domenica, 10 Maggio 2026
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Partire per trovarsi, tornare per costruire

Una storia personale che attraversa confini, identità e il disagio silenzioso delle nuove generazioni

Partire non è solo andare via: è ridefinire sé stessi. Dalle Marche, precisamente da Tolentino a Londra, passando per Parigi, il percorso di Laura Serrani racconta cosa accade quando si sceglie di cercare altrove il proprio spazio nel mondo — e, spesso, anche una nuova versione di sé.

Ho letto con attenzione la tua storia, Laura. Colpisce la traiettoria, ma ancora di più ciò che tiene insieme le diverse tappe: un lavoro che intreccia salute mentale, cultura, linguaggio e identità. Vorrei partire proprio da qui. Cosa ti ha spinto davvero a partire? È stata curiosità, bisogno di cambiamento o qualcosa di più profondo?

Sono sempre stata attratta da ciò che è culturalmente diverso da me. Allinizio pensavo fosse solo curiosità, ma col tempo ho capito che era qualcosa di più profondo: una ricerca personale. Parigi è stata il punto di partenza. Ci sono andata per la prima volta da adolescente con mia madre ed è lì che è nato il desiderio di andare allestero: mi sono innamorata della lingua, dei colori, dei suoni, di quella sensazione di apertura. Ho scelto di tornarci in Erasmus, anche per studiare filosofia alla Sorbona e imparare davvero il francese. È stata una delle esperienze più significative della mia vita: mi ha permesso di scoprire una prima versione non italiana di me stessa, di mescolarmi”, di essere contaminata culturalmente. Nellanonimato della metropoli ho scoperto parti di me che non pensavo di avere, fondamentali per la mia autostima e le mie scelte. Il francese è rimasto, per anni, la lingua del mio Io adolescente libero”. Oggi sento Parigi come uno spazio altro”, a cui sono legata da unaffinità profonda e da relazioni importanti. Londra, dove vivo da quasi dodici anni, è stata invece un salto nel “diverso”, nella metropoli più cosmopolita di Europa. Non parlavo bene inglese, non conoscevo la città. Oggi direi che non ero affatto pronta. Ma proprio per questo è stata unesperienza ancora più trasformativa: mi ha portata a incontrare quella che, in termini junghiani, chiamiamo ombra”. Verso la fine dellErasmus in Francia era nato il desiderio di fare altre esperienze allestero, tra cui appunto Londra e una missione umanitaria. Alla fine ho scelto Londra e, in un certo senso, è stata una missione.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il tuo percorso stava cambiando direzione e che la professione di aiuto sarebbe diventata la tua strada?

Il mio percorso è stato tutto fuorché lineare, ma a guardarlo oggi riconosco una vocazione di fondo che c’è sempre stata, anche quando non ne ero consapevole. Quando lho riconosciuta, tutto ha iniziato ad avere una direzione. Il primo ricordo risale a quando avevo 9 anni: per un tema di quinta elementare scelsi di scrivere dei problemi dei giovani — droga, alcolismo, anoressia. Feci ricerche su enciclopedie e giornali. Col senno di poi, qualcosa era già lì. Alluniversità ero indecisa tra Psicologia e Filosofia, poi ho scelto Filosofia. Nel frattempo davo ripetizioni a bambini/e e ragazzi/e e lì ho incontrato la dislessia e il suo impatto sullautostima e sulla salute mentale. È stato un passaggio importante: ho sentito il bisogno di approfondire e mi sono avvicinata alla psicologia. Mi sono formata e ho aperto uno studio, lavorando come tutor con bambini/e e ragazzi/e con disturbi specifici dellapprendimento. Non era solo un lavoro sugli strumenti compensativi, ma anche sui fattori protettivi, coinvolgendo famiglia e scuola. Ho ricordi molto belli di quegli anni. La svolta è arrivata con un corso di counselling e con linizio di un percorso personale di psicoterapia. Lì ho capito che qualcosa stava cambiando davvero. Lessi un articolo di uno psicoterapeuta inglese, gli scrissi, ci parlai: mi aprì una finestra sul counselling in Inghilterra. Dentro di me è scattato qualcosa. Anche a Londra il percorso non è stato semplice. Ho incontrato molte difficoltà di adattamento — lingua, costi, clima, distanza. Ma proprio il momento più difficile mi ha dato la spinta a prendere in mano la mia vita. Ho deciso di qualificarmi come Child and Adolescent Counsellor and Psychotherapist: è stato un traguardo importante. Quel percorso mi ha trasformata, non solo professionalmente ma anche nel modo di vedere me stessa e il mondo. Non mi ha dato solo un titolo, ma una direzione. E di questo sono molto grata allInghilterra. Oggi lavoro soprattutto con bambini e adolescenti, anche se nel tempo ho ampliato il lavoro agli adulti e sto pensando a progetti specifici per le donne. Sto studiando Psicologia e vorrei laurearmi presto ed entrare nellAlbo. Mi piacerebbe anche scrivere di più, fare divulgazione e ricerca, e in futuro spostarmi verso la formazione e la leadership, creando qualcosa di mio. È un percorso ancora in divenire, ma per me ha una coerenza profonda. E oggi, finalmente, anche una direzione chiara.

