Oggi vi presento Federico Bollini, una persona che da anni mette cuore, testa e competenze al servizio di chi vive situazioni difficili legate alle dipendenze.
Laureato in Neuroscienze Cognitive e Riabilitazione Psicologica alla Sapienza di Roma, Federico collabora dal 2012 con l’Associazione GLATAD Onlus, dove si occupa di prevenzione dell’abuso di sostanze, alcol, gioco d’azzardo e dipendenze digitali, soprattutto tra i più giovani.
Ma il suo impegno non si ferma qui: lavora anche come operatore nella Comunità Terapeutica Diurna Zero, che accompagna chi sta affrontando un percorso di cura per uscire dalla dipendenza, in stretta collaborazione con il Dipartimento Dipendenze Patologiche di Macerata.
Con lui non parleremo di numeri e diagnosi, ma soprattutto di storie, di ascolto, di fragilità che chiedono attenzione e non giudizio.
Federico, tu che vivi quasi ogni giorno tra ragazzi e ragazze – non solo a scuola, ma anche per strada, nei centri di aggregazione, nei luoghi “veri” dove si incontrano davvero – che effetto vedi sui ragazzi quando in classe o in un gruppo arriva l’ex tossicodipendente a raccontare la sua storia? Funziona ancora davvero questa modalità? Non c’è il rischio che diventi, anche senza volerlo, una figura quasi “affascinante”, un esempio trasgressivo che finisce per attirare più che spaventare?
Nella mia breve esperienza lavorativa, non ci siamo mai avvalsi delle testimonianze di ex tossicodipendenti come strumento di prevenzione, se non in riferimento al Disturbo da Gioco d’Azzardo (G.A.P.).
La storia di un individuo – che è, a tutti gli effetti, una storia clinica – è molto difficile da gestire e interpretare per la maggior parte delle persone. È qualcosa che, pur essendo interessante e a tratti anche spettacolare, credo sia più utile in un contesto clinico. La narrazione di sé stessi, che ciascuno di noi costruisce, ha infatti soprattutto un valore personale e psicoterapeutico, più che educativo per gli altri.
Più che un rischio di fascinazione, vedo il pericolo di una cattiva interpretazione e di una scarsa utilità legata all’unicità della storia personale.
In genere, si preferisce puntare sullo sviluppo delle competenze per la vita – le cosiddette Life Skills (autoconsapevolezza, gestione delle emozioni, gestione dello stress, empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci, pensiero critico, pensiero creativo, prendere decisioni, risolvere problemi) – come fattori di protezione, di prevenzione. Per quanto riguarda le sostanze stupefacenti e, più in generale, le dipendenze, è più efficace partire da un’informazione chiara, veritiera, senza censure o bugie. Successivamente, si lavora su ciò che può davvero proteggere le persone dall’abuso e dalla dipendenza, valutando i rischi per la salute fisica, ma soprattutto per quella mentale. Non è utile fare leva sulla paura per educare e prevenire: è molto più importante avere idee chiare su quali siano concretamente i rischi e le conseguenze, sia a breve che a lungo termine.
E quando arrivano le forze dell’ordine a parlare di sostanze, regole, rischi?
Secondo te che effetto fa? Può ancora avere un senso educativo o rischia di sembrare un messaggio calato dall’alto, che i ragazzi ascoltano più per obbligo che per reale interesse?
Di solito, quando la questione droga viene affrontata dalle forze dell’ordine, l’approccio è incentrato sulle conseguenze legali, spesso con un tono moralistico e giudicante che fa leva sulla paura. È comunque legittimo parlarne anche in questi termini; io stesso sono un grande sostenitore del dialogo in tutte le sue forme.
Ma ti propongo una riflessione: un ragazzo potrebbe davvero sentirsi libero di esprimere una curiosità o anche solo un dubbio su queste tematiche davanti a chi ne parla in modo così rigido e giudicante?
