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Dopo l’estate dei selfie, l’autunno invita a ripensare il turismo

Negli ultimi anni, la cronaca ha riportato numerosi episodi di atti vandalici nei musei e nei luoghi d’arte, spesso compiuti per un solo scopo: scattarsi un selfie. A Firenze, un turista ha danneggiato il Ritratto di Ferdinando de’ Medici agli Uffizi, urtandolo mentre cercava la posa perfetta. A Verona, un altro visitatore ha distrutto la Sedia Van Gogh di Nicola Bolla, sedendosi sull’opera per una foto. Episodi simili si moltiplicano, tra sdegno e incredulità.
Questi comportamenti, oltre a risultare incivili, spesso restano impuniti o vengono sanzionati in modo blando. Ma il problema è più profondo e culturale: molti non sembrano pronti per un turismo consapevole e rispettoso. L’accesso all’arte dovrebbe essere un diritto diffuso, ma servono educazione e sensibilizzazione per fruirne con consapevolezza. Non bastano biglietti e brochure: occorrono campagne informative, regole chiare e maggiore sorveglianza, affinché il turismo non si riduca al consumo compulsivo di immagini, ma diventi un’autentica esperienza culturale.
Oltre ai danni materiali, emerge un’altra dimensione meno visibile ma altrettanto impattante: quella del turismo “da selfie”, un fenomeno recente che, secondo analisti e opinionisti, potrebbe danneggiare seriamente territori, città e comunità. Una volta gli scatti in viaggio erano ricordi personali; oggi sono contenuti da esporre online. Questo cambio di prospettiva ha trasformato le mete turistiche in palcoscenici per l’autopromozione.
Il desiderio di ottenere la foto perfetta ha modificato itinerari, spinto musei e gallerie a offrire percorsi più rapidi e meno approfonditi, e reso alcune zone di borghi e città invivibili per il sovraffollamento. I turisti si accalcano in massa in determinati luoghi e orari – soprattutto al tramonto – solo per immortalarsi, creando disagio a residenti e altri visitatori.
Ma non è solo questione di folla. I selfie obbligano spesso i turisti a prendersi rischi assurdi su torri, scogliere e monumenti, mettendo in pericolo sé stessi e il patrimonio. Questo tipo di turismo promuove un’esperienza egocentrica e individualista, dove il contatto con la cultura e le persone viene sacrificato in favore della visibilità personale.
Nel frattempo, le città pagano il prezzo dell’overtourism: aumento dei prezzi dei servizi e delle abitazioni, perdita di autenticità nei locali storici, congestione urbana. Tutto per alimentare una narrazione social che poco ha a che fare con la scoperta e la comprensione dei luoghi.
In definitiva, è urgente ripensare il modello turistico dominante. Serve un equilibrio tra accessibilità e tutela, tra libertà individuale e responsabilità collettiva. Perché l’arte e i paesaggi non sono fondali per un autoscatto, ma eredità comuni da preservare.

Di Redazione

Nella foto: «La sedia di Van Gogh» di Nicola Bolla, danneggiata da due visitatori del Museo Maffei di Verona

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