Di Andrea Marinelli
Una storia di congiure, fughe, famiglie e ritorni nelle terre di Camerino e Fabriano
Nelle nostre terre, tra l’Appennino camerte e quello fabrianese, la storia non dorme mai. Si nasconde tra le pieghe dei borghi antichi, tra i silenzi delle abbazie e nei corridoi freddi dei palazzi signorili. A volte addirittura si presenta a noi sotto forma di una storia che sembra leggenda, ma è tutta vera. Come quella di Giulio Cesare da Varano, il bambino che scampò a due stragi e che, cresciuto, si riprese ciò che gli era stato tolto nel sangue.
Siamo nel 1434 e Camerino è una polveriera. I Da Varano, signori della città, il 10 ottobre, cadono vittima di una congiura spietata, ordita da Arcangelo Fiordimonte, uomo d’armi e d’intrighi, deciso a spezzare il dominio secolare delle due famiglie che tenevano insieme il cuore politico e militare della Marca: i Da Varano apounto e i Chiavelli di Fabriano. Un patto di potere, cementato da matrimoni, terre e alleanze. Troppo saldo per non far gola.
La prima strage, quella dei Da Varano, lascia solo due sopravvissuti. Uno è un bambino, Giulio Cesare, salvato per un soffio da sua zia, Tora da Varano, che riesce a farlo uscire dalla città nascosto in un carro di fieno e in direzione Fabriano, presso la famiglia Chiavelli, quella di sua nonna Guglielma. Anche lì, però, l’odio del Fiordimonte colpisce. L’anno dopo, nel 1435, si consuma la seconda strage e stavolta tocca appunto ai Chiavelli. Giulio Cesare, miracolosamente, si salva ancora. Due volte la morte ha provato a prenderselo, due volte la rete familiare lo ha protetto. Per non attirare i carnefici, Giulio Cesare e il cugino Rodolfo, anche lui sopravvissuto, vengono separati. Il primo resta a Fabriano sotto falso nome. Il secondo viene nascosto prima a Cerreto, poi condotto a Pesaro, nella corte dei Malatesta, quella dall’altra nonna, la celebre Elisabetta.
La Marca è diventata un campo minato. Eppure, dieci anni dopo, l’impossibile accade. Nel 1444, il condottiero Carlo Fortebracci, figlio di Braccio da Montone, altro nome leggendario delle nostre terre, guida l’esercito che riporta Giulio Cesare e Rodolfo a Camerino. La gente li acclama, li vuole di nuovo al comando. È il ritorno dei legittimi signori, i bambini diventati uomini, gli orfani diventati simboli di riscatto.
Eppure, come spesso accade nelle saghe di potere, la gioia dura poco. Rodolfo morirà giovane, appena qualche anno dopo la riconquista. Ufficialmente una malattia, ma le voci, mai sopite, parlano di avvelenamento. Giulio Cesare, invece, resterà alla guida di Camerino per decenni. Costruirà la splendida corte rinascimentale di Beldiletto a Valfornace, attirerà artisti e poeti, darà vita a una dinastia potente. Ma la sua fine sarà amara.
Tradito da Cesare Borgia, vittima di Micheletto da Corella, finirà giustiziato a Roma. L’ultimo atto di una vita iniziata con la fuga e conclusa con l’inganno. Nonostante tutto, nelle nostre terre, il suo nome resiste. Giulio Cesare non è solo un signore, ma un simbolo. Un simbolo di resistenza, di fedeltà e di legami che superano la morte.
Qui, tra Camerino e Fabriano, la storia non ha bisogno di statue. Vive nei racconti, nei nomi delle vie e nelle pievi abbandonate. E ogni volta che si nomina quel bambino scampato a due stragi, qualcosa si muove. Perché quelle terre, quei nomi, quelle fughe, parlano ancora di noi.