Credo che chiunque, in un contesto del genere, si sentirebbe intimidito. Come dici tu, ascoltare un poliziotto o un carabiniere che parla di sostanze spesso genera timore – e non solo nei ragazzi, ma anche negli adulti. Il lavoro preziosissimo delle forze dell’ordine è un altro: intercettare e contrastare i traffici illeciti, dunque reprimere.
Invece, informare sui rischi e promuovere la salute mentale è compito degli educatori e dei professionisti della salute mentale.
Molti adulti pensano ancora che chi inizia a usare droghe, a giocare d’azzardo o abusare di alcol “sbagli e basta”. Ma sappiamo che all’inizio può sembrare una scelta perfino “logica”: per sentirsi più forti, più dentro al gruppo, meno ansiosi. Quanto è importante partire da questa consapevolezza per costruire interventi che parlino davvero ai ragazzi?
La consapevolezza è forse la cosa più importante nella vita, perché guida i nostri comportamenti, soprattutto quando parliamo di rischi. La parte più scomoda è che la consapevolezza autentica nasce dall’esperienza. Purtroppo, oggi le esperienze nel nostro mondo sono diventate così varie, estreme e talvolta pericolose da poter risultare persino letali. Quando pensiamo, progettiamo e realizziamo interventi, partiamo sempre da un’informazione chiara e veritiera: questa però è solo la base.
Il passo successivo è stimolare una riflessione profonda, cercando di far capire ai ragazzi che se qualcosa arriva in modo automatico e senza sforzo – come l’effetto euforizzante o di sollievo dato da una sostanza – si tratta di qualcosa di artefatto. È un po’ come un farmaco che toglie il dolore istantaneamente: un sollievo effimero che porta presto a tornare alla condizione iniziale, se non addirittura a una situazione peggiore. Questo è un modo per promuovere la consapevolezza vera.
Dal nostro punto di vista di adulti ed educatori, iniziare a fare uso di droghe, giocare d’azzardo o abusare di alcol sono comportamenti sbagliati: sappiamo bene a quanti e quali rischi espongono, spesso inutilmente.
Resta però il fatto che l’adolescenza, come fase fondamentale della vita, porta inevitabilmente a voler correre dei rischi per sperimentare e conoscere la vita stessa. Se questo accade, il nostro compito è accompagnare i ragazzi in un’analisi chiara e profonda, per aiutarli a diventare più consapevoli e capire, in fondo, che non ne vale davvero la pena.
Come possiamo aiutarli a vedere che quel sollievo iniziale, alla lunga, diventa una trappola? E come possiamo far capire che anche comportamenti apparentemente “normali” o diffusi – bere troppo il weekend, energy drink, ore sui social o videogiochi, scommesse online – possono essere segnali di un disagio che non va sottovalutato?
Solo domande difficili fai tu! [ride]
Non esiste una risposta univoca a questa domanda: capire le diverse “trappole” in cui possono condurre certi consumi e comportamenti rientra nella storia personale di ciascuno, soprattutto sul piano delle relazioni. Sono proprio le relazioni, infatti, le prime a saltare quando si abusa o si cade in una dipendenza.
Posso dirti che, nella società dei consumi in cui viviamo oggi, è completamente svanito quel rito di passaggio che accompagnava l’individuo dall’adolescenza all’età adulta. Questo ha creato un vuoto tra le generazioni, che i gruppi giovanili hanno riempito in modi diversi, talvolta rischiosi. Durante l’adolescenza, la pressione sociale dei pari è massima, e i modelli di riferimento che propone la società non aiutano: sono modelli fondati sul consumo. Il lato più oscuro di questa cultura è proprio il consumo fine a sé stesso: tabacco, alcol, sostanze… che da sempre, in varie forme, hanno fatto parte dell’esperienza umana.
Nella nostra storia recente, il problema si è aggravato per due motivi principali.
Il primo riguarda la raffinazione resa possibile dall’avvento della chimica: basti pensare all’alcol. Prima dell’invenzione della distillazione, l’alcolismo era un fenomeno marginale nelle società. Quando si aumenta il “potere drogante” di una sostanza – come appunto con la distillazione – aumentano anche i danni potenziali, in particolare sulla salute mentale.
