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Mercosur: il “vorrei ma non posso” europeo

Dopo oltre venticinque anni di negoziati, l’accordo UE–Mercosur resta bloccato non per ciò che prevede, ma perché impone all’Europa una scelta di fondo sulla propria identità.
Perché dietro, e sopra, le nuove proteste dei trattori, i veti incrociati e le richieste di ulteriori garanzie, l’interrogativo è: ma che tipo di Europa vogliamo essere?

Il Mercosur (Mercado Común del Sur) è un’organizzazione economica regionale nata nel 1991 con il Trattato di Asunción. Ne fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e, dal 2024, anche la Bolivia, mentre il Venezuela di Maduro è attualmente sospeso. In modo non dissimile da quanto fu da noi la CECA agli albori dell’integrazione europea, il Mercosur rappresenta una forma di integrazione economica, ancora incompiuta ma strategica.
Il suo obiettivo è, infatti, simile a quello dei primi passi dell’Unione Europea: favorire la libera circolazione di beni, ridurre i dazi interni e adottare una tariffa esterna comune verso i Paesi terzi.
Con oltre 280 milioni di abitanti e immense risorse agricole, energetiche e minerarie, il Mercosur non è affatto un mercato marginale, ma un partner strategico di primo piano.

L’accordo UE–Mercosur, negoziato per oltre venticinque anni, mira a creare una vasta zona di libero scambio che coinvolgerebbe circa 780 milioni di persone. Al centro dell’intesa c’è una significativa riduzione delle barriere commerciali: l’Unione Europea eliminerebbe i dazi su circa il 93% delle importazioni provenienti dal Mercosur, mentre i Paesi sudamericani farebbero lo stesso su circa l’82% delle esportazioni europee, in particolare nei settori a maggiore valore aggiunto come auto, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici. L’accordo prevede, inoltre, la tutela delle eccellenze agroalimentari europee, con il riconoscimento e la protezione di ben 350 Indicazioni Geografiche in Sud America, per contrastare le imitazioni.
Sul fronte agricolo, l’apertura del mercato europeo sarebbe regolata attraverso quote contingentate per prodotti considerati “sensibili” come carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo, evitando così un accesso illimitato. Infine, il testo richiama esplicitamente gli impegni in materia di sostenibilità ambientale, facendo riferimento al rispetto dell’Accordo di Parigi sul clima e alla lotta contro la deforestazione, in particolare in Amazzonia.

Non è dunque un accordo “senza regole”, meno ancora una resa incondizionata, ma perché allora si è bloccato?
Germania e Spagna spingono per la firma: l’industria europea, soprattutto meccanica e automobilistica, oggi in forte difficoltà, trarrebbe enormi vantaggi dall’accesso a mercati ancora fortemente protetti.
Il fronte del “no” o del “sì, ma” è invece guidato da Francia e Italia.
Parigi teme la concorrenza della carne sudamericana, ritenuta più economica e prodotta con standard inferiori e Macron richiama spesso la contraddizione tra Green Deal europeo e importazioni da Paesi con regole ambientali diverse.
Nonostante queste nobili motivazioni pubbliche, il movente appare soprattutto legato alla politica interna: l’agricoltura francese è un settore altamente mobilitato, capace di bloccare il Paese e influenzare il consenso elettorale: Macron non è affatto nelle condizioni di reggere una nuova stagione di proteste.
Roma, invece, invoca una generica “reciprocità”: stessi standard sanitari, ambientali e di benessere animale per tutti. Il timore è che le quote agricole previste possano destabilizzare un tessuto produttivo fatto di piccole e medie aziende. Anche qui, il peso delle associazioni agricole pare essere decisivo.
È però un approccio quasi trumpiano pretendere, in sostanza, di vendere più auto e macchinari in Sud America senza aprire davvero il mercato europeo ai prodotti agricoli concorrenti. Scambi di questo tipo esistono solo se imposti con la forza, con minacce o guerre commerciali. In tempo di pace, un accordo commerciale è per definizione uno scambio con un “dare” e un “avere”. Pretendere solo vantaggi e zero costi può essere nella pacifica Europa solo un escamotage per bloccare tutto; ed è esattamente a questo che serve. Occorre prendere tempo.
È un vero peccato, perché ogni accordo internazionale equo come questo, porta con sé un complessivo benessere alle popolazioni, l’abbassamento del costo delle materie prime e più cibo, al costo di qualche minor guadagno per i grandi produttori.
L’Europa dovrebbe chiedersi dove produce davvero più valore aggiunto: nel settore primario, che richiede grandi superfici e margini ridotti, o nell’industria avanzata, nella tecnologia, nella chimica e nella manifattura di qualità?
Il dibattito avviene, oltretutto, in un momento delicatissimo: il mercato russo è chiuso, il granaio Ucraino è instabile, gli Stati Uniti usano i dazi come arma politica, la Cina avanza.
Dal canto suo, il presidente brasiliano Lula è stato chiaro: “Ora o mai più”. Il Mercosur ha alternative, l’Europa molto meno e rischia di perdere credibilità come partner commerciale affidabile.

C’è ottimismo però su una possibile soluzione tra qualche settimana, il tempo di trovare i soldi. È probabile, infatti, che il dossier venga sbloccato attraverso le più classiche compensazioni finanziarie agli agricoltori europei. In altre parole, ancora una volta l’Unione sceglierebbe di disinnescare lo scontro politico interno con trasferimenti di risorse pubbliche, arrivando a ricorrere a strumenti già visti in passato, come il tanto discusso “pagare per non produrre”. Una soluzione utile al consenso, ma contraria al buon senso.

Accanto a questo, verrebbero rafforzate le clausole di salvaguardia, richieste dall’Italia, cioè meccanismi pensati come un vero e proprio freno d’emergenza: strumenti che consentirebbero all’Unione Europea di intervenire in modo rapido e mirato, limitando temporaneamente le importazioni qualora queste dovessero mettere in difficoltà settori agricoli particolarmente sensibili. Una garanzia politica più che economica, utile soprattutto a rassicurare le lobby agricole più esposte.

L’accordo UE–Mercosur non è certo perfetto. Nessun accordo lo è. Ma è una scelta strategica, non solo commerciale. La vera domanda, allora, non è se l’accordo convenga a tutti. La domanda è: che Europa vogliamo essere?

Leonardo Bagnasco

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