domenica, 7 Giugno 2026
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Un anno di Trump: il peggio deve ancora venire?

di Leonardo Bagnasco

Non c’è scampo. Ogni volta che accendiamo la TV, apriamo un social o sfogliamo un giornale, veniamo travolti. Il mondo della comunicazione, vecchio e nuovo, è un oceano in piena in cui domina un’unica, ingombrante figura: Donald Trump e le sue sparate. È impossibile metterle in fila. Anche gli speciali di approfondimento tv arrancano: non riescono a raccontare tutto, selezionano, tagliano, comprimono, perché il materiale è decisamente troppo.
Il Tycoon non si limita a occupare lo spazio mediatico, lo satura, deborda, lo cannibalizza. Dice e fa più di quanto i media riescano fisicamente a contenere, in una performance perenne che sembra non conoscere cali o pause. Eppure, dietro le dichiarazioni roboanti, i post sbraitati e le decisioni shock, si sente un suono che nessuno riesce a zittire. È il ticchettio di un orologio.
Sebbene sembri in carica da un’eternità per la densità degli eventi che scatena, la seconda presidenza Trump è iniziata appena un anno fa, il 20 gennaio 2025. Ma, si sa, il tempo percepito non coincide quasi mai con quello reale e il conto alla rovescia per l’inizio della fine del suo potere è già partito. Così, l’attuale Presidente degli Stati Uniti ha davanti a sé poco più di nove mesi di potere assoluto, poi, a novembre, arriverà il verdetto delle elezioni di medio termine. Il “Midterm Elections” rinnoverà tutta la Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e i governatori di molti Stati.
Oggi i parlamentari del GOP, il Grand Old Party repubblicano, pendono dalle labbra del Tycoon per puro istinto di sopravvivenza: chi lo sfida rischia l’esecuzione politica in diretta social. Ma a Washington la fedeltà non è un valore assoluto, ha una scadenza. Dopo novembre 2026 Trump entrerà nella fase che gli americani chiamano lame duck, l’anatra zoppa. Non sarà più lui a decidere chi potrà essere candidato al prossimo giro, né a garantire quella protezione politica indispensabile per sopravvivere alle primarie. A quel punto i parlamentari smetteranno di guardare allo Studio Ovale e inizieranno a fiutare il prossimo padrone. Dal giorno dopo il voto, il Tycoon sarà paradossalmente un uomo del passato.
Ovunque, politica e potere sono una macchina che prima o poi scarica i suoi idoli. A volte ci pensa il sistema istituzionale, altre volte quello biologico. Trump, in realtà, le ha entrambe addosso. Sulla prima può ancora provare a intervenire, forzare, aggirare, riscrivere le regole del gioco. Sulla seconda no. Il tempo è un avversario che non si compra e non fa sconti a nessuno.
Il potere politico di Trump calerà inevitabilmente, ma il trumpismo potrebbe sopravvivergli, sostenuto dall’ascesa vertiginosa di chi lo ha finanziato e oggi siede nell’olimpo della ricchezza. La vera novità di questa fase storica sta proprio qui: una parte di questi ultra-ricchi non si limita più a finanziare la politica da dietro le quinte, ma entra direttamente nell’arena e la plasma con una forza e una presenza mai viste prima. Non si tratta soltanto di sostenere un candidato, ma di riscrivere le regole del gioco, piegare le istituzioni e modellare lo Stato democratico secondo interessi privati.
Per questi nuovi padroni, Trump ha rappresentato il caos necessario, il martello che rompe, lo strumento. Ora è tempo dell’architetto che costruisce e qui potrebbe entrare in gioco la figura di JD Vance. L’attuale Vicepresidente USA è il modello evoluto, un Trump 2.0 più giovane e disciplinato, capace di trasformare il sovranismo urlato in un sistema di potere algoritmico e spietato che non ha bisogno di essere amato, gli basta funzionare.
A questa visione tecno-autoritaria in purezza si contrappone l’ultima speranza del pragmatismo internazionale, o almeno quella che molti fuori dagli Stati Uniti vorrebbero potersi concedere: Marco Rubio. L’attuale Segretario di Stato viene letto come una diga, una scialuppa, un ritorno a una politica prevedibile. Il sogno del male minore, rischia però di essere solo una nostra proiezione, il bisogno occidentale di credere che esista ancora una possibilità di tornare alla normalità. Rubio oggi vive dentro l’ecosistema trumpiano e dentro un partito in cui la moderazione non è più un valore, ma un difetto. La sua capacità di resistere all’onda d’urto dei capitali e delle piattaforme che spingono Vance è tutta da dimostrare.