Ti sei formata come Counsellor allUniversità di Roehampton e oggi lavori a Londra sia nelle scuole sia nel tuo studio privato. Che differenze hai percepito tra il modo in cui la salute mentale viene affrontata nel Regno Unito e in Italia?

Culturalmente, nel Regno Unito ho percepito unattenzione molto forte alla salute mentale: se ne parla con maggiore apertura e con meno stigma. Temi come suicidio, autolesionismo, depressione o ansia non sono più tabù e vengono affrontati anche a livello pubblico, attraverso campagne di sensibilizzazione. Esiste un sistema che si occupa della salute mentale in modo integrato con quella fisica e c’è un forte orientamento alla ricerca rigorosa, che guida le scelte e gli investimenti. In Italia, negli ultimi anni vedo una maggiore apertura, ma lattenzione si concentra ancora spesso sulle fasi acute del disagio, mentre la prevenzione e l’intervento precoce appaiono meno strutturati. Inoltre, il ruolo della famiglia resta centrale nel percorso di cura e linvestimento pubblico sulla salute mentale è generalmente più limitato e con logiche diverse. Unaltra differenza riguarda i modelli di intervento. Nel Regno Unito convivono in modo più esplicito due approcci: uno centrato sulla diagnosi e sul trattamento dei disturbi, e uno relazionale o umanistico, che si focalizza sullesperienza della persona. In questo senso si distingue chiaramente tra diagnosi e formulazione clinica: la prima classifica, la seconda cerca di comprendere il significato del disagio nella storia e nel contesto della persona. Questo aiuta a diffondere lidea che non tutto il disagio debba essere interpretato come patologia. In Italia, invece, i confini tra interventi clinici e non clinici risultano talvolta meno chiari nella pratica, e questo può rendere più complessa anche la comunicazione su cosa sia davvero un intervento per la salute mentale. Infine, nel Regno Unito il lavoro tra servizi è spesso più integrato: scuola, sanità e servizi sociali tendono a dialogare, condividendo linguaggi e procedure, ma anche percorsi. Esiste un approccio multi-agency abbastanza consolidato, con ruoli più definiti e percorsi più strutturati, che mette al centro il benessere della persona. Non è un sistema privo di criticità, ma nel complesso restituisce una maggiore sensazione di coordinamento rispetto a quanto osservato nel contesto italiano.

Nel tuo lavoro nelle scuole londinesi hai diretto servizi di counselling scolastico. Quanto è centrale, nel sistema educativo britannico, lattenzione alla salute emotiva dei ragazzi?

Molto, direi. Ricordo che, in una delle prime scuole primarie in cui ho lavorato, tenevo presentazioni sulla salute mentale e sulle emozioni. Rimasi colpita da quanto i bambini ne sapessero già: lo sapevano perché erano stati educati. Una delle esperienze più significative è stata la settimana della salute mentale, organizzata ogni anno a livello nazionale, con un tema diverso. Ogni scuola la interpreta a modo suo, ma non è uniniziativa isolata. I bambini partecipavano molto e, più interagivo con loro, più mi rendevo conto che per molti era già un linguaggio familiare. Detto questo, esistono differenze anche importanti tra una scuola e laltra. Dipende dalla leadership, dal tipo di istituto, dal contesto socio-economico, ma anche dalle partnership e dal modo in cui vengono organizzati i servizi di counselling. Ho lavorato in sette progetti, cinque dei quali gestiti direttamente da me, tra scuole primarie, secondarie e un college. Molti erano progetti nuovi, e questo mi ha permesso di seguire anche la fase iniziale di implementazione, quando scuola e servizi iniziano a dialogare per costruire insieme il percorso. È proprio in questi momenti che emergono visioni anche molto diverse — a volte persino in contrasto — su cosa significhi davvero prendersi cura della salute emotiva dei ragazzi.

