Di Piergiorgio Pietroni
Si ritorna a Spoleto, al Teatro Giancarlo Menotti. Mi accomodo con lentezza, scrutando con curiosità un palcoscenico già abitato da un uomo che siede con i piedi nell’acqua, su un pontile sospeso sopra un laghetto immerso nella nebbia. È Woyzeck. Ci osserva. Già mi sento immerso nella solitudine di questo personaggio che, nella mia esperienza teatrale amatoriale, ho già interpretato due volte: la prima nel 1978 con la regia di Saverio Marconi, la seconda nel 1995 con Diego Dezi. Due spettacoli molto apprezzati da pubblico e critica, che vinsero anche diversi premi e festival.
Woyzeck, uomo solo.
Quanta fatica, soprattutto mentale, mi costò quel personaggio. Woyzeck viene designato come vittima sacrificale per quegli ideali di una società che, pur di rafforzarsi, è disposta a immolare non solo gli oppositori ma anche i propri sostenitori. È un essere considerato inutile, che deve comprendere la futilità della propria esistenza, capire che essere nato è stata una disgrazia. Da questa consapevolezza nasce una nevrosi disperata che lo porta a dire: “Ogni uomo è un abisso: vengono i brividi a guardarci dentro.”
Woyzeck ha costantemente davanti agli occhi l’immagine di questo “vuoto-baratro”, verso cui i suoi aguzzini – padroni assoluti e incontrastati del potere – cercano di spingerlo, privandolo della libertà anche nei pensieri più intimi. Da qui inizia una discesa teatrale nell’inconscio: un viaggio disturbante e crudele, sul testo di Georg Büchner, messo in scena dal regista tedesco Ersan Mondtag, che firma anche la scenografia. Lo spettacolo, prodotto dal prestigioso Berliner Ensemble, è presentato in prima italiana al Festival dei Due Mondi, con musiche di Tristan Brusch, ben lontane dal capolavoro di Alban Berg.
Si alza la tarlatana nera: dietro, la scena immersa nella natura si apre su un accampamento di soli uomini. Una foresta dai tratti mitici, al margine tra cowboy e gente comune, fa da sfondo alla vita quotidiana di una comunità isolata. Qui si ripetono rituali scanditi da albe improvvise e notti dominanti: si scuoiamo animali, si cucina, si tiene acceso il fuoco. Woyzeck – interpretato con febbrile intensità da Maximilian Diehle – è sospeso in un isolamento psichico ed emotivo che lo rende estraneo, perturbante.
Il 2 giugno 1821, Johann Christian Woyzeck pugnalò a morte la sua amante, la vedova Woost. Arrestato, fu condannato all’esecuzione mediante spada. “Il crimine è scaturito da una combinazione di disoccupazione, fame, umiliazioni, odio e gelosia.” Da questo episodio, Büchner costruisce un’opera che è insieme denuncia sociale, riflessione filosofica e indagine psicologica.
Mondtag restituisce il testo con una visione radicale. Un mondo tutto maschile, immerso nella natura, dove l’assenza della figura femminile – Marie è interpretata da un uomo – amplifica il senso di disorientamento visivo, offrendo sfumature di brutale patriarcato senza però imporre una narrazione ideologica. Il dolore, la solitudine, l’alienazione sono scolpiti in ogni elemento scenico.
“Il dolore sia il mio guadagno,” canta Woyzeck in un momento che sintetizza tutta la sua esistenza: un corpo fragile, una mente vulnerabile, schiacciata dalle gerarchie, dalla violenza simbolica e fisica, dal potere.
La scena, ora invasa da corpi, ora dominata dal protagonista, oscilla tra un crudo realismo e una dimensione allucinata, a tratti onirica, anzi da incubo. La regia di Mondtag è ipnotica e disturbante, costruita con una cura maniacale per lo spazio e per la lenta, inesorabile trasfigurazione del protagonista.
La musica di Brusch accompagna e amplifica le tensioni con sonorità dal vivo che mescolano folk, pop e ambient. L’ensemble musicale, presente in scena come un coro invisibile, è parte integrante del racconto.
Il testo tradotto, proiettato in alto sul boccascena, guida lo spettatore nella comprensione, ma non senza frizioni: la traduzione non è sempre immediata, e alcuni momenti di fuori sincrono tra parola e azione acuiscono la distanza. Io scelgo di lasciarmi inondare dalla scena. Il testo, che conosco a memoria, riaffiora dentro di me. Frammenti di parola tradotta si fondono col vuoto, ed è proprio lì che trovo un’aderenza più profonda al senso. Un senso che non si impone, ma si cerca. Ogni spettatore può trovarlo nel rapporto tra gesto, ambiente e psiche, in una narrazione che scava nelle relazioni umane e nell’influenza sociale sul singolo.
In questa narrazione non c’è pietà. L’intero spettacolo è un rituale collettivo di esclusione, una lenta erosione della psiche.
Woyzeck è il diverso, il corpo estraneo, il bersaglio del branco.
La violenza serpeggia tra i giochi di potere, negli sguardi, nei silenzi, nei gesti quotidiani. Mondtag non racconta solo un omicidio: racconta un meccanismo di sopraffazione, che manipola e sfrutta un disagio. In questo contesto, Woyzeck non è semplicemente colpevole: è vittima di una struttura che ha cavalcato la sua fragilità. Il fine non è assolvere né condannare, ma piuttosto sollecitare una riflessione sui sottotesti che costruiscono un fatto.
Il monologo finale è uno scavo nel vuoto. Il palco si riempie di presenze aliene, la mente di Woyzeck implode. Ha appena ucciso Marie. O forse se stesso. Il confine è labile. La psiche cede sotto il peso dell’oppressione.
Alla fine, lunghi applausi accolgono la compagnia sul palco: attori, musicisti e l’intero team tecnico – tedesco e italiano – che ha reso possibile questa macchina scenica complessa e visionaria. È un tributo dovuto a un lavoro che scuote, inquieta e lascia senza parole.
Questa opera, musicale e non solo, è costruita su una regia in cui spazio e corpo definiscono un realismo carico di pura follia.
Un Woyzeck lontano dal pietismo, ma vicinissimo all’abisso contemporaneo.
Mondtag firma una lettura spietata, poetica e politica del testo di Büchner, restituendoci un classico come corpo vivo, pulsante, pronto a ferire ancora. Un filo di speranza appare solo nel finale, con una scala calata da un elicottero, forse la scala biblica di Giacobbe: un barlume di redenzione dopo la lotta.
Sembrava non potesse esserci luce capace di rischiarare il dramma, dominato da un fatalismo desolato e dalla certezza dell’ineluttabile potere del male. Ma il protagonista del dramma non è solo Woyzeck come preda impotente: è l’egoismo collettivo di un’umanità che si autodistrugge. E allora, il suo non-protagonismo diventa protesta, un grido muto contro ogni forma di ingiustizia.
Locandina
Berliner Ensemble, Ersan Mondtag
Woyzeck
Di Gerorg Bùchner
Regia e scene Ersan Mondtag
Assistente alle scene Alexander Naumann
Costumi Ari Schruth
Musica Tristan Brusch
Luci Rainer Casper, Hans Frùndt
Drammaturgia Clara Topic-Matutin
Woyzeck Maximilian Diehle
Tamburomaggiore Max Gindorff
Andres Gabriel Schneider
Marie Gerrit Jansen
Dottore Marc Oliver Schulze
Capitano Martin Rentzsch
Matto-infermiere Robert Carstensen




