giovedì, 15 Ottobre 2026
Clinica Lab
Clinica Lab
HomeApprofondimentoLa remontada spagnola nel campionato europeo dell'economia

La remontada spagnola nel campionato europeo dell’economia

di Leonardo Bagnasco

Immaginiamo un campionato europeo dell’economia nel quale a sfidarsi siano le quattro maggiori economie dell’Unione: Germania, Francia, Italia e Spagna. Come “anno zero” possiamo scegliere il 2020, quando la pandemia ha imposto a tutte una brusca frenata e, subito dopo, la stessa sfida: recuperare il terreno perduto e costruire una nuova fase di crescita.

Cinque anni dopo, chi ha saputo cambiare maggiormente passo? Per capirlo possiamo mettere le quattro economie alla prova su alcune delle gare decisive: crescita del PIL, occupazione e qualità del lavoro, salari reali e potere d’acquisto, inflazione, investimenti e produttività, deficit e debito pubblico. A fare da riferimento, fuori classifica ma sempre presente, c’è la media dell’Unione europea.

Cinque anni sono un periodo sufficiente per misurare non soltanto quanto le grandi economie europee abbiano recuperato dopo la pandemia, ma soprattutto quale direzione abbiano preso. Spagna, Italia, Francia e Germania hanno attraversato nello stesso arco di tempo la crisi sanitaria, le conseguenze delle guerre, lo shock energetico e la forte crescita dell’inflazione. Confrontarne oggi l’andamento significa osservare quali economie siano riuscite a trasformare meglio la ripresa in crescita, investimenti, solidità dei conti pubblici e miglioramento delle condizioni economiche delle persone.

Le traiettorie dei quattro Paesi, cinque anni dopo, appaiono molto diverse. Ma prima di guardare ai risultati delle singole “gare” vale la pena osservare com’era la griglia di partenza. Nel 2020 la pandemia colpì duramente tutte le principali economie europee: il PIL dell’Unione si ridusse del 5,9%, ma con effetti molto differenti. La Germania riuscì a contenere maggiormente la caduta, Francia e Italia subirono contrazioni molto più profonde, mentre la Spagna registrò il calo più pesante. Il quadro era quindi molto disomogeneo: Germania e Francia conservavano strutture economiche e finanziarie più solide, l’Italia portava con sé fragilità di lungo periodo e un debito molto elevato, mentre la Spagna usciva dalla pandemia con una delle situazioni più difficili sul fronte della crescita e dell’occupazione.

Quando Pedro Sánchez arrivò alla Moncloa, trovò un Paese segnato dagli effetti della grande crisi finanziaria e da una disoccupazione molto elevata. La pandemia aggravò ulteriormente il quadro: nel 2020 il PIL crollò di quasi l’11%, la contrazione più forte dell’Unione europea. È dopo quello shock che Madrid ha iniziato a recuperare rapidamente terreno.

La prima “giornata” del nostro campionato si gioca sul lavoro, ed è proprio qui che la Spagna ha cominciato a costruire una parte importante della propria eccezionale ripresa.

Madrid ha scelto innanzitutto di considerare l’immigrazione non soltanto come un fenomeno da gestire, ma come una leva per ampliare la popolazione attiva e rispondere alla domanda di manodopera. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2024 gli immigrati hanno contribuito per circa il 75% all’aumento complessivo dell’occupazione. Una componente rilevante arriva dall’America Latina e si è inserita non solo nei lavori meno qualificati, ma anche nella manifattura, nel commercio, nella sanità e nei servizi.

L’aumento della forza lavoro ha così sostenuto l’economia spagnola e attenuato quel vincolo demografico che pesa sempre di più su Paesi come Italia e Germania. Più persone in età attiva, più occupati e una maggiore disponibilità di manodopera hanno consentito alla Spagna di ampliare la propria base produttiva e di accompagnare la ripresa senza scontrarsi con la progressiva riduzione della popolazione in età da lavoro.

Sul versante della qualità del lavoro, la svolta è arrivata con la riforma del 2021, che ha fortemente limitato il ricorso ai contratti temporanei, per anni una delle principali debolezze del mercato spagnolo. Secondo l’OCSE, la loro quota è scesa dal 24,8% del primo trimestre 2022 al 14,8% del primo trimestre 2026.