Secondo la tua esperienza, cosa manca più spesso nei contesti educativi quando si parla di benessere psicologico dei giovani?

Credo che manchi, prima di tutto, un approccio davvero olistico al benessere psicologico. È un limite che riguarda i sistemi in cui viviamo a livello globale. Spesso persiste una visione biopsicosociale parziale, che non tiene pienamente conto dellinterazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Mancano investimenti adeguati e, in molti contesti, anche un impegno strutturato verso pratiche trauma-informed” (approcci che considerano come le esperienze traumatiche influenzino il comportamento dei ragazzi e cercano di prevenirne ulteriori danni). Il punto, però, è un altro: il problema non sono i ragazzi. Il loro benessere dipende dallinterazione tra la persona e il sistema educativo e sociale. Ogni comportamento è una forma di comunicazione. Se vogliamo modificarlo, dobbiamo prima comprenderne il significato, insieme a loro. Il cosiddetto whole-school approach è fondamentale. Nel contesto inglese, ad esempio, lattenzione alla salute mentale è maggiore, ma spesso laccento su performance e disciplina resta molto forte. Da una prospettiva umanista, dare più spazio alla dimensione umana potrebbe offrire un sostegno più completo. Inoltre, si tende a valorizzare maggiormente lindipendenza rispetto allattaccamento, in contesti spesso molto eterogenei dal punto di vista culturale. In Italia, invece, ho spesso limpressione che la scuola e gli insegnanti siano lasciati soli nella gestione del disagio. A questo si aggiunge un certo moralismo diffuso: quando emerge un problema, si tende più a cercare colpevoli che a costruire soluzioni. Questo può amplificare le difficoltà invece di contenerle. Manca, in molti casi, una reale condivisione della responsabilità educativa e una traduzione concreta delle idee sul benessere psicologico in politiche e pratiche efficaci. Naturalmente, questo è il mio punto di vista. Ma credo che sia da qui che valga la pena ripartire.

Una parte importante del tuo lavoro nasce dallesperienza con bambini e adolescenti. Quando lavori con gli adulti, quanto spesso ritrovi tracce di esperienze infantili irrisolte?

Spesso. Non solo influenzano, ma orientano profondamente le scelte, lidentità, ciò che diventiamo. Se ci raccontiamo sempre la stessa storia, finiamo per diventare quella storia. Il cambiamento inizia quando ci rendiamo conto che possiamo riscriverla. In questo periodo sto lavorando molto sui processi del diventare donna”. È fondamentale riappropriarsi di uno spazio autentico di sé, al di là delle aspettative sociali—quella che, per citare Inside Out, potremmo chiamare la propria isola della stupidera”. È uno spazio che nasce nellinfanzia e che a volte va ritrovato, o persino costruito. In questo, il lavoro con i bambini mi ha insegnato molto: entrare in contatto con il proprio bambino interiore richiede lo stesso tipo di ascolto, presenza e linguaggio.

Fuori dalla stanza di terapia racconti di avere molte passioni. Che ruolo hanno nella tua vita?

Più che passioni, sono modi per sentirmi viva e per prendermi cura della mia salute mentale. Mi aiutano a restare centrata, ed è fondamentale nel lavoro che faccio. Scrivere, fare sport, ballare, stare nella natura… ma anche leggere, che resta il mio angolo di pace. Negli ultimi anni ho scoperto anche limportanza dellumorismo—vado spesso a spettacoli di stand-up comedy—e pratico yoga e meditazione, con effetti molto concreti sullumore.  Queste attività rappresentano appuntamenti con me stessa e modi per convivere con le mie ansie e paure. Non tutto ciò che ha un effetto terapeutico è terapia. La psicoterapia personale, fatta sia in Italia sia a Londra, è stata fondamentale per la mia  autorealizzazione, ciononostante credo sia necessario costruire anche altre strade che nella vita contribuiscano a farci stare bene con noi stessi.  

La scrittura è per te solo uno spazio intimo o può diventare anche uno strumento pubblico?

