Intervista ad Andrea Campanari, dirigente del Liceo delle Scienze Umane Stella Maris di Civitanova Marche e allenatore di calcio giovanile, che racconta la sua idea di scuola, di sport e di relazione con i giovani.
Spesso si riduce il confronto tra scuole statali e paritarie solo al tema delle rette. Ma quali sono, per te, le vere differenze che contano?
Caro Andrea, prima di rispondere voglio ringraziarti per avermi coinvolto e per l’impegno concreto che metti nel favorire il dialogo sui giovani, tra giovani e adulti. La scuola è una parte fondamentale di questo dialogo. Quando si parla di differenze tra pubblico e paritario, si deve partire dalla Legge 62 del 2000: il termine “paritario” riconosce il valore pubblico della scuola, il suo scopo educativo e formativo, e pone regole chiare, identiche a quelle delle statali. Le scuole paritarie esistono anche perché il sistema pubblico, da solo, non riuscirebbe a garantire a tutti un posto. La retta non è un “privilegio”, ma uno strumento per sostenere investimenti che garantiscano qualità: docenti motivati, innovazione didattica e tecnologica, ambienti che facciano stare bene. Al Liceo Stella Maris questi sono pilastri concreti, insieme a dialogo, confronto, attenzione alla persona e relazioni autentiche. So che non tutte le paritarie lavorano così, ma qualcosa sta cambiando: basti pensare all’impegno contro i “diplomifici” e contro tutto ciò che rovina l’immagine e l’identità autentica di una scuola.
Oltre a dirigere una scuola, sei anche allenatore di ragazzi. Due ruoli apparentemente diversi, ma entrambi educativi. Quanto c’è in comune tra educare in classe e allenare una squadra?
Che bellezza! Ho voglia di dirlo forte: sono due ruoli solo in apparenza diversi, ma che si completano a vicenda. Entrambi mi aiutano a crescere ogni giorno, non solo come educatore ma come persona. La verità è che tra scuola e sport c’è un mondo in comune: fatica, costruzione, ricostruzione, e soprattutto il confronto con il fallimento. Anzi, direi che una delle sfide più importanti per i giovani è imparare a “fallire bene”: capire cosa non ha funzionato, rialzarsi, riprovare. In questo, noi adulti dobbiamo esserci — non solo per spiegare, ma per stare accanto, sostenere e motivare. A volte sento che devo “allenare” la mia classe a stare insieme, affrontare la fatica dello studio, provare e riprovare per migliorare. E, allo stesso modo, devo “educare” la mia squadra a tirare fuori il meglio di sé, a scoprire e valorizzare il proprio potenziale. Oggi la complessità ci spinge a lavorare con piccoli gruppi: classi poco numerose, squadre con più istruttori. È l’unico modo per dare attenzione vera a ciascuno, sostenere chi è in difficoltà e far brillare le eccellenze.
C’è chi vede lo sport agonistico quasi come un ostacolo allo studio, con il solito “prima lo studio, poi il resto”. Tu come la pensi? È davvero così?
Pensarlo così è un errore. Lo sport non toglie tempo allo studio, anzi: amplifica la vita, la fa respirare, aiuta a bilanciare ansie e stress. Ma perché questo avvenga servono persone qualificate: non solo competenti nella disciplina sportiva, ma preparate nelle relazioni umane, nella psicologia, nella pedagogia. Io alleno dai 21 anni, e già allora lavoravo anche come educatore domiciliare e in comunità. La filosofia mi ha sempre aiutato: mi spinge a farmi domande, a cercare il senso di ciò che faccio e come farlo al meglio. Il mio sogno? Adulti capaci di stare davvero accanto ai giovani, con la giusta presenza e le giuste domande.
Si parla tanto di “alleanza educativa” tra scuola, famiglia, associazioni, oratori, società sportive. Ma concretamente, che cosa significa per te collaborare con le altre agenzie educative?
Per fortuna oggi se ne parla, e sempre più spesso diventa realtà. Non è solo questione di fortuna: ci sono persone con visione e competenze che permettono di costruire progetti concreti sul territorio. Al Liceo Stella Maris, da anni, ci siamo aperti all’esterno e ora lavoriamo a una programmazione mirata: formare in aula, ma anche portare la scuola “fuori dalla scuola”. Partecipare al Tavolo Tecnico del Comune di Civitanova Marche, insieme a tante realtà locali, è per noi un motivo di orgoglio: crea connessioni, apre possibilità. Ne andiamo fieri e siamo grati a te, Andrea, che lo coordini con cura e competenza, e al Comune di Civitanova Marche che ha creduto in questo progetto. Con le famiglie credo in un coinvolgimento vero, non nel tenerle fuori. Far vedere ciò che la scuola fa ogni giorno aiuta a generare critiche costruttive e progetti solidi, che vadano oltre il “proprio orticello”. Collaborare, per me, significa unire forze e idee, superare personalismi e creare progetti innovativi ma soprattutto significativi. Dal prossimo anno, ad esempio, apriremo il Liceo a collaborazioni con associazioni sportive del territorio, con percorsi pensati per il benessere psicofisico. Non la solita, stanca “ora di palestra”.
