di Leonardo Bagnasco
Il verdetto di Zenica è implacabile, ma non sorprendente. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia non è un episodio sfortunato: è l’epilogo scritto di una crisi annunciata da oltre un decennio. Per la terza volta consecutiva, l’Italia — quattro volte campione del mondo — salta l’appuntamento più importante del pianeta. L’ultima partita degli Azzurri a un Mondiale risale al 24 giugno 2014. Significa che sono passati dodici anni dall’ultima apparizione, che diventeranno sedici prima di una eventuale prossima occasione. Una generazione intera di tifosi e potenziali praticanti non ha mai vissuto l’emozione della Nazionale nella Coppa del Mondo.
I titoli dei giornali, da “Psicodramma Italia” a “Disastro”, fino all’eco internazionale, fotografano il momento emotivo. Ma per capire davvero la profondità del baratro bisogna spostare lo sguardo dal dischetto del rigore ai bilanci, ai vivai, ai meccanismi di selezione e alle convenienze economiche che da troppo tempo governano il sistema. Questa non è una crisi episodica: è il default economico e culturale di un intero modello calcistico.
L’eliminazione da USA 2026 ha un peso economico sproporzionatamente maggiore rispetto alle due precedenti esclusioni. Il motivo è semplice: gli Stati Uniti rappresentano oggi il mercato più ricco, più strategico e più attrattivo per sponsor, broadcaster, fondi, investitori e grandi marchi globali. Mancare questo appuntamento non è solo una figuraccia sportiva, ma una perdita enorme di valore economico, di visibilità e di posizionamento internazionale.
L’assenza dal Mondiale americano non è un semplice danno contabile. Il vero costo si misura nella perdita di visibilità, nella svalutazione del marchio Italia calcistica e nell’occasione mancata dentro il mercato oggi più ricco e strategico per il calcio mondiale. Restare fuori da un appuntamento del genere significa perdere forza commerciale, attrattività verso sponsor e partner, capacità di generare attenzione, investimenti e consumi.
Il danno più profondo riguarda proprio il brand Nazionale. Un marchio che resta invisibile per sedici anni sul palcoscenico mondiale perde credibilità, peso contrattuale e centralità. E quando la Nazionale scompare dalla scena globale, a impoverirsi non è soltanto il calcio, ma tutto l’ecosistema economico che ruota attorno a un grande evento vissuto da protagonista.
C’è poi l’effetto sull’economia reale. Un Mondiale con l’Italia muove il mercato ben oltre i confini del pallone: cresce la raccolta pubblicitaria, si attivano campagne commerciali, aumentano i consumi, si moltiplicano eventi, iniziative, serate nei locali, acquisti legati all’intrattenimento e all’elettronica. Secondo diverse stime, una partecipazione dell’Italia in un contesto come quello statunitense avrebbe potuto produrre effetti diffusi anche sul PIL. Per questo non è affatto esagerato sostenere che la distruzione di valore complessiva possa avvicinarsi al miliardo di euro, se non persino superarlo. Oggi quella spinta non ci sarà, ed è questo il segno più concreto della portata del fallimento.
L’occasione persa negli USA pesa ancora di più proprio per il valore di quel mercato. Non esserci significa diventare quasi trasparenti nel momento di massima espansione commerciale del calcio negli Stati Uniti. Per Adidas, sponsor tecnico degli azzurri, è un danno commerciale potenziale; per la FIGC un problema concreto di visibilità, prestigio e leva contrattuale; per tutto l’indotto del merchandising, dei diritti e delle partnership è un’occasione persa nel momento meno opportuno. Il Mondiale nordamericano non è un torneo come gli altri: è una gigantesca vetrina globale dentro il mercato che oggi più di tutti orienta investimenti, consumo sportivo e nuove opportunità commerciali.
Perché siamo arrivati a questo punto? Adriano Galliani lo dice con chiarezza: “Oggi è tutto il movimento calcistico ad essersi abbassato. La Nazionale è lo specchio del campionato”. E il campionato, a sua volta, è sempre più lo specchio di un Paese in affanno, incapace di programmare, di valorizzare i propri giovani e di mettere il merito davanti alle rendite di posizione.
Il problema dei vivai è cruciale e affonda le radici almeno quindici anni fa. Dopo il trionfo mondiale del 2006, Roberto Baggio elaborò un piano monumentale, circa 900 pagine, per rifondare il movimento dal basso, con strumenti di studio, archivi digitali e una nuova visione della formazione. Quel progetto, come disse poi lo stesso Baggio, rimase lettera morta. Nel 2013 si dimise. Quel piano non fu mai finanziato né attuato. Oggi raccogliamo anche i frutti di quella rinuncia.
