di Redazione
Un’altra giovane vita spezzata in nome di un’immagine. A Belluno, una quindicenne è precipitata nel vuoto mentre cercava di scattarsi un selfie in un luogo pericoloso. Una tragedia che scuote e che pone interrogativi profondi sul mondo in cui stiamo crescendo i nostri giovani, e sul valore distorto che sempre più spesso viene attribuito alla propria immagine.
Nel tempo in cui tutto si condivide, si posta, si mostra, la vita vera sembra essersi fatta più sottile di uno schermo. Il selfie, nato come forma spontanea di auto-espressione, è diventato per molti una moneta di scambio: più “mi piace” valgono più approvazione, più accettazione, più senso di esistenza. Il problema non è il selfie in sé, ma cosa si è disposti a fare per ottenerlo.
Ci troviamo davanti a un paradosso: immortalare un istante di vita mettendo a rischio proprio quella vita. Inseguire l’attenzione degli altri al punto da ignorare i pericoli evidenti. Perché? Forse perché in un mondo dove il valore personale sembra misurarsi in visualizzazioni, perdere la vita sembra meno spaventoso che passare inosservati.
Dobbiamo ripartire da un’educazione più profonda all’autostima e alla consapevolezza. Dobbiamo aiutare i giovani a distinguere tra realtà e finzione digitale, tra rischio e avventura, tra coraggio e spettacolo. E soprattutto, dobbiamo essere noi adulti i primi a riflettere sull’uso che facciamo della rete, delle immagini, del tempo.