Mentre nel campo repubblicano la guerra di successione è già piuttosto definita, tra i Democratici l’opinione pubblica non si è ancora coagulata. Si cerca disperatamente un volto per le presidenziali del 2028. Il problema qui non è solo il casting. Diventa inevitabile scegliere un uomo — dopo le brucianti sconfitte di Hillary Clinton e Kamala Harris è difficile immaginare una terza candidatura femminile a stretto giro — capace di sfidare un ecosistema di capitali, piattaforme, narrazioni e potere amministrativo che può rendere le regole elastiche e la democrazia un involucro di facciata.
I nomi al momento più accreditati raccontano Americhe diverse. Josh Shapiro, istituzionale e moderato, con un profilo capace di parlare anche a una quota di elettorato indipendente, può incarnare una promessa di normalità dopo anni di febbre. Gavin Newsom è invece l’opposto: rappresenta l’America anti-MAGA che vuole combattere e mobilitare, identità contro identità, polarizzazione come carburante. Pete Buttigieg porta in dote la preziosa arma della comunicazione: è chirurgico, mediatico, disciplinato e tra i pochi capaci di smontare la retorica populista reggendo il ring della battaglia social. Poi ci sono gli outsider, quelli che esplodono dal basso e bucano lo schermo senza chiedere permesso, come Jacob Frey, sindaco di Minneapolis tornato alla ribalta per una conferenza stampa durissima contro le operazioni violente dell’ICE, e il neoeletto sindaco di New York Zohran Mamdani, socialista, millennial e molto carismatico. Le opzioni Frey e Mamdani non entusiasmano i tavoli decisionali, quelli dove si firmano gli assegni pesanti, ma rappresentano un’opportunità per accendere la base se l’establishment dovesse apparire stanco, timido o addirittura complice.
Le vicende statunitensi possono appassionare o meno, ma ci riguardano eccome. Qualunque cosa succeda avrà conseguenze dirette anche sulle nostre vite. Nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni di medio termine, quelle che possono cambiare l’inerzia in cui ci siamo cacciati, conviene chiedersi cosa farà Trump prima di mollare la presa.
Un capo politico al tramonto tende di solito a diventare più prudente, perché sente il limite e misura le conseguenze. Con Trump, invece, non c’è da aspettarsi saggezza o moderazione, ma ancora più impulsività, più spregiudicatezza, più azzardo. Non sarà quindi un’attesa noiosa, perché quando uno come lui vede avvicinarsi la fine dell’egemonia non rallenta, anzi accelera. E in quella fase finale può diventare ancora più pericoloso.
Il 2026 è guardato quindi con estrema preoccupazione da mezzo mondo perché ha tutte le caratteristiche dell’ultimo atto. Trump potrebbe restare un’icona sui cappellini rossi, una sagoma ripetuta all’infinito nel merchandising della nostalgia. Il trumpismo, però, è un modello di potere e i modelli, quando funzionano, non chiedono il permesso per restare. L’America di domani è già qui e non assomiglia a nulla che abbiamo visto finora, nemmeno al cinema. Conserviamo da spettatori la speranza che alla fine spunti dal cielo un eroe col mantello e, proprio quando il cattivo sembrava invincibile, salvi il mondo con un pugno. L’importante è che questo finale tipico hollywoodiano non sia l’unica speranza rimasta.

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