Qualche giorno fa ho partecipato con piacere a un evento dedicato al tema dell’astensionismo intitolato: “Astensionismo al voto: indifferenza, ostentazione o protesta?”. Ho portato la prospettiva dei giovani, basandomi non su impressioni personali, ma sui dati più solidi e sugli studi di chi osserva da anni questo fenomeno.
Le cause dell’astensione sono molteplici e intrecciate, e aiutano (!) il mondo adulto — spesso impegnato nella vita politica senza riuscire a dare risposte convincenti — a capire come i giovani guardano a voto e istituzioni.
Ricerche di Gianni Piazza (Università di Catania), Alessandro Rosina (Università Cattolica, Rapporto Giovani Istituto Toniolo) e lo studio comparato “No participation without representation” su 58 elezioni in 19 Paesi tra 1999 e 2018 mostrano un primo elemento chiaro: molti giovani non si sentono rappresentati (non solo loro). I programmi politici raramente affrontano i loro bisogni reali e le figure under-30 nelle istituzioni sono marginali. La distanza generazionale si accompagna a una scarsa fiducia nell’efficacia del voto: quando molti dicono “sono tutti uguali”, non è superficialità, ma la sensazione che il proprio voto non abbia alcun peso sulle decisioni reali.
La disillusione verso la politica tradizionale — percepita come scontro, promesse disattese, corruzione — pesa soprattutto sui giovani in condizioni di precarietà. Ma disillusione non significa disinteresse: i giovani partecipano altrove, nelle mobilitazioni, nel volontariato, nelle campagne online. Qui trovano comunità, senso e efficacia immediata. Non è l’interesse civico a mancare, ma la fiducia negli strumenti tradizionali.
Il valore del voto non si trasmette da solo: famiglie e scuola hanno la responsabilità di far percepire ai giovani l’importanza della partecipazione civica. Quando questo non avviene, il rischio è che il voto venga percepito come irrilevante. Ma torniamo alla politica. Il linguaggio delle istituzioni fatica a intercettare le priorità dei giovani — ambiente e cambiamento climatico, partecipazione e voce nelle decisioni, accesso equo all’istruzione, lavoro dignitoso e stabile, diritti civili e uguaglianza, salute mentale e benessere complessivo — rispondendo spesso con slogan vuoti o generalizzazioni prive di concretezza (Piazza, 2021; Rosina, 2022; Rapporto Giovani Istituto Toniolo, 2023; Europarl, 2025; ANSA, 2025). Non stupisce che il voto sia percepito come uno strumento tra i tanti. La cittadinanza si vive ogni giorno in forme dirette, critiche e pragmatiche: più “attivisti consapevoli”, meno “elettori” tradizionali.
Anche i dati economici e demografici parlano chiaro: tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili in Italia sono calate del 24%, e tra il 2022 e il 2023 circa 100.000 giovani hanno lasciato il Paese, in larga parte laureati o in cerca di opportunità più stabili all’estero (Istat, 2024). Questi numeri raccontano l’insicurezza del mercato del lavoro e la difficoltà di progettare un futuro stabile. La precarietà e la discontinuità segnano i percorsi professionali, rendendo complicato costruire un progetto di vita coerente. L’astensionismo giovanile non nasce dall’indifferenza, ma da delusione, distanza, mancanza di fiducia e scarsa rappresentanza. La partecipazione non è sparita, si è spostata. E il divario tra linguaggio istituzionale e giovani continua a crescere.
Senza una reale ri-politicizzazione — fatta di ascolto, inclusione e rappresentanza credibile — il voto rischia di perdere centralità, fino a diventare un gesto marginale. Nel 2024, tra i non votanti italiani, il 33% parla di “sistema politico sporco e corrotto”, il 27% ritiene che il voto non cambi nulla, il 25% è stanco e disilluso, il 20% protesta. In Europa, tra gli under-25, il 28% cita la mancanza di interesse. In modo apparentemente paradossale, i giovani più istruiti votano meno: la loro astensione spesso rappresenta una protesta consapevole, frutto di riflessione.
È chiaro che questo è solo un frammento di un discorso più ampio. Altri elementi sociali — dall’individualismo crescente alla progressiva distanza tra giovani e istituzioni — meritano attenzione.
Il menefreghismo non è disinteresse. Spesso è distanza. Quando la politica non ascolta, non parla, non riconosce i giovani come interlocutori, smette semplicemente di essere cercata. E ciò che si percepisce lontano, col tempo, smette di contare. Non perché non importi, ma perché non sembra più riguardarci. E comunque anche il menefreghismo è responsabilità adulta. Non può essere liquidato con frasi sbrigative: “i ragazzi di oggi non si interessano a nulla” o “pensano solo a sé stessi”. Quelle parole rassicurano chi le pronuncia, ma evitano la domanda più scomoda: quanto spazio reale di ascolto, parola e riconoscimento abbiamo lasciato alle nuove generazioni?
A conferma di quanto sia delicato il rapporto tra giovani e istituzioni, merita riflessione un episodio recente. Durante una manifestazione pubblica la settimana scorsa, alcuni studenti universitari contestavano il semestre filtro di accesso a Medicina, e la Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha risposto con parole dure: “Imparate ad ascoltare prima di contestare. Fatemi parlare prima di contestare: questo dimostra la vostra inutilità, siete inutili”.
Al di là delle motivazioni della contestazione, colpisce soprattutto il tono e il messaggio rivolto ai giovani. Parlare di ‘inutilità’ di chi protesta, senza distinguere tra gesto e persona, rischia di trasmettere esclusione, non dialogo. Immaginiamo una docente che, correggendo in classe un esercizio di matematica, dica: “Questo passaggio è inutile, potevi procedere così…”. Questa formulazione permette allo studente di capire l’errore, migliorare e imparare, senza colpire la sua persona. La critica riguarda il gesto, non chi la compie. Lo stesso ci si aspetta dalle figure pubbliche, politiche: parole che costruiscono ponti, favoriscono ascolto, confronto e riconoscimento del ruolo attivo dei giovani nella società.
La domanda che resta, che rivolgo a me stesso, ma anche a voi, è semplice: quali segnali stiamo davvero dando alle nuove generazioni con le nostre parole? Perché se vogliamo che i giovani partecipino, si fidino e si impegnino, dobbiamo prima imparare a rispettarli, ascoltarli e considerarli interlocutori legittimi. Anche i gesti — al pari delle parole — contano più di quanto pensiamo.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Analisi, proposte. Un bel contributo che dovrebbero leggere, tra gli altri, tutti coloro che si impegnano in politica e sono rappresentanti delle istituzioni.
Non posso che dichiararmi allineato con le analisi fatte e posso assicurare che quando ti metti in ascolto i giovani parkano e dicono cose giuste e sacrosante ,siamo noi che non vogliamo dare vice a loro,grazie ancora