Il secondo motivo è la massificazione dei consumi: quando il consumo diventa di massa, cresce inevitabilmente il numero di persone che rischiano di sviluppare dipendenze o problematiche correlate.
Si dice sempre che “prevenire è meglio che curare”, ma tu che lavori sia a scuola che fuori, che cosa significa concretamente? Come dovrebbe muoversi una comunità, non solo la scuola, per fare davvero prevenzione?
[ride] La comunità dovrebbe prima di tutto esistere! Mi spiego meglio. [torna serio]
Purtroppo, a mio giudizio, nella stragrande maggioranza dei casi oggi non ci sono vere comunità: viviamo in una società fortemente individualista e spesso egoista, dove ciascuno guarda solo al proprio piccolo orticello, al massimo pensando al bene della propria famiglia. Oggi è davvero difficile trovare comunità in senso autentico; resistono quasi solo le Comunità Terapeutiche.
La lotta per la salute mentale – dentro cui rientrano anche il consumo di sostanze e le dipendenze – passa proprio attraverso la partecipazione attiva e il sentirsi integrati: qualcosa che una vera comunità potrebbe offrire. Ma è difficile sentirsi parte di qualcosa se ciò che vediamo attorno a noi sono solo status symbol legati alla ricchezza, al successo, all’idea di valere solo se si possiede sempre di più.
La scuola, in questo senso, è per noi un grande alleato: innanzitutto perché riunisce in un unico luogo la popolazione giovanile, ma anche perché stimola dinamiche che si allontanano da questo modello di consumo egoista.
Abbiamo però una grande responsabilità: dobbiamo includere davvero i giovani nei processi decisionali e nella gestione politica dei territori, renderli partecipi, anche se le loro priorità non coincidono quasi mai con quelle del mondo adulto. Significa metterli realmente al centro, farli sentire protagonisti del futuro e della progettazione del presente. Purtroppo, almeno per ora, tutto questo mi sembra ancora un’utopia.
Perché pensi sia più efficace aiutare i ragazzi a riconoscere e gestire ansia, stress, aspettative del gruppo, piuttosto che fermarsi alla classica lezione sui danni delle droghe o delle dipendenze? In che modo questo cambia davvero qualcosa?
Che bella domanda!
La classica lezione sui danni delle droghe non è da demonizzare, anzi: se fatta bene, includendo anche una spiegazione dei meccanismi d’azione sul sistema nervoso, può essere davvero utile. Sapere, ad esempio, cosa fanno le varie sostanze alle nostre sinapsi e ai neuroni è qualcosa che colpisce e sensibilizza tutti. Naturalmente questo è solo un punto di partenza, che si può proporre a ragazzi abbastanza grandi – direi dai 16 anni in su – per poterlo comprendere davvero.
La corretta educazione emotiva (ed affettiva), invece, ha un valore molto più profondo, duraturo e spendibile nella vita di tutti i giorni, e può iniziare anche in età più precoce. Porto l’esempio di un progetto di cui sono stato tra gli ideatori ed esecutori, Build The Future, che ha coinvolto bambini dalla terza elementare fino a ragazzi di terza media. Con loro non abbiamo parlato direttamente di droghe o alcol: abbiamo affrontato il tema dell’educazione emotiva, aiutandoli a riconoscere le emozioni in sé stessi e negli altri, a capire che tutte le emozioni sono utili, e che una corretta gestione e consapevolezza delle emozioni può guidare i nostri comportamenti in modo positivo per la nostra crescita e per le nostre scelte.
Imparare a gestire stress, ansia e stati d’animo spiacevoli o potenzialmente invalidanti permette alla persona di costruirsi risorse interne per affrontare meglio le difficoltà della vita, evitando di cercare sollievo solo in fonti esterne e potenzialmente dannose. Sapersi ascoltare, rispettare, capire davvero di cosa abbiamo bisogno psicologicamente – contando soprattutto su noi stessi – è una competenza che nemmeno molti adulti hanno. Sarebbe fantastico se la prossima generazione potesse crescere con questo bagaglio: sarebbe un enorme aiuto per affrontare un mondo che sta diventando sempre più stressante, ansiogeno e orientato alla performance
Se immagini una scuola, o un centro giovanile, o una piazza che voglia essere un luogo che previene – non solo che informa – che cosa dovrebbe avere di diverso?
