Di Ninfa Contigiani
Lo scopo di questa riflessione è portare l’attenzione sulla diversità concreta delle situazioni di violenza domestica all’interno delle coppie.
Prendo a spunto i fatti di cronaca relativi all’omicidio di Marco Pennesi (62 anni, ex promessa del calcio, noto come “Marcozzi”) avvenuto il pomeriggio del 30 giugno 2026 a Civitanova Marche. Ne è accusata la compagna Isabella Di Mattia (33 anni) precisamente di “omicidio volontario aggravato dalla relazione sentimentale”.
Stando ai fatti riportati dai giornali, dopo una serata apparentemente normale passata ordinando una pizza, qualcosa tra i due conviventi è andato diversamente al punto di far scatenare un conflitto violento.
Da quanto si sa fin’ora, non il primo tra loro ma anzi l’ennesimo, perché i vicini e chi li conosce racconta agli inquirenti che la coppia è notoriamente molto turbolenta, segnata da frequenti contrasti e problemi legati al consumo di sostanze stupefacenti.
Secondo le prime ricostruzioni e i rilievi della Procura di Macerata Pennesi è morto dissanguato a causa di una profonda coltellata sferrata a un braccio, che ha reciso un’arteria principale, ma sul corpo della vittima sono stati riscontrati anche traumi alla testa che parrebbero compatibili con due manubri da palestra presenti in casa.
Il corpo è stato trascinato palesemente dall’ingresso della casa alla camera da letto. L’imputata è stata trovata in stato confusionale e sotto gli effetti del fumo di crack.
Durante l’interrogatorio davanti al Pubblico Ministero (PM) e al Giudice per le Indagini Preliminari (Gip), la donna ha ammesso le proprie responsabilità, ma ha fermamente sostenuto la tesi della legittima difesa: ed è proprio questo il punto su cui voglio porre l’attenzione.
La donna ha raccontato che l’ex compagno era diventato estremamente geloso e violento, arrivando a sequestrarla in casa e tentando anche di violentarla.
Ha dichiarato di aver afferrato il coltello, che l’uomo brandiva per minacciarla, e di averlo colpito al braccio mentre si trovavano sul letto. Ha negato però di averlo colpito in testa e di aver voluto ucciderlo.
Di fatto, ha dichiarato di essersi difesa da un’aggressione fisica pesante, come dicevamo sopra magari non la prima ma l’ennesima, non lo sappiamo ancora con certezza giudiziaria.
Ha anche aggiunto che l’uomo stesso avrebbe non voluto chiamare l’ambulanza, fatto questo che sarà difficilissimamente dimostrabile ma il fatto certo è che l’ambulanza non l’ha chiamata lei che si è messa a ripulire le scale senza rendersi conto che l’uomo stesse morendo.
La giustizia dovrà fare il suo corso accertando i fatti e ridefinendo l’accusa alla fine delle indagini e poi dopo il processo anche la pena, intanto la donna imputata è stata posta in custodia in carcere, per cautela rispetto al fatto che si è ritenuto esistere il pericolo di reiterazione del reato (ripetere lo stesso tipo di reato o della stessa gravità).
Tuttavia, leggere la cronaca a noi ha stimolato una serie di considerazioni.
Considerazioni motivate dalle battaglie che le storiche, le sociologhe e più dettagliatamente le donne avvocate che si occupano di violenza di genere portano avanti negli ultimi anni.
Sono considerazioni legate alla costruzione giuridica di norme penali che individuano la legittima difesa solo riguardo alle circostanze dell’episodio singolo in atto, in questo caso dell’episodio fatale.
Ho avuto già modo di ricordare in un saggio dedicato alla violenza di genere nella dimensione digitale che nei fatti l’orientamento del sistema giudiziario poggiato su questo elemento strutturale delle norme penali ‘sfavorisce’ pesantemente le donne vittime di violenza domestica perché non è capace di valutare “la violenza non come un singolo atto ma come un continuum di violenze” (https://rivisteopen.unimc.it/index.php/qspg/article/view/4423/7828).
Il sistema penale questo fenomeno non lo vede perché per la legittima difesa focalizza solo sul singolo episodio.
Questo sarà però un punto assai significativo in un caso come quello che abbiamo preso ad esempio del nostro ragionamento e sarà interessante seguire fino in fondo questa vicenda giudiziaria per leggere anche questa dimensione, ove fosse accertata la condizione permanente di violenza domestica.
Si porrebbe, infatti, la questione da riportare al centro del dibattito pubblico perché il diritto penale influenza molto di più di quanto si creda la mentalità della nostra società.
Fino a che punto siamo disposti a normalizzare che lui ordinariamente alzi le mani durante i litigi di coppia o durante la conflittualità domestica? quanto siamo disposti a credere alle statistiche finalmente conosciute (e conoscibili per tutti noi) che ci raccontano di una evidente, sistematica, costante sfasatura tra lui che più e più volte usa violenza e lei che più e più volte non reagisce, le prende e sta zitta, aspetta che passano i lividi prima di uscire fino a quando, poi, c’è quella volta che finalmente reagisce e se può colpisce?
Quella volta che forse ha temuto più del solito per la sua vita, quella volta che semplicemente ha visto di fronte a sé tutte le altre volte e quell’ultima ha capito che le sarebbe stata fatale.
Allora, lo dicevo all’inizio, prendo questo caso solo come spunto di una riflessione. Magari dimostreranno che questo non è il caso giusto per il nostro dubbio. Tuttavia, credo sarebbe importante cominciare a discutere anche di tutto questo fuori dalle aule dei tribunali, pubblicamente.
Ninfa Contigiani, docente dell’università di Macerata di Storia del diritto penale, da sempre socialmente impegnata a contrastare il fenomeno della violenza di genere.




