mercoledì, 15 Luglio 2026
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La tassa indicibile che colpisce lavoratori e pensionati!

di Leonardo Bagnasco

I salari degli italiani crescono in termini nominali ma il potere d’acquisto reale diminuisce in modo consistente, mentre gli scaglioni IRPEF rimangono sostanzialmente fermi. Il risultato è che milioni di lavoratori dipendenti e pensionati finiscono per pagare più tasse su redditi che, in termini reali, valgono ancora meno di prima. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel triennio 2022-2024 questo effetto ha prodotto circa 25 miliardi di maggior gettito per le casse dello Stato.

C’è una tassa in Italia che nessuno ha mai votato, nessun governo ha mai esplicitamente approvato, e che tuttavia viene riscossa con implacabile e silenziosa precisione ogni anno, ai danni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati italiani. Si chiama fiscal drag — in italiano drenaggio fiscale — ed è uno dei meccanismi più subdoli, ingiusti e politicamente ignorati del nostro sistema tributario.

Il sistema IRPEF è strutturato per scaglioni progressivi di reddito, ognuno con la propria aliquota. Quando i prezzi salgono — come è accaduto tra il 2022 e il 2024 con un’inflazione cumulata del 17%, e come sta già accadendo di nuovo in questi giorni con il conflitto nel Golfo Persico che fa impennare i prezzi dell’energia — i salari, dopo un po’,vengono adeguati per compensare la perdita di potere d’acquisto. Qui scatta la trappola: quegli aumenti, anche quando non coprono nemmeno l’inflazione reale, vengono trattati dal fisco come se fossero un vero arricchimento. E quindi vengono tassati di più.

In altre parole: guadagni 1.000 euro lordi in più all’anno grazie al rinnovo contrattuale, ma quei 1.000 euro servono solo a comprare gli stessi beni di prima, perché nel frattempo i prezzi sono aumentati. Lo Stato, però, li considera reddito aggiuntivo e li tassa come tali. Alla fine quindi: sei più povero di prima, ma paghi come se fossi diventato più ricco.

Per capire il meccanismo nella sua interezza, è utile guardare la struttura degli scaglioni IRPEF e la loro evoluzione negli ultimi anni. La riforma del governo Meloni, resa strutturale dalla Legge di Bilancio 2025, ha ridotto le aliquote da quattro a tre, eliminando la fascia al 25%: una misura leggermente favorevole ai contribuenti del ceto medio, ma che non ha toccato le soglie di reddito, cioè il vero nodo del problema.

Fascia di Reddito (€)

Aliquota IRPEF

2022

Aliquota IRPEF

2025

Aliquota IRPEF

2026

0 – 15.000

23%

23%

23%

15.001 – 28.000

25%

28.001 – 50.000

35%

35%

33%

Oltre 50.000

43%

43%

43%

Analogamente, la Legge di Bilancio 2026 ha ridotto l’aliquota sullo scaglione centrale — dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro — ma si tratta ancora una volta di un intervento insufficiente ad affrontare quello che è un problema strutturale. Le soglie di reddito che separano gli scaglioni, infatti, restano ferme e completamente scollegate dall’inflazione.

I numeri astratti spesso scivolano via senza lasciare traccia. Ma dietro queste percentuali si nascondono difficoltà concrete, bilanci familiari reali, sacrifici quotidiani.

Prendiamo ad esempio il caso di un operaio di terzo livello del settore manifatturiero, una delle figure più diffuse nelle fabbriche italiane. Nel 2022 guadagnava 19.000 euro lordi annui. Dopo tre anni di rinnovi contrattuali — ottenuti proprio per tamponare almeno in parte l’emorragia dell’inflazione — nel 2024 il suo stipendio è salito a 22.000 euro. Tremila euro in più sulla carta, un aumento nominale del 16% che i sindacati hanno rivendicato come una vittoria. Se però guardiamo alla sostanza, questa vittoria ha un retrogusto amaro. Nel 2022, su 19.000 euro lordi, l’IRPEF lorda era pari a 4.450 euro. Nel 2024, su 22.000 euro, sale a 5.060 euro. Sono 610 euro in più: una quota rilevante dell’aumento contrattuale che viene prelevata ancor prima che lo stipendio arrivi in busta. Non perché il lavoratore sia davvero diventato più ricco; quei tremila euro nominali in più servivano soprattutto a inseguire i prezzi, non a superarli.

E infatti i 2.390 euro lordi che restano non bastano a compensare la perdita di potere d’acquisto accumulata nel triennio. Se l’inflazione cumulata è stata del 17%, su un reddito di 19.000 euro significa circa 3.230 euro di capacità di spesa erosa. Il saldo resta quindi negativo di circa 840 euro, nonostante l’incremento contrattuale.