Cosa serve, oltre ai progetti “a spot” o agli incontri di un’ora?
Wow, mi piacciono molto questi giochi di immaginazione!
Se penso a una scuola, un centro giovanile o una piazza che voglia essere un vero luogo di prevenzione — non solo di informazione — credo che dovrebbe avere alcune caratteristiche speciali.
Prima di tutto, dovrebbe essere un ambiente dove si respira libertà: la libertà di esprimersi, di avere le proprie idee e di condividerle senza paura. Questo, secondo me, è ciò che meglio accoglie le persone. Inoltre, dovrebbe basarsi sul rispetto reciproco, valorizzando l’unicità di ciascuno. Dovrebbe promuovere una partecipazione attiva, così che ogni individuo possa contribuire a costruire il proprio spazio in base alle necessità personali e collettive. Le regole, poi, dovrebbero essere poche, chiare, positive e condivise da tutti.
Forse in questo discorso il concetto di prevenzione sembra un po’ sfuggire, ma se si riuscisse a creare un luogo con queste caratteristiche, si formerebbe una vera comunità — e la comunità è proprio alla base del prendersi cura. Un po’ troppo utopico? [sorride]
Quanto conta, secondo te, costruire un clima di fiducia vera tra ragazzi, educatori, insegnanti, famiglie? E come si può fare, anche in contesti informali dove magari l’adulto arriva “da fuori”?
La fiducia è un aspetto fondamentale di qualunque rapporto umano. È la prima cosa che un neonato prova verso chi si prende cura di lui. Crescendo, si sviluppano altre modalità relazionali, e la fiducia — si spera — diventa reciproca. Mostrare fiducia è spesso il modo migliore per riceverla a propria volta. Un altro modo per costruire fiducia è il confronto alla pari: usare un linguaggio comune, condividere prospettive e, soprattutto, praticare un ascolto autentico. Chi si sente ascoltato ha molte più probabilità di mettersi a sua volta in ascolto.
Le ultime generazioni, in particolare, hanno una reale necessità di essere ascoltate. È sorprendente quanto i ragazzi, soprattutto in contesti informali, siano disponibili ad aprirsi. Quando questo accade, la fiducia è in una sorta di sospensione: in quel momento, come educatori, bisogna essere non giudicanti e accoglienti, accettare l’unicità di ogni vissuto. Questo atteggiamento rafforza ulteriormente il clima di fiducia. Sono però aspetti che non si possono insegnare facilmente e che non funzionano in modo uguale per tutti.
Tu che conosci bene i ragazzi, pensi che educatori e genitori dovrebbero diventare un po’ più “antenne” che “giudici”.
Purtroppo è molto facile cadere nel giudizio, soprattutto a una certa età [ride]. Come educatori, però, abbiamo il dovere di essere figure di riferimento, non giudici. È il nostro esempio, più che un’autorità dall’alto, a guidare le scelte di chi ci affidiamo. Essere “antenne”, come dici tu, è sicuramente un ottimo punto di partenza, ma resta solo l’inizio. Quello che dovremmo davvero essere è un esempio, sia per noi stessi sia per gli altri.
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Quali piccoli segnali possono dirci che un ragazzo sta entrando in una zona di rischio?
I segnali che un ragazzo sta entrando in una zona di rischio sono spesso legati a un progressivo distacco dai suoi riferimenti quotidiani. Ad esempio, si possono notare un calo del rendimento scolastico, una diminuzione dell’interesse per lo sport o altre attività extracurriculari, un cambio improvviso nelle frequentazioni, sbalzi d’umore evidenti o movimenti insoliti di denaro. Tutti questi segnali indicano che qualcosa sta cambiando. Con un clima di fiducia adeguato, è possibile approfondire la situazione, capire cosa non va e, successivamente, offrire un supporto efficace.
