domenica, 7 Giugno 2026
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“Poche parole, ma buone”: quando l’ascolto diventa educazione

Elisabetta Cesari è psicologa e psicoterapeuta. Lavora da vicino con il mondo dell’adolescenza e coordina “Poche parole ma buone”, un ciclo di incontri pensati per genitori e adulti che ogni giorno si confrontano con la crescita degli adolescenti.

Elisabetta, ci conosciamo da tempo e so quanto il tuo lavoro con bambini e adolescenti ti stia davvero a cuore. Insieme – attraverso il Tavolo per la salute e il benessere delle nuove generazioni di Civitanova e in molte altre occasioni – abbiamo condiviso, condividiamo il desiderio di capire davvero cosa accade nella vita delle ragazze e dei ragazzi. Vorrei provare a tracciare con te un quadro sincero e autentico dell’adolescenza di oggi: senza filtri, smontando pregiudizi, mettendo in luce sia le criticità sia le risorse. Mi piacerebbe poi entrare nel cuore del progetto “Poche parole, ma buone”: capire come funziona, che riscontri sta dando e quali sogni o prospettive future avete tu e le colleghe che lo portano avanti.

Partiamo da qui: dal tuo sguardo quotidiano, che attraversa lo studio, la “stanza dell’ascolto”, la scuola, le famiglie e il territorio. Come stanno davvero oggi i ragazzi? Quali fatiche vedi ogni giorno e che raramente trovano spazio nei numeri o nelle analisi ufficiali?

Negli ultimi anni la fotografia restituita dai report è senza dubbio preoccupante: il malessere psicologico è aumentato sia per diffusione sia per intensità. Si parla sempre più spesso di disturbi dell’umore, ansia, attacchi di panico, gesti autolesionistici, disturbi del comportamento alimentare, tentativi di suicidio.

Non sempre, però, il disagio giovanile è riconducibile a un quadro clinico specifico. Spesso si tratta di un malessere complesso, che trova diverse forme per esprimersi. Il vissuto personale si intreccia con variabili psicologiche, sociali e culturali del nostro tempo. La diagnosi è necessaria in ambito clinico, ma ogni storia resta unica, una narrazione irripetibile. E troppo spesso ai ragazzi viene negato il tempo e lo spazio per raccontarsi davvero.

Nell’affanno di riempire ogni momento della vita di un bambino, si lascia poco spazio allo sviluppo della capacità di narrarsi, di raccontarsi, di entrare in contatto con le proprie emozioni, di imparare a riconoscerle e gestirle. I bisogni, ma anche le fatiche, vengono spesso silenziati da soluzioni immediate, prima ancora che possano essere espressi in modo autentico.

L’adulto, nella ricerca di un rimedio rapido, prova a cancellare ciò che non funziona nella vita di un figlio. Così il dolore emotivo rimane muto, inespresso, diventando terreno fertile per un disagio più profondo.

La contraddizione è evidente: abbiamo cresciuto ragazze e ragazzi con l’intento di ascoltarli e comprenderli, cercando di essere genitori attenti e premurosi, talvolta sommersi da una sovrabbondanza di attenzioni. Ma l’ascolto richiede fatica, perché è un “fare senza agire”.

Da una lettura più ampia – condivisa da molti colleghi – emerge l’immagine di adolescenti che convivono con l’angoscia di ferire adulti percepiti come fragili. Temono di aggiungere peso alle ansie dei genitori, nascondono non per ribellione ma per paura di deludere. Si muovono con cautela, spesso bloccati da un’insicurezza che non hanno scelto, ma che hanno ereditato.

C’è qualche pregiudizio sugli adolescenti che senti spesso, ma che secondo te non corrisponde alla realtà?

Ogni generazione è stata vittima di pregiudizi, compresa la nostra. Il risultato è sempre lo stesso: fastidio, distanza, incomprensione. Personalmente provo lo stesso disagio di allora, perché il pregiudizio annulla la possibilità di comprendere davvero, rende il problema lontano e muto.

Ce n’è uno, in particolare, che non trova riscontro né nella mia pratica clinica né nella mia esperienza personale: agli adolescenti in particolare non interessa quello che dice un adulto.

Dipende molto da cosa diciamo, ma soprattutto da come lo diciamo.

Uno degli incontri di “Poche parole ma buone” si intitolava “Immaginiamoci l’adolescenza, farle spazio per capirla”. In quell’occasione sottolineavo quanto sia fondamentale recuperare il ricordo della nostra adolescenza: tornare indietro, lasciare affiorare emozioni, esperienze, fragilità. Non per usarle come guida o monito, ma per comunicare una cosa semplice: posso provare a capire ciò che provi, perché certe emozioni le ho attraversate anch’io. Dire: “Ricordo quanto faceva male sentirmi escluso” apre uno spazio di comunicazione reale. Le emozioni si sentono riconosciute, rispecchiate, legittimate.

Non sopporto che l’adolescenza venga descritta come un evento catastrofico: un uragano, un terremoto. Sappiamo che arriverà. Non ci coglie di sorpresa. Proprio per questo il rapporto va costruito prima, fin dall’infanzia, e non improvvisato a tredici anni.

