domenica, 7 Giugno 2026
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Adolescenti in difficoltà e responsabilità degli adulti

Prima ancora delle interpretazioni, c’è un fatto che merita attenzione: non tutti i comportamenti degli adolescenti sono disfunzionali, problematici o sbagliati. Una parte significativa dei ragazzi, quando incontra contesti adeguati, sa usare la parola: partecipa, risponde, racconta di sé. Non comunica solo attraverso il disagio o lagito problematico, ma anche attraverso il linguaggio, a condizione che gli spazi di ascolto siano credibili, rispettosi e realmente pensati per loro, non costruiti a misura delladulto.

Tutto questo, va detto, non è affatto scontato. Nella preadolescenza e nella prima adolescenza, infatti, il rapporto con il mondo adulto è spesso segnato da distanza, chiusura o silenzio, più che da dialogo. Proprio per questo, quando la parola emerge, segnala che esistono margini reali di lavoro educativo, se il mondo adulto è disposto ad assumerli.

Lo dimostra, ad esempio, il progetto PODCASTLE, rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado della provincia di Macerata, fascia di età 15-19 anni, realizzato dal Dipartimento Dipendenze Patologiche dellAST di Macerata nellanno scolastico 2024/2025.

Si tratta di unindagine ampia e strutturata, costruita attorno a obiettivi chiari: prevenire comportamenti problematici legati alluso di sostanze, aumentare la consapevolezza dei rischi e offrire strumenti concreti a decisori, programmatori e operatori per un corretto inquadramento del fenomeno. Lo studio ha preso in esame sia luso di diverse sostanze stupefacenti e di psicofarmaci senza prescrizione, sia una serie di altri comportamenti a rischio, tra cui ubriacature, fumo, gioco dazzardo, uso di smartphone, social media,esperienze di gioco digitale. Accanto a questi aspetti, sono state approfondite anche le dimensioni del benessere fisiologica, psichica e sociale insieme al livello di conoscenza e alla percezione dei servizi di cura e prevenzione legati alle dipendenze e ai comportamenti a rischio.

I numeri parlano con chiarezza: alla rilevazione hanno partecipato 12 scuole su 14 (86%), per un totale di 6.583 studenti coinvolti. I questionari compilati rappresentano il 60% degli iscritti alle scuole aderenti e circa il 46% del totale degli studenti del territorio dellAST di Macerata: praticamente uno studente su due. Sono stati raccolti 6.539 questionari, registrati 44 rifiuti alla partecipazione e validati, dopo le necessarie verifiche di coerenza, 6.430 questionari, su cui si basa lanalisi.

Per dimensione del campione, copertura territoriale e tasso di risposta, non si tratta di un semplice sondaggio, ma di una rilevazione a carattere censuario, capace di restituire una fotografia solida e attendibile della popolazione studentesca provinciale. Si tratta di dati significativi e rappresentativi, che meritano un approfondimento dedicato e sui quali tornerò in un prossimo mio redazionale.

Un dato, però, emerge già con forza: quando viene offerta una cornice seria, credibile e rispettosa, i ragazzi rispondono. E lo fanno con consapevolezza.

Detto questo, sarebbe sbagliato ignorare laltra faccia della realtà: negli ultimi anni, in Italia e allestero, sia nelle grandi città sia nei piccoli borghi, continuiamo ad assistere a episodi gravi che coinvolgono giovani e giovanissimi. Eventi che scuotono lopinione pubblica e che spesso vengono letti come gesti improvvisi, incomprensibili, frutto di un raptus. Ma fermarsi allatto finale significa non vedere il percorso che lo precede.

Su questo punto, il contributo di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente universitario e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, autore di studi e libri di riferimento sulladolescenza, è da tempo molto chiaro. Nei suoi testi, chiari e accessibili anche ai non addetti ai lavori da Letà tradita a Chiamami adultoLancini sottolinea un concetto fondamentale: la violenza non nasce allimprovviso, ma è spesso lesito di una sofferenza accumulata nel tempo, che non ha trovato ascolto.