Questa è la logica del drenaggio fiscale: salari che crescono sulla carta, ma che non riescono a recuperare davvero il terreno perso, mentre il fisco tassa l’aumento nominale come se corrispondesse a un effettivo arricchimento.

La storia del singolo operaio, drammatica nelle sue proporzioni umane, diventa gigantesca quando si moltiplica per i milioni di lavoratori dipendenti e pensionati che vivono la stessa dinamica. Le stime più accreditate parlano di circa 25 miliardi di maggior gettito accumulati tra il 2022 e il 2024 proprio attraverso il drenaggio fiscale. Venticinque miliardi incassati senza bisogno di alzare formalmente le aliquote, senza una vera assunzione di responsabilità politica, semplicemente lasciando che l’inflazione scorresse dentro scaglioni e detrazioni fermi. È questo il volto più subdolo del fiscal drag: non compare in una legge come aumento d’imposta, ma produce lo stesso effetto nelle buste paga e negli assegni pensionistici.

Ed è qui che il quadro diventa ancora più amaro. Perché nel medio periodo il drenaggio fiscale ha eroso una parte rilevante dei piccoli benefici concessi dai governi che si sono succeduti. Il bonus degli 80 euro di Renzi? Ha finito per riassorbirlo. La riforma IRPEF di Draghi? Ha subito lo stesso destino. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) mostra infatti che, nel confronto tra 2014 e 2024, per molti lavoratori dipendenti il reddito disponibile reale risulta comunque più basso proprio per effetto combinato dell’inflazione e del fiscal drag. In altre parole: una parte di quello che la politica restituisce con enfasi, il fisco se lo riprende in silenzio.

Ma la vera anomalia del sistema fiscale italiano non sta solo in quanto lavoratori dipendenti e pensionati pagano. Sta anche nel fatto che altri contribuenti — i titolari di partita IVA in regime forfettario, ormai nell’ordine di circa due milioni — sono assoggettati a un meccanismo molto più favorevole.

Chi aderisce al regime forfettario paga infatti un’imposta sostitutiva proporzionale del 15%, che può scendere al 5% nei casi previsti per le nuove attività. Non si tratta di un’imposta articolata per scaglioni progressivi: se i ricavi aumentano per effetto dell’inflazione, l’imposta cresce in modo proporzionale, senza il salto di aliquota che colpisce invece chi è tassato con il sistema ordinario.

Per un dipendente che guadagna 27.000 euro il quadro è completamente diverso. La progressività dell’IRPEF lo espone pienamente al drenaggio fiscale, con effetti tanto più penalizzanti quanto più il reddito si avvicina alla soglia dei 28.000 euro, oltre la quale nel 2026 l’aliquota sale dal 23 al 33 per cento. Va ricordato, per correttezza, che il lavoratore dipendente può compensare almeno in parte il prelievo attraverso detrazioni e deduzioni IRPEF, ma questo non basta a rendere davvero comparabili i due sistemi.

Secondo l’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica, se ai circa 2 milioni di contribuenti in regime forfettario si applicasse l’IRPEF ordinaria, il gettito sarebbe più elevato di oltre 5 miliardi di euro. Una cifra che racconta da sola un’asimmetria profonda: il sistema fiscale italiano grava in misura nettamente maggiore su chi ha redditi pienamente tracciati e tassati alla fonte, come lavoratori dipendenti e pensionati, mentre riconosce ad altri contribuenti regimi sostitutivi e condizioni di prelievo molto più favorevoli.

Nel 2024, il governo Meloni ha varato quella che ha presentato come la più significativa riforma fiscale degli ultimi decenni: la riduzione degli scaglioni IRPEF da quattro a tre. Un intervento salutato con toni trionfalistici e venduto all’opinione pubblica come una semplificazione capace di alleggerire il carico fiscale dei contribuenti.

I numeri, però, raccontano una storia meno lineare di quella propagandata. La riforma ha, infatti, alleggerito di due punti il prelievo marginale nella fascia tra 15.000 e 28.000 euro, ma ha irrigidito il gradino dei 28.000 euro, rendendo quel passaggio ancora più brusco rispetto a prima. In questo modo, la fascia dei redditi medi resta esposta a un gradino fiscale ancora più marcato. Più che correggere una distorsione, la riforma ha finito per spostarla e, in quel punto decisivo, per accentuarla.

Il quadro fiscale, però, è solo una parte della storia. I dati Istat contenuti nel Rapporto annuale 2025 descrivono una realtà che dovrebbe indignare: la perdita di potere d’acquisto per dipendente rispetto a gennaio 2019, cresciuta progressivamente fino a superare il 15% alla fine del 2022, si è poi in parte ridotta grazie ai rinnovi contrattuali e al rallentamento dell’inflazione, ma a marzo 2025 restava ancora pari al 10%.

