Il disagio giovanile non è una moda, né un’etichetta da appiccicare a un’intera generazione. È una realtà complessa che riguarda una parte significativa dei giovani: adolescenti e giovani adulti che affrontano fasi di vita difficili, tra ricerca di identità, autonomia, pressione sociale, aspettative elevate e percorsi di accesso all’età adulta più lunghi e meno lineari.
Non tutti i giovani stanno male, va detto. Molti attraversano questa fase con risorse, relazioni significative e desiderio di futuro. E in questo momento storico, non è poco. Parlare di disagio non significa allarmismo, ma riconoscere che alcune difficoltà meritano ascolto e risposte strutturate, che vadano oltre l’impegno dei singoli giovani e delle famiglie, chiamando in causa anche il contesto sociale e comunitario: perché una comunità matura si prende cura dei giovani, non solo dei propri.
In questo articolo lo sguardo è rivolto soprattutto al contesto sociale, urbano e comunitario che accompagna i giovani al di fuori delle due principali agenzie educative — famiglia e scuola — e a come questo contesto possa favorire o ridurre il disagio. Altri aspetti educativi restano volutamente sullo sfondo.
Come sottolinea Gustavo Pietropolli Charmet — psichiatra e psicoterapeuta, tra i più autorevoli studiosi italiani dell’adolescenza e delle responsabilità educative del mondo adulto — oggi l’adolescenza dura più a lungo, ma questo non significa che i giovani non crescano. Significa che le sfide della vita adulta — autonomia economica, stabilità lavorativa, indipendenza abitativa — sono più elevate e meno accessibili, e che l’ingresso nell’età adulta avviene attraverso traiettorie più lunghe, incerte e non lineari. In questo spazio dilatato, le difficoltà assumono forme diverse lungo tutto il percorso dalla giovane adolescenza ai primi anni della vita adulta, e rischiano di trasformarsi in vere e proprie sofferenze, se non vengono riconosciute e sostenute.
Il disagio può manifestarsi in ansia persistente, ritiro sociale, comportamenti a rischio, dipendenze, solitudine, difficoltà scolastiche o di inserimento. Charmet descrive giovani e adolescenti che oscillano tra ritiro e ricerca esasperata di visibilità, per ottenere riconoscimento e sentirsi confermati. Questa esposizione può tradursi in atteggiamenti provocatori, ossessione per l’immagine o per la performance, oppure in comportamenti aggressivi, violenti e competitivi tra coetanei, talvolta rinforzati in dinamiche di gruppo o bande cittadine.
La prevenzione – capiamolo bene – non significa eliminare il dolore, ma costruire contesti e adulti capaci di saperlo reggere, senza scaricarlo sui giovani. Non basta intervenire quando il problema esplode: occorre agire prima, rafforzando risorse, relazioni e competenze. Qui la questione diventa scomoda: chi scrive e chi legge questo articolo non è spettatore neutrale, ma parte del problema o della soluzione. Reti di sostegno fragili, riferimenti adulti meno stabili e la pressione costante della performance rendono oggi le difficoltà più rischiose. E tutto questo non accade per caso: è il risultato delle scelte, delle priorità e delle responsabilità che ciascuno di noi — come adulti, cittadini, politici, membri di una comunità — decide di assumersi o di ignorare.
Un passaggio chiave è distinguere ciò che non possiamo cambiare da ciò su cui invece possiamo intervenire come comunità. Alcuni fattori — genetici, biologici, esperienze precoci, tratti di temperamento — influenzano la vulnerabilità di un giovane, ma non possiamo eliminarli con interventi collettivi.
Al contrario, molti fattori legati al contesto — la presenza di spazi sicuri, relazioni significative, occasioni di partecipazione, regole e opportunità di crescita — dipendono dalla comunità e dalle sue scelte. Qui possiamo agire concretamente, riducendo rischi e fragilità.
È come guidare su una strada di montagna: non possiamo eliminare il ghiaccio o le curve improvvise, ma possiamo mettere segnaletica chiara, guardrail nei punti critici, limiti di velocità sensati e scegliere di guidare con attenzione. Allo stesso modo, non possiamo cambiare ciò che è dentro il giovane, ma possiamo agire sul contesto che lo accompagna, rendendolo più sicuro e sostenibile.