Non credo al raptus, afferma Lancini. Prima ci sono segnali deboli, fragili, spesso sommessi. Richiederebbero adulti capaci di fermarsi, di leggere, di chiedere davvero: come stai?. Quando questi segnali vengono ignorati, minimizzati o letti solo come problemi da correggere, il rischio è che il dolore si trasformi in agito.

Di fronte a tutto questo, la tentazione ricorrente è cercare spiegazioni esterne: i social, i videogiochi, un certo tipo di musica, lo smartphone. È una scorciatoia rassicurante. Non perché questi fattori siano irrilevanti, ma perché spostano lattenzione dalla relazione. È più semplice accusare uno strumento che interrogarsi sulla qualità della presenza adulta.

La responsabilità educativa, però, non riguarda solo gli specialisti. Riguarda genitori, insegnanti, allenatori, educatori, amministratori. Riguarda chiunque incroci quotidianamente la vita di un adolescente. I ragazzi non chiedono adulti perfetti, ma adulti affidabili. Non cercano risposte immediate, ma qualcuno che resti, anche quando non ha soluzioni pronte.

Lancini è netto anche su questo: Non è vero che i ragazzi oggi sono troppo amati o troppo liberi. Spesso non sono visti davvero. Vanno bene solo quando esprimono emozioni che non disturbano. Se sono tristi, arrabbiati, confusi, diventano un problema.

E allora tacciono. Si ritirano. Oppure, nei casi più estremi, esplodono.

Questo non significa rinunciare alle regole. I limiti sono necessari, i confini servono e le conseguenze educative fanno parte integrante della crescita. Ma senza ascolto, il limite diventa sterile. Senza relazione, il controllo non educa. La prevenzione non passa solo dal contenimento dei comportamenti, ma dalla capacità di dare senso alle emozioni che li generano. Anche le istituzioni locali la politica e lamministrazione della città — hanno una responsabilità diretta nel sostenere i giovani, creando contesti di ascolto, protezione e opportunità concrete.

Il controllo e la repressione da parte delle istituzioni, senza contesti di ascolto e sostegno, non producono prevenzione reale: servono relazioni autentiche e percorsi significativi che consentano ai giovani di crescere, imparare e partecipare attivamente alla comunità.

Parlare oggi di alfabetizzazione emotiva non è una moda pedagogica. È una necessità sociale. Significa aiutare i ragazzi a riconoscere ciò che provano e, insieme, formare adulti capaci di restare davanti a quelle emozioni senza fuggire, senza minimizzare, senza giudicare. Perché non è lassenza di regole a generare violenza, ma una solitudine educativa, culturale e istituzionale: quella di chi esprime un disagio e non trova adulti, comunità e istituzioni capaci di ascoltarlo davvero, comprenderlo e assumersene la responsabilità.

La domanda, dunque, non è se eventi gravi possano accadere ancora. La domanda è cosa facciamo, ogni giorno, per evitare che un adolescente arrivi a sentirsi senza alternative.

Scuole, famiglie, parrocchie, politica e comunità educanti sono chiamate a costruire spazi di parola autentici, luoghi in cui anche la fatica, la rabbia e la paura possano esistere senza essere subito silenziate.

Perché i ragazzi hanno diritto di sentire e di essere sentiti.

E noi adulti, se vogliamo davvero assumerci la nostra responsabilità, dobbiamo smettere di chiederci se i ragazzi sono troppo fragili e iniziare invece a domandarci se siamo abbastanza solidi da ascoltarli. Per ascolto intendo non solo sentire le loro parole, ma accogliere i bisogni e le istanze che esprimono, traducendoli in attenzione concreta, presenza e risposte adeguate. Come ricordava Carl Rogers, psicologo, psicoterapeuta e fondatore dellapproccio centrato sulla persona: Lascolto empatico è la via per comprendere laltro e permettergli di crescere.

Per concludere, prendo in prestito le parole di Matteo Lancini: Finché non sapremo ascoltare davvero, ogni intervento resterà un palliativo.

Un ascolto che non si ferma alle parole, ma che sa leggere anche ciò che viene espresso attraverso il silenzio, il ritiro, laggressività, la chiusura o gesti estremi. Perché anche questi fenomeni parlano, a modo loro, di bisogni, sofferenze e domande che attendono di essere comprese, prima ancora che corrette o contenute.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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