Parallelamente Madrid ha spinto sul salario minimo, portato nel 2026 a 1.221 euro mensili per 14 mensilità, con un aumento del 66% rispetto al 2018. Anche sul potere d’acquisto il recupero è stato significativo: nel primo trimestre 2026 i salari reali erano ormai vicini ai livelli del 2021, con uno scarto di circa il 2%. In Italia, invece, restavano inferiori del 6,1%; in Francia erano tornati sostanzialmente ai livelli del 2021 e in Germania li avevano leggermente superati.

È soprattutto qui che il confronto mette in evidenza il ritardo italiano: il recupero delle retribuzioni reali resta molto più debole rispetto alle altre grandi economie considerate.

Un altro motore della crescita spagnola è stato il settore dei servizi, a partire da un turismo che ha continuato a rafforzare il proprio peso. Nel 2025 la Spagna ha raggiunto il record di 96,8 milioni di turisti internazionali e, con 513,6 milioni di pernottamenti, si è collocata al primo posto nell’Unione europea. La Francia resta il Paese più visitato al mondo per numero di arrivi internazionali, ma Madrid ha consolidato ulteriormente la propria forza sul mercato turistico.

La novità più interessante, però, è arrivata dai servizi non legati al turismo. Negli ultimi anni sono cresciute rapidamente le esportazioni di consulenza, servizi finanziari, trasporti, telecomunicazioni, informatica e attività digitali. Nel 2025 il surplus dei servizi non turistici ha raggiunto il massimo storico, pari al 2,4% del PIL; nei primi nove mesi dell’anno le esportazioni del comparto crescevano del 15,4% e l’avanzo del 33%.

È un cambiamento strutturale che ha reso l’economia spagnola più diversificata: accanto alla tradizionale forza del turismo, consulenza, ICT, ricerca, trasporti e servizi alle imprese hanno conquistato un peso crescente sui mercati internazionali.

Sul fronte degli investimenti, il confronto con l’Italia diventa particolarmente significativo. Il PNRR italiano vale 194,4 miliardi di euro, una quantità di risorse senza precedenti, e ha sostenuto un ampio programma di investimenti e riforme. Finora, però, questa spinta non si è tradotta in un’accelerazione altrettanto evidente della crescita e della produttività, che resta uno dei principali problemi strutturali dell’economia italiana.

La Spagna ha inserito le risorse europee in un programma di trasformazione che ha intrecciato investimenti e riforme su lavoro, formazione, digitalizzazione, energia e innovazione. Il 37% del piano è destinato agli obiettivi climatici e il 22% alla transizione digitale, con interventi anche sulla formazione professionale, sul mercato del lavoro e sull’efficienza della pubblica amministrazione. La Commissione europea indica proprio nella combinazione tra riforme e investimenti uno degli elementi centrali del successo spagnolo.

La differenza emersa finora sta quindi soprattutto nella capacità di trasformare quelle risorse in maggiore dinamismo dell’economia. In Spagna questo legame appare più evidente; in Italia, nonostante l’enorme volume di investimenti mobilitati, il salto di produttività e crescita atteso resta ancora in larga parte da realizzare.

Passando a un altro indicatore, anche i conti pubblicirestituiscono quattro fotografie molto diverse. Nel 2025 la Spagna ha chiuso con un deficit al 2,4% del PIL, la Germania al 2,7%, l’Italia al 3,1% e la Francia al 5,1%. Nel 2026 le traiettorie tendono però a divergere ulteriormente: Madrid dovrebbe mantenersi intorno al 2,4%, mentre il deficit tedesco è atteso in aumento verso il 3,7%, soprattutto per i maggiori investimenti pubblici e la spesa per la difesa. In Francia la situazione resta ancora più critica: le indicazioni più recenti collocano il disavanzo 2026 intorno al 5,4%.

Per l’Italia il dato certo resta il 3,1% del 2025, mentre il quadro dei prossimi esercizi è ancora legato alle scelte della nuova manovra e alla richiesta del governo di maggiore flessibilità europea per fronteggiare energia e inflazione.