È nata come uno spazio intimo, già da bambina, per dare voce alla solitudine e alla gioia. Ho continuato a scrivere nel tempo, a fasi alterne, seguendo un bisogno interno. A Londra ho iniziato a usare la poesia anche nel lavoro, per dare forma a ciò che emerge nella relazione terapeutica. Scrivere in inglese ha facilitato il mio processo di scoperta. Ho visto anche ragazzi e adulti usare la scrittura per trasformare esperienze traumatiche in qualcosa di affrontabile, a volte mescolando lingue diverse. La ricerca—penso agli studi di James Pennebaker—mostra chiaramente gli effetti che la scrittura ha sulla salute mentale. Credo che poesia, teatro e racconto possano diventare strumenti potenti di sensibilizzazione sulla salute mentale, soprattutto se collegati a progetti più ampi di prevenzione e intervento.

Stai pensando a un possibile rientro in Italia. Cosa sta maturando dentro di te?

In realtà è già un progetto per il 2026. Voglio tornare, ma per costruire. Per me, oggi, lItalia sono le Marche. Questa decisione è maturata nel tempo, ma c’è stato anche un momento preciso: ero al Southbank Centre, durante una performance del Marina Abramović Institute, e improvvisamente ho avvertito una profonda nostalgia. Non era una mancanza passeggera, ma una forza più viscerale. Ho realizzato che sto bene a Londra, ma non mi ci vedo nel lungo periodo. Sento il bisogno di riconnettermi con le mie radici, senza esserne limitata. Forse in quei luoghi da cui me ne sono andata c’è ancora qualcosa di me da esplorare e la cui ricerca è ciò verso cui mi sento spinta. 

Dopo tanti anni allestero, cosa ti piacerebbe riportare in Italia?

Soprattutto un modo diverso di lavorare sulla salute mentale, in particolare nelle scuole. Penso a modelli come il whole-school approach, il safeguarding (linsieme di pratiche per proteggere i bambini da abusi e rischi), il WAMHS – Wellbeing and Mental Health in Schools (programmi dedicati al benessere emotivo e psicologico degli studenti), lo YMHFA – Youth Mental Health First Aid (corsi che formano insegnanti e personale scolastico a riconoscere e supportare problemi di salute mentale nei giovani) e gli ELSA – Emotional Literacy Support Assistants (assistenti che aiutano bambini e ragazzi a sviluppare competenze emotive e relazionali). La scuola resta un punto centrale: un luogo non solo di istruzione, ma anche di osservazione, prevenzione e intervento sul benessere dei ragazzi. LItalia ha una grande ricchezza territoriale, ma servirebbe una cultura di rete più forte, dove scuole, servizi sanitari e sociali collaborino con percorsi chiari e condivisi. Le ricerche mostrano sempre più chiaramente quanto le esperienze infantili influenzino la salute adulta. Investire precocemente nella salute mentale significa ottenere benefici concreti nel tempo, sia per le persone sia per la società. Mi piacerebbe contribuire a portare questo tema sempre più al centro. È una sfida, ma è proprio questo che mi motiva.

Molti giovani oggi si trovano davanti a una scelta: restare o partire. Cosa ti senti di dire loro?

Di ascoltare la propria voce. Alcune strade vanno percorse da soli. Direi loro di scegliere secondo ciò che sentono essere giusto per se stessi, che sia partire o restare. Non esiste una scelta giusta in assoluto. Its ok to make mistakes”. Si sbaglia, si impara, si cambia direzione. La qualità della nostra vita dipende più dalle domande che ci facciamo che dalle risposte che troviamo. Direi di costruire una vita piena e autentica, allineata ai propri valori, non solo una vita che funziona”. Di circondarsi di persone che sostengono davvero, e lasciare andare chi critica senza contribuire. Se avessi saputo cosa mi aspettava a Londra, forse non sarei partita. Ma oggi, guardandomi indietro, so che ne è valsa la pena.  Ed io non sono affatto speciale – ho solo scelto ogni treno sul quale sentivo di voler salire. Good luck.

Ringrazio Laura per aver condiviso il suo percorso, fatto di coraggio, incontri e apertura verso l’“altro”, dentro e fuori di sé. La sua storia ci ricorda che osare, mettersi in gioco e prendersi cura del benessere dei più giovani non è solo un gesto di responsabilità, ma una vera via per crescere, comprendere e vivere con pienezza.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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