La responsabilità nasce dalla comunità: chi amministra deve creare contesti protettivi e sostenere chi cresce; chi partecipa alla vita della città deve agire con attenzione e consapevolezza. Quando una di queste parti viene meno, il rischio aumenta per tutti. Qui entra in gioco la responsabilità adulta, collettiva e differenziata: non è la mente del singolo a fare la differenza, ma la psicologia collettiva, l’agire della Comunità.
La città educa, eccome se educa. Il disagio giovanile cresce nei contesti in cui i giovani vivono. Spazi urbani che offrono quasi esclusivamente locali legati al consumo — bar, discoteche, centri commerciali — comunicano implicitamente che per stare insieme bisogna apparire, performare, consumare. Charmet parla di una cultura narcisistica in cui il riconoscimento non passa dal fare o dal pensare, ma dal mostrarsi. In assenza di spazi creativi, inclusivi e sicuri, molti giovani finiscono per credere che apparire sia l’unica modalità di esistenza sociale. Quando apparire diventa l’unica regola del gioco, chi non si sente pronto o all’altezza cosa fa? Può ritirarsi dalla vita sociale, isolarsi, scomparire. Oppure può reagire in modo opposto, cercando visibilità attraverso la trasgressione, l’aggressività o la violenza, fino a trovare riconoscimento in gruppi che fanno dell’opposizione e dello scontro — come alcune bande giovanili — un modo per esistere e contare. Due risposte diverse allo stesso senso di esclusione. Come possiamo evitare che questo accada?
Il clima culturale e simbolico di una città educa: ciò che viene valorizzato nello spazio pubblico — successo, visibilità, performance — orienta profondamente i vissuti dei giovani. In contesti che lasciano poco spazio alla fragilità e all’errore, ansia e senso di inadeguatezza aumentano, mentre chiedere aiuto diventa socialmente più difficile.
Ecco il ruolo della comunità. Accanto alla famiglia e alla scuola, che restano centrali, ci sono gli spazi di socialità, le associazioni, le attività sportive, culturali e ricreative. I giovani cercano naturalmente il gruppo dei pari, spesso in contesti informali — chiacchiere tra amici, ritrovi spontanei, piccole aggregazioni di quartiere — che sono spazi preziosi di confronto e socialità. Ma da soli questi gruppi non bastano: occorrono contesti più ampi e strutturati che offrano alternative al consumo fine a sé stesso, dove l’incontro tra generazioni permetta di sviluppare pensiero critico, negoziazione dei limiti e senso di responsabilità.
Il ruolo degli adulti è fondamentale. Non si tratta di controllare, ma di testimoniare valori funzionali allo sviluppo del giovane cittadino: coerenza, rispetto delle regole, cura della comunità, impegno sociale. Questo può avvenire in diversi ambiti: amministrazioni che investono in spazi pubblici, servizi accessibili, iniziative culturali e formative; ma anche amministratori, allenatori, educatori, parroci, volontari, cittadini attivi che mostrano quotidianamente con l’esempio cosa significhi vivere responsabilmente nella propria città. Dove questi spazi e testimoni mancano, il consenso immediato del gruppo dei pari sostituisce le scelte consapevoli, aumentando la probabilità di comportamenti a rischio o di isolamento.
A proposito di politica urbana e responsabilità collettiva, le decisioni politiche e amministrative contano quanto, o poco meno, dell’educazione familiare: sicurezza urbana reale e percepita, chiarezza delle regole, accesso ai servizi, investimento in cultura e formazione non sono neutri. Sono politiche di salute. Città che non riconoscono i giovani come interlocutori, che non offrono spazi alternativi al consumo e non valorizzano la partecipazione, amplificano il rischio di disagio. Charmet sintetizza così: sono città che chiedono tanto ai giovani, ma raramente li fanno sentire davvero valorizzati.
La responsabilità collettiva non è uno slogan: è la somma dei ruoli di famiglie, scuole, associazioni, istituzioni e cittadini. Una comunità adulta matura smette di chiedersi “di chi è la colpa” e inizia a chiedersi “dove possiamo intervenire”. I ragazzi non chiedono adulti perfetti, ma adulti presenti, coerenti e capaci di assumersi responsabilità.
Una città che offre spazi inclusivi, reti di sostegno, modelli culturali responsabili e opportunità di autonomia non riduce solo il rischio di isolamento e dipendenze. Coltiva identità solide, relazioni sane e un futuro più abitabile per tutti.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