E come possiamo aiutarli a diventare più solidi “dentro”, più capaci di affrontare i momenti difficili senza rifugiarsi in sostanze, nel gioco, nei social? Magari la parola “resilienza” rischia di sembrare astratta: come la spiegheresti a loro, in modo concreto?
Usando la parola “rifugiarsi” hai colto nel segno. Tutte le cose che hai elencato sono fondamentalmente fonti di piacere a cui l’essere umano è naturalmente attratto. Il problema, però, è che quando diventano un sollievo nei momenti difficili, rischiano di trasformarsi in rifugi dannosi. Ed è proprio questo che non deve accadere. Essere consapevoli dei propri stati emotivi e riconoscere quando qualcosa sta diventando un rifugio è fondamentale, perché da lì iniziano i problemi. Educare i ragazzi a conoscersi, ad ascoltarsi e ad affrontare le difficoltà senza nascondersi o rifugiarsi è il nostro compito come educatori. Dobbiamo comunicare loro che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di forza, e che non verranno giudicati per questo. Secondo me, questa è la chiave.
Si parla tanto di “comunità educante”. Se dovessi spiegarlo a un ragazzo o a un genitore, in parole semplici, che cos’è? E perché è così decisiva oggi?
I nostri figli non sono solo nostri: dovrebbero essere figli di tutta la comunità. Questa è la chiave del concetto di “comunità educante”. In quanto adulti, ognuno di noi può — e deve — essere una figura di riferimento. È fondamentale che come adulti ne siamo consapevoli. Girarsi dall’altra parte di fronte a un comportamento scorretto di un ragazzo più giovane, solo perché non è nostro figlio o non lo conosciamo, non è un atteggiamento accettabile. Lo stesso vale per i ragazzi più grandi nei confronti dei più piccoli. Come insegna il metodo Montessori, è il grande che aiuta il piccolo.
Guardando avanti, se dovessi dire quali sono, per te, i pilastri su cui si fonda una prevenzione che funziona davvero, quali citeresti?
Se dovessi indicare i pilastri su cui si fonda una prevenzione che funziona davvero, direi che il primo, e forse il più importante, è la consapevolezza. Ne abbiamo già parlato molto: la consapevolezza va oltre la semplice conoscenza, nasce dall’esperienza e da una riflessione profonda su se stessi e sul mondo. Un altro punto fondamentale sono le Life Skills, quelle competenze essenziali per la vita. Te le elenco nuovamente: Consapevolezza di sé; Gestione delle emozioni; Gestione dello stress; Comunicazione efficace; Relazioni efficaci; Empatia; Pensiero creativo; Pensiero critico; Prendere decisioni; Risolvere problemi. Immagina se ciascuno di noi riuscisse a rafforzare questi aspetti: sarebbe come dotarsi di una cassetta degli attrezzi preziosa, capace di aiutare a fronteggiare tanti rischi e a evitare comportamenti devianti. Credo davvero che investire su queste competenze sia la chiave per costruire un futuro più sano e sereno per tutti..
E per chiudere: se potessi lasciare un messaggio diretto a genitori, insegnanti, educatori, ragazzi stessi, quale sarebbe?
Uno slogan lapidario: l’errore non deve essere condanna, ma fonte di comprensione e cambiamento per il meglio. Penso che mi sia dilungato troppo…
Voglio ringraziare di cuore Federico per aver condiviso con noi la sua esperienza, la sua competenza e soprattutto la sua umanità. Ci ha ricordato che prevenire non è solo parlare di rischi, ma costruire consapevolezza, ascolto e relazioni vere.
A me stesso, a voi, lettori, voglio ricordare questo pensiero: dietro ogni scelta, anche la più difficile, c’è sempre una storia, una fragilità che merita rispetto e comprensione. E ognuno di noi può essere parte attiva di una prevenzione che non giudica, ma sostiene davvero.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




