ucraina, dove alcune analisi internazionali parlano ormai di perdite complessive, tra morti e feriti, vicine ai due milioni. Numeri che dovrebbero fermarci, e che invece spesso ci fanno scuotere la testa solo per un istante, giusto il tempo di passare al video successivo.
Sabato pomeriggio, a Tolentino, l’associazione Civico 22 ha organizzato all’Auditorium della Biblioteca Filelfica un incontro che ha provato a rovesciare questa dinamica. I cittadini sono stati invitati a fermarsi, ascoltare e riflettere insieme, cercando “chiavi di lettura” dentro il caos globale, come ha spiegato nella sua introduzione il sociologo Leonardo Virgili, della redazione di Realmente.info.
Virgili ha condotto una conversazione con Mauro Gentili, del Circolo OltreConfine, e con Marco Tarquinio, giornalista oggi eurodeputato eletto come indipendente nelle liste del Partito Democratico, collegato online di ritorno dal Messico. I saluti introduttivi sono stati affidati a Paolo Dignani, coordinatore di Civico 22.
Il punto di partenza è stato netto: le guerre e le crisi che attraversano il pianeta non sono episodi isolati, ma parti di una trasformazione più profonda dell’ordine mondiale. Ucraina, Gaza, Iran, il ritorno delle logiche di potenza, il logoramento delle istituzioni internazionali e la fragilità europea vengono letti come tasselli di uno stesso scenario. “Siamo entrati in una fase in cui la guerra è stata nuovamente legittimata come strumento ordinario della politica”, ha sostenuto Tarquinio, individuando nell’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 uno spartiacque storico.
Da qui la riflessione si è allargata agli altri scenari internazionali, a partire dalla guerra a Gaza, definita da Mauro Gentili “un genocidio e insieme un processo di eradicazione di un popolo”. Nei conflitti di questi ultimi anni, il civile non è più soltanto una vittima collaterale ma diventa bersaglio strategico; la fame è usata come arma, gli ospedali sono bombardati, l’acqua e l’energia vengono trasformate in obiettivi militari. “Siamo all’anno zero dell’umanità” ha sottolineato con amarezza Gentili. “Non si colpisce soltanto per vincere militarmente — ha osservato Tarquinio — ma per distruggere le condizioni stesse della vita”.
Il confronto si è spostato poi sulla trasformazione tecnologica della guerra. Droni, algoritmi, intelligenza artificiale e guerra cibernetica stanno cambiando non solo le strategie militari, ma anche il rapporto umano con la violenza. “La tecnologia disinfetta l’orrore”, ha osservato Virgili nelle sue domande. Gentili ha ricordato l’uso sempre più massiccio di sistemi automatizzati capaci di selezionare bersagli senza alcuna valutazione umana finale; Tarquinio ha parlato invece di una “distanza morale” crescente tra chi ordina e chi uccide.
Sul fronte ucraino è emersa una doppia riflessione: da un lato il timore per la guerra ibrida russa, fatta di cyberattacchi, propaganda e disinformazione; dall’altro il rischio che l’Europa risponda soltanto con una nuova corsa al riarmo. Tarquinio ha criticato il programma “ReArm Europe”, se ridotto a semplice aumento delle spese militari nazionali senza una vera difesa comune europea. Anche perché, è stato osservato, i Paesi che più si stanno riarmando singolarmente sono Germania e Polonia, quest’ultima forse attraversata da timori provenienti sia da est che da ovest.
A questo proposito, Virgili ha richiamato lo strano affaire Cingolani, indicandolo come un esempio concreto della difficoltà italiana — e più in generale europea — a costruire una reale autonomia strategica nel campo della difesa e delle tecnologie militari. “L’amministratore delegato di Leonardo stava portando avanti il progetto Michelangelo Dome che puntava a integrare intelligenza artificiale, cyber defence e sistemi di comando in un’unica architettura europea, con 21 miliardi di opportunità stimate. I risultati erano solidi, il piano industriale in piena esecuzione. Eppure è stato rimosso. Secondo ricostruzioni giornalistiche, figure vicine all’area trumpiana — tra cui Alexander Alden, legato a Palantir — avrebbero fatto arrivare a Palazzo Chigi forti perplessità su quella linea di autonomia europea”. Tarquinio ha rilevato che per costruire una difesa comune europea è necessaria una “politica estera comune”, ma che questa volontà, nei fatti, ancora non c’è. Lo stesso Trump, secondo Tarquinio, vuole “pagare di meno per la difesa atlantica ma è comunque interessato a controllare la NATO”.
Il confronto si è poi allargato alla posizione dell’Unione Europea davanti alla tragedia palestinese. Gentili ha parlato di “cecità politica”, denunciando un evidente doppio standard rispetto alla guerra in Ucraina. “Siamo diventati incapaci di pensare alla pace”, ha affermato, richiamando le analisi del professor Alessandro Colombo. Tarquinio ha denunciato apertamente che l’Italia e la Germania hanno costituito una “minoranza di blocco” che ha fermato sanzioni e iniziative diplomatiche più incisive contro Israele, tradendo la spinta stessa della popolazione italiana che è scesa in piazza, nel 2025, in almeno cinque grandi manifestazioni. Proprio sull’Europa è arrivato uno dei passaggi più paradossali della serata: Donald Trump, indicato come uno dei principali destabilizzatori dell’ordine occidentale, potrebbe involontariamente contribuire a rafforzare il progetto europeo.
L’analisi ha toccato anche l’Iran. A una domanda specifica di Virgili sulle ragioni che hanno spinto Trump a entrare in questo conflitto, Tarquinio ha risposto che l’obiettivo non era certo “esportare la democrazia”, ma che lo scenario va letto dentro la competizione globale tra Stati Uniti e Cina, perché “molta parte della guerra per l’egemonia passa per le vie marittime”. Trump, secondo Tarquinio, si è inoltre fatto coinvolgere in quella che era la guerra di Netanyahu “che vuole distruggere Hezbollah, che è un gruppo filo-iraniano, in Libano”.
Il pomeriggio non si è concluso, fortunatamente, sotto il segno del pessimismo, anche se altre tensioni restano aperte. È stato evocato, per esempio, il rischio che Donald Trump e Xi Jinping, nell’incontro avuto in Cina, possano aver “scambiato” la libertà d’azione nelle Americhe con la riconquista di Taiwan. Le buone notizie, secondo Tarquinio, arrivano però da “il risveglio della società civile”, capace di mobilitarsi per “mete alte” al di là delle ideologie e della politica, sia in Italia che in Europa: “bisogna credere che si può incidere sui processi in corso – ha concluso – non bisogna rassegnarsi a niente”.