E quali sono, invece, le risorse dei ragazzi che rischiamo di non vedere?

Ogni giovane in formazione è diverso e porta con sé risorse uniche, legate alla propria storia, al contesto, alle esperienze vissute. Il compito dell’adulto è aiutarli a riconoscerle e coltivarle.

Spesso i genitori descrivono figli silenziosi, poco comunicativi. Io incontro ragazze e ragazzi con un grande desiderio di parlare, di essere ascoltati, dotati di una profonda capacità introspettiva.

Quanto incidono le dinamiche familiari nel modo in cui un adolescente affronta emozioni e conflitti?

In modo decisivo, fin dai primi giorni di vita. La teoria dell’attaccamento, ovvero il legame emotivo che si costruisce con chi si prende cura di noi e che diventa la base del nostro modo di amare, proteggere ed educare, ci aiuta a comprendere quanto la storia relazionale influenzi i genitori che diventiamo. Gli adulti offrono testimonianze silenziose su come si gestiscono le emozioni: sono esempi quotidiani, anche quando non parlano.

Nella mia esperienza clinica, nessun percorso con un adolescente funziona davvero se non coinvolge anche i genitori. Il lavoro è sempre di squadra. I figli, spesso, diventano portavoce di un malessere familiare più ampio.

Quanto è importante il linguaggio del corpo in adolescenza?

Il corpo è la nostra mappa: racconta la storia, comunica ciò che a volte non trova parole. In adolescenza parla continuamente, attraverso posture, silenzi, stili. A volte lo fa in modo drammatico: l’autolesionismo non è una richiesta di attenzione, ma un tentativo di alleviare un dolore intollerabile.

Gli atteggiamenti di chiusura sono spesso sottovalutati, liquidati come pigrizia o come una “fase dell’età”. Eppure, il corpo comunica sempre. Siamo stati bravissimi, da genitori, a leggere i segnali non verbali dei nostri figli quando erano neonati: questa competenza non dovrebbe andare persa crescendo.

È allora, che ruolo hanno genitori ed educatori nel restare sintonizzati su questi segnali, anche quando non ci sono parole?

La strategia più efficace è paradossale: attribuire senso anche a costo di sbagliare. Non è fondamentale capire tutto, ma far sentire che siamo disposti ad ascoltare. Dire: “Forse sei stanco, forse è stata una giornata difficile” non è una diagnosi, è una porta aperta.

La coerenza tra parole e azioni è altrettanto cruciale: crea confini, sicurezza, orientamento.
L’incoerenza, al contrario, disorienta e confonde.

Chiudiamo questa conversazione parlando del tuo progetto. Cos’è oggi “Poche parole, ma buone” e cosa prova a costruire, concretamente, nel rapporto tra adulti e ragazzi?

“Poche parole, ma buone” è un progetto che ho ideato sei anni fa, insieme all’associazione sociale e culturale STED.
STED nasce nel 2019 a Civitanova Alta grazie a un gruppo di volontari, e il suo nome — in danese — significa “luogo”. Ed è proprio questo che abbiamo provato a costruire: un luogo che tenga insieme persone, idee, progetti, occasioni di dialogo e di crescita, non solo individuale ma anche sociale e territoriale.
Un valore fondamentale del progetto è il gruppo di professioniste con cui collaboro ormai da tre anni nella conduzione degli incontri: le dottoresse Laura Baiocco, Giulia Cesetti, Silvia Iesari e Rossella Mastromauro, psicologhe cliniche e psicoterapeute. Abbiamo formazioni ed esperienze diverse, ma condividiamo un confronto continuo e una passione autentica per questo lavoro. È una ricchezza che si sente, incontro dopo incontro.
Gli appuntamenti di “Poche parole, ma buone” non sono lezioni frontali. Li pensiamo come laboratori: spazi di confronto guidato, in cui si lavora sulla narrazione e sull’ascolto. L’obiettivo è semplice e allo stesso tempo molto ambizioso: parlare con i ragazzi, non dei ragazzi. Quando la loro voce è davvero al centro, l’adulto è chiamato a fare un passo indietro e ad allenarsi ad ascoltare.
Ricordo una frase detta da una ragazza durante un incontro che mi ha colpita profondamente: “Ho dodici anni e non so se mi prenderete sul serio per questo…”. In poche parole c’è tutto: il peso del pregiudizio, la paura di non essere legittimati a parlare. Ed è proprio lì che, come adulti, capiamo quanto abbiamo ancora da imparare.

Il prossimo incontro, il 27 marzo — a cui tengo moltissimo — sarà dedicato all’amore ai tempi dell’adolescenza: un vero dialogo tra generazioni. Anche in questa occasione, la voce degli adolescenti sarà al centro, a partire dai dati raccolti attraverso un questionario. Per ora non posso dire di più, ma è un appuntamento che vale davvero la pena aspettare.

Grazie a Elisabetta Cesari per averci accompagnato, con competenza e umanità, dentro l’adolescenza reale: quella che non fa rumore, ma chiede tempo, ascolto e presenza adulta. Se c’è una sintesi possibile, è questa: i ragazzi “parlano”, anche quando non usano parole.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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