A proposito di inflazione, arriviamo all’ultima prova del nostro immaginario campionato, forse quella che i cittadini hanno avvertito più direttamente: la perdita di potere d’acquisto provocata dal forte aumento dei prezzi. Tra il 2021 e il 2025 la Francia è riuscita a contenere meglio la fiammata inflazionistica, mentre tra le quattro grandi economie la Germania ha registrato l’incremento cumulato più elevato. Spagna e Italia hanno invece viaggiato praticamente appaiate, con un aumento complessivo dei prezzi di poco superiore al 18%.

È proprio il confronto tra Madrid e Roma a mostrare quanto uno shock inflazionistico molto simile possa produrre conseguenze diverse. In Spagna la crescita delle retribuzioni, insieme al forte aumento del salario minimo, ha consentito di recuperare gran parte del potere d’acquisto perduto. In Italia, invece, la distanza dai livelli pre-inflazione resta molto più ampia, circa tre volte superiore. A parità quasi di aumento dei prezzi, quindi, l’impatto sui salari reali è stato sensibilmente più pesante per i lavoratori italiani.

Fig. Confronto grafico tra le quattro maggiori economie europee

Alla fine di questo ipotetico campionato tra le economie europee, più che un semplice confronto tra risultati emerge soprattutto la distanza tra le strategie adottate. La Spagna di Pedro Sánchez ha scelto di intervenire su alcuni nodi strutturali: più forza lavoro attraverso l’immigrazione, meno precarietà, salario minimo più alto, investimenti, formazione, digitalizzazione e sviluppo di nuovi servizi. È una linea di politica economica portata avanti da un governo socialista e fortemente contestata dagli avversari politici, ma i risultati raggiunti in questi cinque anni mostrano una crescita sostenuta, accompagnata da cambiamenti significativi nel mercato del lavoro e nella struttura produttiva.
Altrove il quadro è diverso. La Francia liberale di Macron è entrata in una fase di forte fragilità politica e finanziaria, con un debito crescente e margini di manovra sempre più stretti. La Germania di Merz sta reagendo alla crisi del proprio modello industriale con una forte espansione degli investimenti pubblici e della spesa militare. Quest’ultima può sostenere l’attività economica nel breve periodo, ma presenta effetti molto più incerti sulla produttività e sulla crescita di lungo termine rispetto agli investimenti destinati a infrastrutture, innovazione e capitale umano. Sarà quindi nei prossimi anni che si potrà valutare quanto questa scelta contribuirà davvero a rilanciare la reale capacità produttiva tedesca.
In Italia, invece, negli anni del governo Meloni l’intervento economico si è concentrato soprattutto su piccole misure fiscali, incentivi e interventi rivolti a singole categorie, mentre restano aperti i grandi nodi strutturali di salari, produttività, innovazione, formazione e infrastrutture. Anche l’OCSE continua a indicare proprio questi terreni come decisivi per rafforzare le prospettive di crescita del Paese.

Cinque anni dopo la pandemia, la Spagna è il Paese che ha mostrato quindi il cambiamento più marcato nella propria traiettoria economica, mentre Francia, Germania e Italia arrivano allo stesso passaggio con difficoltà e priorità differenti. Nel nostro ideale campionato, però, non conta soltanto il punteggio finale, ma anche la “qualità del gioco”, la capacità cioè di trasformare la crescita in lavoro più stabile, salari che recuperano potere d’acquisto e benefici più diffusi nella società. È su questo campo da gioco che il caso spagnolo si distingue maggiormente, perché la crescita non è rimasta confinata ai numeri macroeconomici ma ha coinvolto in misura più ampia l’intera squadra-Paese.

Realmente Info
Realmente Info
Realmente è uno spazio di riflessione sul mondo reale. Offriamo analisi critiche e punti di vista alternativi per comprendere meglio l’attualità e il nostro tempo.
TI POTREBBE INTERESSARE...

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine
Google search engine

I più letti

Approfondimento

Ascolti bassi per Porta a Porta: il segnale di una crisi più ampia

I bassi ascolti dello speciale di Porta a Porta per i trent’anni del programma rappresentano un segnale che va oltre il destino di Bruno...