Sono lavoratori di cui si parla poco, e loro stessi hanno parlato poco fino a non molto tempo fa: sono gli educatori o assistenti per l’autonomia e la comunicazione, fondamentali nel panorama di vita ed educativo di tanti bambini, ragazzi e adulti che spesso hanno delle grandi fragilità, se non vere e proprie disabilità. Sono dipendenti di cooperative, chiamate dai comuni per svolgere i più svariati servizi educativi nei nidi, nelle scuole di ogni ordine e grado, nei centri di aggregazione giovanile, nelle comunità per minori, nell’assistenza domiciliare degli anziani e anche nei cup sanitari. Lunedì hanno deciso di protestare e in molti hanno aderito allo sciopero nazionale proclamato dall’USB: nelle Marche si sono ritrovati ad Ancona sotto il Palazzo della Regionee hanno portato le loro ragioni che poi saranno ulteriormente espresse in un appuntamento, fissato per il 4 giugno, con l’assessore regionale al Lavoro Tiziano Consoli.
Silvia Benigni, un marito e due figli, laurea in Scienze della politica e laurea triennale in Scienze dell’Educazione e della formazione, è una delle educatrici scese in piazza, ed è tanto innamorata del suo lavoro quanto consapevole dei problemi che ci sono: “Il motivo per cui non smetto di lavorare in questo tipo disituazione qui è perché credo che sia proprio poco serio continuare a cambiare continuamente il lavoro solo perché quello che c’è non ti dà ciò che serve. Nell’ambito dell’assistenza all’autonomia, per esempio, anche se io lasciassi il mio posto, la persona dopo di me occuperebbe tantissime ore con un ragazzino e nella migliore delle ipotesi potrebbe non sapere cosa fare se non viene rispettato un certo criterio di formazione. È necessario che il lavoro sociale si faccia una domanda sulle proprie caratteristiche e in un certo senso venga normato e che venga trattato come qualsiasi altro lavoro, non è volontariato, non si fa per buon cuore. Si fa perché si vogliono raggiungere degli obiettivi di miglioramento della qualità della vita delle persone con cui si sta e per questo serve continuità, serve formazione, serve volontà di stare lì dove sei”.
Quali sono le vostre richieste fondamentali?
La prima è rendere più omogenei i bandi: non è possibile che un comune fa certe richieste e un altro ne fa un’altra. La Regione su questo, a nostro avviso, ha la responsabilità di controllare: non è giusto che un ragazzino che risiede in un comune abbia un educatore con un certo livello di istruzione o comunque con una certa professionalità e un altro no. Certo, è necessario anche riconoscere l’esperienza, ma bisogna evitare che accada quello che è successo l’anno scorso, quando era uscito un corso di formazione regionale di pochissime ore, che però andava a cercare nuova manodopera, nuove persone. Così non si risolve il problema perché semplicemente non cambia lo status quo, si mantiene lo sfruttamento perché comunque quelle persone non hanno di fatto il titolo necessario e si va a procrastinare qualcosa che invece deve essere sempre più definito. Sicuramente l’esperienza ha, in questo campo, un grande valore e non è giusto far perdere il lavoro a chi lo ha fatto per anni, ma occorre procedere in una maniera più ragionata, mettendosi intorno a un tavolino. Le nuove assunzioni devono riconoscere il titolo di studio, perché altrimenti si crea sempre nuova ricattabilità; questo corso, grazie a Dio, anche per le nostre proteste, è stato bloccato.
Quali sarebbero i vantaggi dei bandi più omogenei?
Si renderebbe il meccanismo più chiaro e rispettoso di regole di massima per tutti e si renderebbe anche la concorrenza dalle cooperative più equa. Perché è chiaro che una cooperativa virtuosa fatica a sopravvivere, mentre invece una cooperativa che fa gare al ribasso, che non usa mai personale specializzato, riesce a fare un prezzo migliore. Ma non è solo colpa delle cooperative: se l’ente pubblico non investe le cooperative non possono tirare fuori dal cappello i soldi. L’USB che ha proclamato lo sciopero e che ha avuto un grande pregio, di non parlare al posto nostro, di ascoltarci e di far sì che siano i lavoratori stessi, ai tavoli, a dire quali sono i punti di fragilità del proprio lavoro, collega questo tipo di proteste anche alla situazione nazionale dell’economia di guerra: fino a che, sul piano nazionale appunto, non si faranno degli investimenti nel sociale, piuttosto che su altri settori, è difficile che poi tutti gli altri livelli, regionali e comunali, riescano ad adeguarsi.
