domenica, 7 Giugno 2026
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Generazione Z tra paura di fallire e desiderio di futuro

Adolescenti tra i 14 e i 19 anni: fragili, sì. Ma anche capaci di speranza, sensibilità verso gli altri e profondo senso morale. Il vero nodo non sono loro. Il vero nodo è come li guardiamo e come li accompagniamo. Lo dico, lo ripeto, lo strillo per l’ennesima volta.

Perché troppo spesso il nostro sguardo adulto si ferma alla superficie: a episodi di cronaca amplificati, a titoli costruiti per colpire, a narrazioni veloci che semplificano ciò che semplice non è. E da lì nasce una tentazione ricorrente: etichettare, classificare. Ridurre un’intera generazione a categorie comode ma pericolose, tossiche, inutili — svogliati, sdraiati, disinteressati, violenti — che “rassicurano” più noi adulti “superficiali osservatori” che spiegare davvero loro. È una scorciatoia che evita la fatica dell’approfondimento, ma che finisce per deformare la realtà, e di molto. Perché i ragazzi di oggi (ma anche quelli di ieri) non sono uno slogan: sono un intreccio complesso di fragilità e risorse, che chiede di essere compreso prima ancora che giudicato.

Altro che “generazione social”. Dietro un’etichetta spesso usata con superficialità, emerge un quadro molto più articolato: gli adolescenti italiani tra i 14 e i 19 anni vivono ogni giorno un conflitto silenzioso tra la paura costante di fallire, il bisogno di essere riconosciuti nella propria complessità e la ricerca di spazi di possibilità.

È quanto restituisce l’indagine realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, condotta su un campione rappresentativo di 815 ragazzi e ragazze attraverso metodologia CAWI (“Computer Assisted Web Interview”: un sistema di raccolta dati tramite questionari compilati online direttamente dai partecipanti, che consente di raggiungere in modo rapido e anonimo un campione ampio e diversificato). Uno studio che non si limita a fotografare fragilità, ma mette in luce il rapporto tra speranza, empatia e valori morali: elementi centrali, in psicologia, per lo sviluppo personale e per una partecipazione consapevole alla vita sociale.

Il primo elemento che emerge è tutt’altro che scontato: i giovani vogliono farcela. Nonostante un contesto spesso percepito come incerto, mantengono un buon livello di “speranza attiva”. In termini concreti, questo significa una media di 3,61 su 5 nella capacità di immaginare percorsi alternativi per raggiungere i propri obiettivi (la cosiddetta pathway, cioè la capacità di trovare strade diverse quando si incontrano ostacoli) e 3,52 nella motivazione a perseguirli (la agency, ovvero la spinta interiore ad agire e a non arrendersi). I più giovani, tra i 14 e i 16 anni, risultano ancora più propositivi (3,66) rispetto ai 17-19enni (3,54), senza differenze significative tra maschi e femmine.

Ma questa tensione verso il futuro convive con una fragilità altrettanto diffusa: la paura del fallimento. I punteggi medi oscillano tra 2,4 e 2,9 su 5, con un picco legato alla vergogna e all’imbarazzo dopo un errore. Seguono la svalutazione di sé e il timore di deludere le persone significative. Più contenuto, ma comunque presente, il timore di perdere popolarità. Le differenze di genere sono nette: le ragazze riportano livelli più elevati di paura, così come i più grandi (17-19 anni), per i quali il fallimento — soprattutto a scuola — tende a essere vissuto non come episodio circoscritto, ma come giudizio complessivo sul proprio valore.

È proprio la scuola, infatti, a rappresentare uno snodo cruciale. Rimane un luogo fondamentale di crescita, ma viene spesso percepita come spazio di valutazione più che di sviluppo. Un brutto voto rischia di trasformarsi in etichetta. La pressione è particolarmente evidente nei licei, dove le aspettative di riuscita sono più alte e la tolleranza verso la fatica personale appare più ridotta rispetto agli istituti tecnici e professionali.

In questo equilibrio delicato, il linguaggio gioca un ruolo decisivo. Commenti sprezzanti, voti umilianti, parole pronunciate dentro e fuori la scuola — anche online — possono trasformarsi in micro-violenza quotidiana, lasciando segni profondi sull’autostima. La scuola diventa così un osservatorio privilegiato: è qui che si vede come le parole possano costruire o ferire. Non sorprende, allora, che di fronte alla difficoltà molti ragazzi sviluppino strategie difensive — indifferenza, distacco, talvolta arroganza. Ma sotto queste reazioni, i dati raccontano altro: una vulnerabilità diffusa e un bisogno forte di linguaggi educativi capaci di riconoscere, sostenere e valorizzare.

Eppure, fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Perché accanto alla fatica emergono risorse significative. Le etichette generazionali mi convincono poco. Dietro l’espressione “Generazione Z” ci sono persone, storie e percorsi molto diversi. Quello che però emerge con una certa continuità è la presenza, in molti adolescenti e giovani, di una notevole sensibilità verso gli altri, di attenzione alla giustizia e di una sincera ricerca di significato e coerenza morale. I principi più sentiti sono “prendersi cura e non arrecare danno” (4,61 su 6), “giustizia” (4,58) e “integrità personale” (4,51). Ancora una volta, ragazze e più giovani risultano i più sensibili, sia sul piano emotivo (empatia affettiva) sia su quello cognitivo (capacità di comprendere l’altro).

Il quadro che ne emerge è tutt’altro che univoco. Fragilità e risorse convivono. La paura non cancella il desiderio. La fatica non annulla la spinta verso il futuro. Ed è proprio questa compresenza a rendere il profilo degli adolescenti di oggi così complesso.

Come sottolineano i ricercatori, questi dati non parlano solo dei giovani. Parlano anche degli adulti: del nostro sguardo, delle parole che scegliamo, della fiducia che sappiamo — o non sappiamo — trasmettere. Gli adolescenti non chiedono di essere protetti da ogni difficoltà, ma di essere riconosciuti nella loro fatica e accompagnati da figure di riferimento credibili, dentro comunità capaci di dare senso.

Perché dietro quella che troppo spesso chiamiamo fragilità c’è anche — e forse soprattutto — una domanda di relazione. E una disponibilità a costruire futuro che aspetta solo di essere presa sul serio.

Proprio per questo, però, è necessario mantenere uno sguardo lucido. L’indagine offre una lettura discretamente solida e significativa, ma non esaustiva: il campione osservato non restituisce l’intero spettro delle condizioni adolescenziali. Accanto ai percorsi descritti, esistono infatti situazioni più critiche — che la cronaca talvolta rende visibili — segnate da forme di violenza verso sé stessi o tra pari e da fragilità psicosociali più profonde.

Tenere insieme queste dimensioni è decisivo. Per evitare letture parziali, ma anche per non trasformare i dati in una narrazione rassicurante o, al contrario, allarmistica. Usarli per ciò che sono: una chiave per comprendere meglio, non una fotografia definitiva. Perché è proprio in questa complessità — non nelle semplificazioni — che si gioca la qualità del nostro sguardo educativo e, in fondo, la possibilità stessa di accompagnare davvero le nuove generazioni.

Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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