In Italia, basta pronunciare la parola patrimoniale per sollevare un’ondata di timori. È un termine che evoca ricordi amari: il prelievo sui conti correnti del 1992, la paura di un intervento “d’emergenza” sulle case o sui risparmi. Eppure, nel dibattito internazionale, l’idea di una ‘tassa Zucman’ — o, più correttamente, di un contributo sui grandi patrimoni — ha una natura completamente diversa. Non si tratta di colpire il ceto medio, ma di introdurre un principio di responsabilità condivisa tra chi detiene una parte enorme della ricchezza e chi sostiene il peso quotidiano del sistema fiscale.
L’economista Gabriel Zucman, docente a Berkeley e consulente per l’OCSE, ha proposto di applicare a livello globale un prelievo minimo del 2 % annuo sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro. Si tratterebbe di una misura semplice da enunciare ma potente nei suoi effetti: secondo le sue stime, genererebbe oltre 200 miliardi di dollari l’anno nel mondo. In Francia, una proposta ispirata a questo modello è stata approvata dall’Assemblea nazionale nella primavera 2025, con l’appoggio di ampie fasce dell’opinione pubblica, anche se successivamente bocciata dal Senato. Il dibattito, però, ha lasciato un segno: per la prima volta, la discussione su una fiscalità più equa è uscita dal terreno dell’ideologia per entrare in quello della praticabilità.
Applicato all’Italia, un contributo di solidarietà sui grandi patrimoni riguarderebbe non più di mille persone, pari a meno dello 0,002 % della popolazione. Eppure, il gettito stimato sarebbe di circa 20 miliardi di euro l’anno, cioè quasi un punto percentuale del PIL nazionale. Una cifra enorme se confrontata con gli attuali investimenti pubblici: più del doppio del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università, quasi quanto l’intero gettito dell’IMU e poco meno dell’IRAP, sufficiente a portare l’investimento in sanità (attualmente al 6,3 % del PIL) sopra la media europea (6,9 %) e OCSE (7,1 %).
In un Paese in cui l’1 % più ricco possiede quasi il 25 % della ricchezza complessiva, un contributo di questo tipo non avrebbe natura punitiva, ma modestamente riequilibriatrice. Sarebbe una forma di partecipazione proporzionata, un gesto di responsabilità civile dei più fortunati verso la collettività. Non una tassa “contro” qualcuno, ma un investimento nel futuro di tutti: nella ricerca, nell’università, nella sanità pubblica, nella transizione ecologica.
La chiave, forse, sta tutta nel linguaggio. Parlare di tassa patrimoniale significa evocare un sacrificio imposto. Parlare invece di contributo di solidarietà sui grandi patrimoni significa restituire dignità e senso civico a un gesto di redistribuzione che altrove è già entrato nel dibattito democratico.
L’Italia, come spesso accade, è divisa tra paura e innovazione. Ma se il tema fosse raccontato per ciò che è — una misura mirata, equa, trasparente, che tocca una micro-minoranza e restituisce risorse alla collettività — forse scopriremmo che la vera, iniqua “patrimoniale” non è chiedere qualcosa ai più ricchi, ma continuare a chiedere tutto agli altri.



