Nell’ambito del convegno diffuso “Ripensare l’umano, il coraggio della consapevolezza”, si è svolto ad Amandola un incontro dal titolo “Nuove forme di comunicazione per la nuova era: come influenzano l’umano?” Due i relatori principali: Federico Faloppa, con un intervento su “Diseguaglianze: una minaccia allo sviluppo umano e al benessere sociale”, e Gabriele Giacomini, con una riflessione su “Perché la comunicazione digitale è davvero una novità”.
Il cuore del dibattito si è concentrato sull’impatto che il linguaggio e le nuove modalità di comunicazione, in particolare quelle digitali, hanno sulla percezione dell’umano e sulla costruzione dell’immaginario collettivo. Si è evidenziato come la discriminazione linguistica costituisca una forma pervasiva di esclusione sociale, attuata attraverso l’uso di etichette e stereotipi verso chi proviene da contesti culturali diversi. Il mondo dell’informazione, in questo senso, ha una responsabilità cruciale: termini e narrazioni inadeguate possono alimentare visioni distorte, come accade spesso nel racconto mediatico dell’immigrazione.
La comunicazione digitale, come ha sottolineato Giacomini, rappresenta una rivoluzione simile a quella della stampa: per la prima volta, chi fruisce l’informazione può anche produrla. Tuttavia, i media digitali non sono neutrali: le piattaforme raccolgono dati e utilizzano algoritmi per massimizzare l’attenzione e il profitto, influenzando ciò che vediamo e pensiamo. Questo meccanismo ha un impatto diretto sulla qualità democratica del discorso pubblico, favorendo la polarizzazione e l’isolamento in bolle informative.
Giacomini ha inoltre posto l’accento sulla crisi del giornalismo tradizionale, sottolineando come oggi la gran parte dell’informazione passi attraverso piattaforme digitali. Ma ciò che funziona per il mercato non sempre è positivo per la democrazia: le democrazie mature non sono immuni dai rischi autoritari, e l’evoluzione digitale può minacciare la libertà individuale se non viene affrontata con consapevolezza.
Faloppa ha insistito sull’importanza del linguaggio come strumento di inclusione o esclusione. Espressioni edulcorate come “piano di alleggerimento” al posto di “licenziamento” mascherano la realtà, condizionando la percezione dei fatti. E termini come “extracomunitario” rivelano una visione stereotipata e strumentale, quando non errata, del mondo.
Il lessico usato nella comunicazione politica e pubblica, spesso semplificato e manipolato, mira più a suggestionare che a chiarire. La storia insegna: il linguaggio è stato spesso piegato al controllo ideologico, come nella Germania nazista, dove la povertà linguistica divenne strumento di propaganda.
Un altro problema è l’impoverimento lessicale sui social: si usano parole vuote e ripetitive, che appiattiscono il pensiero e facilitano la diffusione di discorsi d’odio. Da qui l’urgenza di una maggiore consapevolezza e di strumenti critici. Le “palestre di argomentazione” possono offrire uno spazio concreto per sviluppare il pensiero critico e riconoscere i meccanismi della manipolazione linguistica.
In chiusura, è emersa l’esigenza di riumanizzare il linguaggio e di gestire consapevolmente gli strumenti digitali. Un passo fondamentale per contrastare l’odio, promuovere l’inclusione e ripensare l’umano in una società attraversata da trasformazioni comunicative profonde.
Di Redazione