Se dovessi condensare in poche parole la tua idea di scuola… Cos’è, per te, la “buona scuola” in tre parole?
Vado deciso: dialogo, empatia e competenza.
Fare il dirigente scolastico, insegnare e allenare giovani non è sempre facile: ci sono anche momenti complicati. Qual è stata, nel tuo percorso, unadifficoltà che ti ha fatto crescere davvero?
Ce ne sono state, e ce ne saranno ancora. Oggi l’esperienza aiuta un po’, ma ricordo bene i momenti in cui parlare non bastava: bisognava restare in silenzio, vicini, rispettando i tempi di quel ragazzo o di quella ragazza. All’inizio della carriera tendevo a trattare tutti allo stesso modo, pensando fosse giusto. Ho imparato che non funziona così: c’è chi ha bisogno di due parole, chi di una soltanto e chi di cinque sguardi. Educare significa osservare bene l’altro, capire come si muove nel gruppo e intervenire solo quando serve davvero. Nell’ultimo anno, nello sport, mi sono trovato più volte a difendere alcuni punti fermi per me irrinunciabili: il rispetto reciproco, il valore del supporto e della cooperazione, non della competizione per schiacciare l’altro. È stato faticoso, ma ne è valsa la pena.
Oggi tanti ragazzi faticano a trovare motivazione, a capire il senso di quello che fanno a scuola. Cosa può fare concretamente la scuola per aiutarli a riscoprire entusiasmo e voglia di mettersi in gioco?
È vero, non sempre si entra a scuola col sorriso. Ma il nostro impegno deve essere far sì che si esca con qualcosa in più: sentirsi meno soli, sapere di essere valorizzati a prescindere da quei “maledetti numeri”, avere più consapevolezza di sé e del mondo. La scuola non può diventare un posto dove non si chiede impegno o fatica. Deve essere anche il luogo dell’“utilità dell’inutile”: fermarsi a parlare con un bambino in corridoio, ascoltare un’adolescente in aula e chiedere “come stai?”, “che succede?”. Una scuola grande, per me, è quella che mette al centro le persone, accogliendole nel proprio orizzonte.
Infine, si parla poco del valore dell’errore. Secondo te, che ruolo hanno l’errore e il fallimento nel percorso educativo?
Tutti, a parole, concordiamo: l’errore è una tappa fondamentale della crescita. Ma non basta dirlo, bisogna viverlo. Qualche anno fa, in una mia classe, una ragazza decise di trasferirsi. Non si sentiva bene, aveva vissuto periodi di isolamento al limite del bullismo. Con la famiglia e con lei cercammo di capire, attivammo lo sportello d’ascolto, facemmo incontri individuali e di gruppo, coinvolgendo anche uno psicologo. Ma la scelta fu confermata. Poco dopo, la classe chiese di dedicare un’ora di filosofia per parlarmi. Molti ammisero di aver avuto comportamenti sbagliati e poco maturi verso la compagna. In quel momento, li vidi crescere. Avevano riconosciuto l’errore, gli avevano dato un nome. L’errore, quando lo affronti, può salvare.
Se i tuoi studenti dovessero ricordarsi una sola cosa delle tue parole o del tuo esempio, quale vorresti che fosse?
Sceglierei l’esempio. Ho detto tante parole, forse troppe, e oggi, con un po’ di autocritica, so che l’esempio è meno immediatamente gratificante, ma più incisivo. Alcune ex studentesse, a distanza di anni, mi raccontano che ciò che è rimasto non sono i miei discorsi – spesso fonte di ironia nei loro ricordi – ma ciò che facevo.Credo che il modo di essere di una persona arrivi più di qualunque parola. Per educare bisogna prima fare attenzione a ciò che si è e a ciò che si fa, e poi connetterlo a ciò che si dice. Vorrei che ricordassero di me il tentativo costante di mostrare, con i fatti, che ogni difficoltà può essere superata, se affrontata con discernimento.
Grazie ad Andrea Campanari per essersi reso disponibile a questa intervista e, soprattutto, per il lavoro instancabile che svolge con il suo staff al Liceo Stella Maris. Il loro impegno quotidiano porta valore non solo alla scuola, ma all’intera comunità, e arricchisce il Tavolo Tecnico con competenza, passione e visione.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