E le altre richieste?
Per quelli che lavorano nelle scuole c’è il problema della sospensione lavorativa durante l’estate: occorre andare a valutare se esiste un ammortizzatore sociale per quelle categorie di lavoro all’interno delle cooperative che vedono “spegnersi” il loro stipendio alla fine dell’anno scolastico. Noi educatori potremmo lavorare anche nei centri estivi, ma spesso vengono decisi a ridosso dell’inizio della bella stagione e questo sicuramente non fa comodo né alle famiglie, né a chi ci deve lavorare, e comunque il lavoro all’interno dei centri estivi non basta per tutti, questo è purtroppo un dato di fatto di cui la cooperativa ha colpa relativamente. Per poter lavorare in un centro estivo, inoltre, io che ho famiglia, devo organizzarmi, perché i miei figli dovranno andare a loro volta in un centro estivo. Tante volte io rinuncio a lavorare, ma solo perché ho mio marito che porta lo stipendio a casa e lo condivide con me: purtroppo, essendo un comparto quasitutto al femminile, questo vuol dire che non si crea un’autonomia economica reale delle donne lavoratrici.
L’altro problema è l’assenza utente: quando lo studente non c’è o anche al nido, quando i bambini mancano, non andiamo a lavorare: potremmo fare delle sostituzioni, ma non sempre la sostituzione coincide con la mia disponibilità oraria. Se l’assenza del bambino non è per colpa mia non si capisce perché ci devo rimettere.
E se si ammala l’utente che succede?
Noi percepiamo sempre lo stesso stipendio fisso, ma nel momento in cui facciamo meno ore, la nostra banca ore va a scalarsi e se hai un saldo negativo potresti essere tu che devi dare i soldi alla cooperativa! Alcune cooperative per evitare questa problematica durante il periodo estivo fanno una variazione oraria a tempo, cioè nel senso che scade alla fine dell’estate: in pratica ci riducono l’orario in modo da non mandarci in banca ore negativa. Ma tutto dipende dal buon cuore della cooperativa e in ogni caso in quei tre mesi si abbassa lo stipendio.
Avete altri obiettivi?
L’obiettivo finale è l’internalizzazione e la statalizzazione, però prima di arrivare a quello dobbiamo rendere vivibile lo stato attuale, nel quale l’ente locale fa molta fatica a sostenere tutti questi servizi. Perché per quanto esternalizzati comunque hanno un costo: ma se l’alternativa è non rispettare i diritti dei lavoratori, questo non è possibile.
Come pensate di procedere?
L’anno scorso abbiamo parlato anche con l’ANCI-Marche, che però chiaramente è più un ente rappresentativo, non ha poteri granché decisionali, ma sicuramente siamo riusciti a chiarire le idee agli amministratori sulle nostre esigenze reali e richieste. Adesso abbiamo provato con la Regione, l’idea è di mettere chi prende le decisioni intorno a un tavolo, possibilmente anche con le cooperative, in modo da risolvere la situazione, perché fino a quando noi lavoratori non diciamo niente, le cose non cambiano.
L’istituzione dell’Albo degli educatori professionali socio-pedagogici, con la legge Iori del 2024 vi ha aiutato?
L’iscrizione la slittano tutti gli anni, adesso il termine ultimo è il 31 marzo 2027. Posso dire quello che penso io: l’albo è una tutela nei confronti dell’utente, possiamo essere tutti d’accordo che serva, però prima di tutto vanno riconosciuti determinati diritti a chi appartiene a quell’albo.
Rebecca Cerretani





