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Un prof, i social e l’umanità che manca. Una conversazione onesta su scuola, studenti e responsabilità adulta

Cosa significa oggi “stare bene a scuola”? Non è una domanda banale, soprattutto in un tempo segnato da ansia, pressione sociale, iper-connessione e aspettative sempre più alte sui ragazzi. Ne ho parlato con Emanuele Follenti, docente in un liceo, ma anche prof-creator. Una conversazione schietta, concreta, che parte dall’aula ma arriva molto più lontano: al senso profondo dell’educare oggi.

Partiamo da te. Chi sei e cosa significa, per te, essere un “prof-creator”?

Mi chiamo Emanuele Follenti, ho 32 anni e insegno italiano, storia e latino in un liceo scientifico. Da qualche anno porto avanti anche un progetto sui social, Folleducare. Essere un prof-creator, per me, significa raccontare la scuola dall’interno, senza retorica, usando linguaggi che ragazzi e adulti conoscono. Non è fare spettacolo, ma provare a rendere la scuola meno distante, più umana, più comprensibile anche fuori dall’aula. Il mio motto è semplice: stare bene a scuola.

E in classe, come lavori? Tradizione o innovazione?

Direi un metodo ibrido. Credo ancora nella lezione, nei testi, nella profondità dei contenuti. Ma so che non basta più spiegare come trent’anni fa. Uso strumenti digitali, lavori di gruppo, confronto vero. Aiutano gli studenti a sentirsi parte attiva. La scuola è cambiata tantissimo negli ultimi anni, e adattarsi non è mai semplice.

Hai scelto di programmare le verifiche e di evitare interrogazioni a sorpresa. Perché?

Perché ho visto cosa succede: meno ansia e più responsabilità. Sapere quando saranno valutati non li rende meno preparati, anzi. Studiano meglio, con più serenità. L’interrogazione a sorpresa spesso misura lo stress, non la competenza. Io voglio valutare quello che sanno, non quanto resistono alla paura. Poi certo, capita comunque che qualcuno sia impreparato… purtroppo.

Con i colleghi più “tradizionali” com’è il confronto?

All’inizio un po’ di diffidenza c’è, ed è normale. Poi nasce il dialogo. Io imparo molto da chi ha più esperienza, soprattutto sui contenuti. In cambio porto strumenti e idee nuove. Non credo nelle contrapposizioni: la scuola funziona quando c’è scambio tra generazioni di docenti.

I social fanno parte del tuo lavoro. Come lo vivono gli studenti?

Con naturalezza. Spesso sono stati loro a spingermi a iniziare. I ruoli sono chiari: in classe sono il loro professore, online un educatore che divulga. I rischi esistono solo se si perdono i confini. Io tengo una linea professionale netta. I social possono essere uno strumento educativo potente, se usati con responsabilità.

Quanto pesa davvero l’iper-connessione nella vita dei ragazzi?

Tantissimo. Influisce su concentrazione, sonno, relazioni. Vedo ragazzi stanchi, con la testa altrove. Ma succede anche a noi adulti. Il problema non è lo smartphone in sé, ma l’uso continuo e non mediato. Vietare tutto non serve, ma nemmeno far finta di niente. Bisogna insegnare a gestire la tecnologia, non a subirla.

E il legame tra ansia, pressione sociale e scuola?

Fortissimo. I ragazzi non si confrontano più solo con i compagni, ma con un mondo intero filtrato dai social. Scrolli TikTok e trovi sempre qualcuno più bello, più bravo, più intelligente. Succede anche a me. A scuola questo diventa paura di sbagliare, blocchi, autosvalutazione. Per questo cerco di costruire un clima in cui l’errore non sia una colpa, ma parte del percorso.

Educazione digitale: dovrebbe essere centrale?

Assolutamente sì. È una responsabilità educativa. Bisogna insegnare a riconoscere le fonti, capire come funzionano i social, leggere i meccanismi della visibilità. L’educazione digitale è educazione al pensiero critico. E l’AI va sdoganata: bisogna insegnare come usarla bene. È una sfida lavorativa del presente, non del futuro.

Quanto pesa, oggi, il punto di partenza nella vita scolastica degli studenti? Arrivano tutti davvero con le stesse possibilità in classe? La scuola riesce a essere uguale per tutti, o le differenze di partenza contano ancora?

Pesa moltissimo, ed è impossibile ignorarlo. Gli studenti non arrivano tutti con le stesse possibilità: il contesto familiare e socio-economico influisce sull’accesso alle risorse, sul supporto allo studio e sulle aspettative verso il futuro. Alcuni ragazzi partono avvantaggiati, altri no. Proprio per questo il compito della scuola dovrebbe essere quello di ridurre queste distanze, offrendo occasioni, ascolto e fiducia a tutti, non solo a chi è già forte. Ho insegnato anche nei tecnici e nei professionali e lì il lavoro è soprattutto di cura, di stima, umano: prima ancora dei contenuti, i ragazzi devono percepire che tu ci sei.

Autorità ed empatia: come le tieni insieme?

Non credo nell’insegnante-amico, ma nemmeno in quello rigido e distante.

Regole chiare, ma ascolto. Coerenza e vicinanza. L’autorevolezza nasce da lì. Io ci sono, fino a un certo punto. Poi, quando serve, consiglio di rivolgersi a un professionista o a un coetaneo.

La scuola che sogni?

Più umana. Spazi flessibili, valutazioni trasparenti, meno ansia e più senso.

Il digitale va bene, ma non colma il vuoto di umanità che stiamo vivendo. Vorrei una scuola che punti su competenze, passioni, benessere. Una scuola in cui studenti e docenti abbiano voglia di entrare ogni mattina. Si può? Non lo so. Ma bisogna provarci, ogni giorno.

Ringrazio Emanuele per questa conversazione sincera e necessaria. Il nocciolo dell’intervista sta tutto qui: la scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma di relazione. E senza relazione non c’è crescita, né per i ragazzi né per gli adulti. Ascoltare chi la scuola la vive davvero ci ricorda che educare oggi significa prima di tutto prendersi cura. E che “stare bene a scuola” non è uno slogan, ma una responsabilità collettiva.


Andrea Foglia
 — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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