Nel frattempo il calcio giovanile italiano è cambiato profondamente. In molti contesti, i costi di accesso sono diventati una barriera che restringe il bacino di selezione. Sempre più famiglie fanno fatica a sostenere rette, attrezzature, spostamenti e spese accessorie. Così il calcio smette di essere un grande spazio popolare e aperto e si trasforma, pezzo dopo pezzo, in un sistema che seleziona anche in base alla disponibilità economica. È qui che si produce una parte decisiva del problema: quando il talento potenziale viene filtrato troppo presto, la base si restringe e la qualità si abbassa.
Il dato tecnico visto in campo contro la Bosnia — appena tre dribbling completati contro diciotto — non parla solo di tattica. Parla di coraggio, di formazione individuale, di libertà tecnica, di lavoro sui fondamentali. Nei settori giovanili italiani troppo spesso l’allenatore viene giudicato sui risultati immediati, non sulla crescita del ragazzo. E quando il risultato conta più dello sviluppo, il talento si normalizza, si addomestica, si perde.
Mentre il calcio affonda, altri sport italiani vivono una fase molto più vitale. Basta guardare all’atletica leggera. La differenza non è misteriosa: in molte discipline l’accesso resta più aperto, i costi per le famiglie sono più contenuti e il percorso di crescita appare più legato al merito. Questo allarga il bacino, rende più facile intercettare energie nuove e consente a ragazze e ragazzi provenienti da contesti diversi di emergere davvero. Nel calcio, invece, la barriera economica in molti casi continua a funzionare come un filtro che impoverisce la selezione prima ancora che inizi.
È fondamentale contrastare la tesi, tanto cara a una parte della dirigenza, secondo cui la colpa sarebbe dei troppi stranieri in Serie A che “rubano il posto” agli italiani. È una scorciatoia comoda. Negli altri grandi campionati europei valgono le stesse regole di mercato, eppure le loro nazionali si qualificano, restano competitive e spesso vincono. Il punto non è la presenza degli stranieri: è la qualità del sistema che dovrebbe formare, valorizzare e accompagnare i giovani italiani.
Il problema è sicuramente economico, ma anche politico, perché negli anni si è costruito un ecosistema in cui club, dirigenti, intermediari e procuratori hanno spesso avuto convenienze convergenti nel gonfiare valutazioni, moltiplicare passaggi, alimentare plusvalenze e spingere operazioni utili ai bilanci e alle commissioni più che alla crescita tecnica dei ragazzi. I baby calciatori italiani costano spesso più dei loro coetanei stranieri non perché siano automaticamente migliori, ma perché attorno a loro si muove un sistema di interessi che tende a drogare il mercato interno. I procuratori, in questo meccanismo, hanno avuto un ruolo enorme: hanno contribuito a trasformare il percorso di formazione dei giovani in una filiera di valorizzazione economica anticipata, dove il ragazzo diventa presto un asset da collocare, spostare, rinnovare, monetizzare. In un contesto del genere il club pensa alla rivendita, l’intermediario alla commissione, il sistema al movimento finanziario, mentre la crescita tecnica del calciatore passa in secondo o terzo piano.
Così, per molte società di Serie A, diventa più conveniente comprare all’estero che investire davvero in casa. Il sistema italiano finisce per auto-sabotarsi: produce pochi giovani pronti, e quei pochi li rende spesso fuori mercato per i propri club. Non è solo una stortura economica, è un cortocircuito culturale. Se il giovane italiano diventa soprattutto uno strumento di bilancio o di intermediazione, non potrà mai essere al centro di una politica sportiva seria. Nessun investimento coerente sui giovani, nessuna filiera solida, nessun ricambio vero per la Nazionale.
Sul piano politico, il ministro dello Sport Abodi parla di rifondazione e di rinnovamento dei vertici federali. Ma dopo il terzo fallimento mondiale consecutivo il tema non dovrebbe neppure essere oggetto di dibattito: i vertici del calcio italiano avrebbero già dovuto fare un passo indietro. Se non dopo un tonfo storico come questo, allora quando? E tuttavia sarebbe un errore pensare che basti cambiare qualche nome per risolvere la crisi. Il problema va oltre i singoli dirigenti e chiama in causa un’intera architettura di potere, di priorità e di interessi. Serve una rifondazione profonda della governance e dei criteri di investimento del sistema, perché per troppi anni il calcio italiano ha difeso sé stesso invece di far crescere il proprio futuro.
Dino Zoff, con la sua caratteristica sintesi glaciale, ha detto: “Non è sfortuna, c’è qualche cosa che non va”. Quello che non va è che il calcio italiano ha smesso da tempo di essere davvero uno sport popolare e una palestra di mobilità sociale. È diventato troppo spesso un’industria inefficiente, chiusa, costosa, autoreferenziale. Finché non si abbatteranno le barriere economiche che limitano l’accesso ai vivai, finché non si ridurrà il peso di chi guadagna dalle intermediazioni più che dalla crescita dei talenti, finché non si rimetteranno al centro tecnica, merito e formazione, la sconfitta di Zenica non resterà un incidente: sarà il simbolo perfetto di un declino già scritto.




