Dalla “dipendenza” digitale alle esperienze che rimettono al centro il contatto umano
C’è un dato che ormai emerge con sempre maggiore chiarezza: lo smartphone non è più soltanto uno strumento. Per molti adolescenti e giovani adulti (ma anche per molti adulti “stagionati”) è diventato un filtro attraverso cui passa gran parte dell’esperienza quotidiana — relazioni, emozioni, percezione di sé.
Nella vita quotidiana dei giovani, la presenza pervasiva del digitale — dal tempo libero allo studio, fino alle relazioni — ha trasformato profondamente il modo di stare al mondo. Non si tratta più solo di “quanto tempo” si trascorre online, ma di “come” questo tempo ridefinisce bisogni, abitudini e modalità di relazione.
Alcune ricerche evidenziano dati significativi: una quota non trascurabile di giovani dichiara di non riuscire a staccarsi da smartphone e social; molti si connettono più volte al giorno, altri restano online in modo quasi continuo. C’è chi si sveglia durante la notte per controllare notifiche e messaggi, interrompendo il sonno e alterando i ritmi biologici. La connessione, da possibilità, diventa necessità, bisogno.
Ma il punto più rilevante è un altro. Quando il dispositivo diventa il canale privilegiato per gestire emozioni, relazioni e bisogni affettivi, il rischio non è solo comportamentale: è relazionale e psicologico.
Sul piano cognitivo, l’esposizione continua a stimoli rapidi e frammentati riduce la capacità di concentrazione prolungata e rende più difficile tollerare la noia — elemento essenziale per lo sviluppo del pensiero creativo e riflessivo.
Sul piano psicologico, aumenta il bisogno di validazione immediata e si amplifica il confronto sociale, con effetti su autostima e senso di adeguatezza.
Sul piano relazionale, emerge un paradosso evidente: più aumentano le connessioni digitali, più si riducono le occasioni di relazione diretta, con un impoverimento delle competenze sociali.
Non è raro osservare segnali di disagio quando viene meno la possibilità di connessione: ansia, irritabilità, senso di vuoto. In alcuni casi si parla di “nomofobia”, la difficoltà — o l’incapacità — di separarsi dal proprio dispositivo anche per brevi periodi.
Quelli descritti sono alcuni degli effetti possibili — non gli unici né necessariamente presenti in tutti i casi — ma sufficientemente diffusi da meritare attenzione.
È importante sottolineare che questi fenomeni non nascono semplicemente dall’uso dello smartphone. Piuttosto, tendono a svilupparsi con maggiore frequenza laddove esistono fragilità emotive di base o difficoltà relazionali già presenti. Il dispositivo, in questi casi, diventa una forma di compensazione: un rifugio, una protesi relazionale, un modo per evitare l’esposizione diretta.
Eppure, fermarsi a questa analisi non basta.
Perché, accanto a questo scenario, stanno emergendo esperienze che vanno in direzione opposta. Non contro la tecnologia, ma oltre il suo uso esclusivo. Esperienze che provano a rimettere al centro la presenza, il corpo, lo sguardo.
È in questo orizzonte che si colloca ciò che sta accadendo a Piacenza.
In un locale della città, il venerdì sera, decine di giovani adulti — tra i 25 e i 40 anni — accettano una sfida tanto semplice quanto radicale: incontrarsi con il cellulare spento. Nessun obbligo imposto, ma una scelta condivisa. E accade qualcosa di inatteso: il telefono, semplicemente, smette di essere necessario.
Ci si presenta. Si parla. Si ascolta. C’è chi è più disinvolto, chi più trattenuto. Chi racconta, chi osserva. Ma il punto non è la performance. È la presenza. “Siamo qui per conoscerci guardandoci in faccia, senza distrazioni”, racconta uno dei partecipanti. E ancora: “Scrivere è più facile. Ma parlare davvero è un’altra cosa”.
L’iniziativa nasce dall’intuizione della psicologa Lucia Catino, all’interno della Fondazione La Ricerca ETS. L’idea prende forma a partire da un dato concreto: molte persone incontrate nei percorsi di ascolto vivevano una condizione di isolamento crescente, spesso costruita — quasi inconsapevolmente — dentro la comodità delle relazioni virtuali.
“È una generazione che sa pensare molto, ma fatica ad abitare il corpo, ad esporsi nella relazione”, osserva. “C’è la paura dell’imbarazzo. Ma è proprio l’imbarazzo che rende possibile il riconoscimento reciproco”.
Nasce così il progetto “Escape Wor(l)d”: un gioco di parole che unisce “word” e “world”, per ricordare che non si può abitare davvero il mondo senza attraversare le parole, senza esporsi alla relazione.
Il format è essenziale: momenti informali, piccoli stimoli per avviare conversazioni, e poi incontri a coppie di pochi minuti, che si susseguono in un clima leggero ma autentico. Non c’è giudizio. Non c’è esposizione forzata. Ma c’è una cornice che rende possibile ciò che altrove è diventato difficile: parlare davvero.
In poco più di un anno e mezzo, l’esperienza ha coinvolto circa un migliaio di persone. Il passaparola ha fatto il resto. E il modello è stato esteso anche agli adolescenti, con risultati altrettanto significativi. Le testimonianze sono semplici, ma rivelatrici: “È una sfida prima di tutto con se stessi”.“All’inizio sei rigido, poi ti sciogli”. “Conoscere persone nuove mi mette gioia”.
Non si tratta di un ritorno nostalgico a un passato senza tecnologia, né di una contrapposizione ideologica tra online e offline. Si tratta, piuttosto, di ricostruire un equilibrio, una dimensione “onlife” — come la definisce Luciano Floridi — in cui reale e digitale non si escludono, ma si integrano in modo consapevole.
Esperienze simili stanno emergendo anche in altri contesti: cene senza smartphone, spazi di incontro “phone-free”, laboratori relazionali. Segnali ancora limitati, ma indicativi. Raccontano un bisogno diffuso, spesso non espresso: quello di tornare a relazioni meno mediate, più incarnate.
La questione, allora, non è eliminare la tecnologia. È evitare che diventi l’unico modo possibile di stare in relazione.
In questa direzione si collocano anche esperienze e percorsi già attivi nei nostri territori. L’Associazione RED Rete Educazione Digitale APS, insieme ai suoi esperti e al proprio board scientifico, sta promuovendo azioni di alfabetizzazione digitale che non si limitano all’uso degli strumenti, ma lavorano sulla consapevolezza, sull’equilibrio e sulla qualità delle relazioni. Un impegno condiviso con una rete di realtà autorevoli, tra cui il Dipartimento Dipendenze Patologiche AST di Macerata, per accompagnare ragazzi, famiglie ed educatori nella comprensione dei rischi e delle opportunità del digitale.
Non si tratta di demonizzare, ma di educare. Non di sottrarre strumenti, ma di restituire senso al loro utilizzo.
E qui entra in gioco la responsabilità educativa della comunità.
Creare occasioni di incontro reale non è un dettaglio organizzativo. È una scelta culturale. Significa offrire contesti in cui allenare competenze che non si apprendono attraverso uno schermo: sostenere uno sguardo, attraversare il silenzio, gestire l’imbarazzo, costruire fiducia.
Spegnere il telefono, in questo senso, non è un gesto simbolico. È un atto concreto. Un modo per restituire tempo, spazio e profondità alla relazione. Non risolve tutto. Ma indica una direzione E, oggi, avere una direzione è già un passo decisivo. Evviva Piacenza.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