L’OCSE ha fotografato questa crisi con un altro dato molto duro: nonostante il lieve recupero registrato nel 2024, all’inizio del 2025 i salari reali in Italia restavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli di inizio 2021. È il segno di una ferita che non accenna a richiudersi e che continua a distinguere l’Italia in peggio nel confronto internazionale.

Tutto questo prima che scoppiasse il nuovo conflitto in Medio Oriente, perché oggi, con il blocco sullo stretto di Hormuz che sta spingendo verso l’alto petrolio, gas, trasporti e costi di produzione, è in corso una nuova fiammata inflazionisticaimpossibile da quantificare. È così che il meccanismo si chiude su sé stesso: l’inflazione erode il potere d’acquisto, i salari la rincorrono a distanza e solo in parte, e quel recupero nominale viene poi tassato dentro scaglioni che restano fermi. Il risultato è che il lavoratore continua a inseguire un terreno che si sposta, recuperando sempre meno di quanto perde.

La cosa più irritante di tutta questa vicenda è che la soluzione esiste, è conosciuta, è stata già applicata in passato ed è adottata oggi da numerose democrazie avanzate. Si chiama indicizzazione degli scaglioni IRPEF all’inflazione.

Il principio è semplice ed efficace: ogni anno le soglie di reddito che separano uno scaglione dall’altro vengono rivalutate in base all’andamento dei prezzi al consumo. Se l’inflazione è stata del 5%, anche i limiti degli scaglioni si spostano in alto del 5%. In questo modo, un lavoratore che ha ricevuto un adeguamento salariale del 5% — e che quindi non è diventato più ricco in termini reali — continua a pagare una quota d’imposta coerente con il suo effettivo potere d’acquisto. Si evita così che l’inflazione trasformi un semplice recupero nominale in un aumento occulto del prelievo.

Sistemi di questo tipo sono già operativi, con modalità diverse, in Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, la Danimarca, l’Austria, il Belgio, la Francia, la Germania e la Svezia. Non stiamo parlando di esperimenti teorici o di eccentricità fiscali: stiamo parlando di strumenti ordinari adottati da economie avanzate che hanno ritenuto inaccettabile tassare come ricchezza ciò che è solo difesa dal carovita.

Anche l’Italia in passato lo ha fatto. Forme di indicizzazione degli scaglioni IRPEF sono già esistite negli anni Ottanta e fino all’inizio degli anni Novanta, quando l’inflazione galoppava e il problema del drenaggio fiscale era avvertito in modo evidente. Poi quel meccanismo è stato abbandonato e non è più stato ripristinato in modo stabile.

Indicizzare gli scaglioni all’inflazione non è una misura di sinistra né di destra: è semplicemente onestà fiscale. Se non lo si fa, il motivo è altrettanto semplice. Il fiscal drag è una fonte di gettito silenziosa, automatica e politicamente comoda. Non richiede di alzare formalmente le aliquote, non obbliga il governo ad assumersi apertamente la responsabilità di aumentare le imposte, eppure produce lo stesso effetto. Le tasse salgono da sole, per inerzia, mentre la politica continua a raccontare di averle ridotte.

Il fiscal drag non colpisce tutti allo stesso modo. Per i redditi più bassi il problema è l’erosione della no tax area: chi guadagna appena sopra gli 8.500 euro entra subito in un’area in cui anche somme modestissime cominciano a essere colpite dal prelievo. Per i redditi più alti, invece, la progressività si attenua molto: oltre i 50.000 euro scatta l’aliquota del 43 per cento, che vale allo stesso modo per chi supera quella soglia di appena 1.000 euro e per chi dichiara centinaia di migliaia di euro. Tuttavia, è sul ceto medio che il drenaggio fiscale scarica il peso più duro: lì dove il reddito si avvicina alla soglia dei 28.000 euro e l’aliquota marginale passa dal 23 al 33 per cento. È in quel punto che il salto diventa più brusco e che il lavoro dipendente avverte con maggiore chiarezza l’effetto di un sistema che tassa come ricchezza ciò che spesso è soltanto rincorsa ai prezzi.

Quello che ho descritto in questo articolo non è un capriccio tecnico, non è una distorsione marginale, non è un effetto collaterale minore di un sistema fiscale altrimenti funzionante. È un meccanismo strutturale, reiterato nel tempo, che trasferisce reddito da lavoratori dipendenti e pensionati — le categorie meno attrezzate a difendersi — alle casse di uno Stato che su questo gettito continua a contare in silenzio.

La prossima volta che un politico vi dirà che le vostre tasse non sono aumentate, ricordategli che le tasse possono aumentare anche senza una legge che le alzi apertamente. Basta non fare nulla. Basta lasciare gli scaglioni fermi, l’inflazione correre e i salari rincorrere a debita distanza. Il resto lo fa il fiscal drag: una tassa silenziosa che nessuno nomina, ma che milioni di italiani pagano ogni anno.

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