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Come ascoltare davvero i giovani, riconoscere il terreno che li sostiene e cambiare il nostro sguardo adulto

Ci sono persone che non parlano dei giovani, ma con i giovani. Che non osservano dall’alto, ma si siedono accanto. Stefano Casulli è una di queste. Pedagogista al Centro Fonti San Lorenzo di Recanati e consulente privato, lavora ogni giorno nella formazione, nella supervisione dei gruppi, nell’accompagnamento educativo e genitoriale. I suoi temi — adolescenza, gestione dei conflitti, comunità educanti — lo portano a stare dove oggi si gioca una delle sfide più delicate: capire come crescere insieme in un tempo segnato dalla fragilità. Dice di sé: “Sono un millennial, formato in un mondo che ha esaltato l’individuo e il consumo”. È uno sguardo che ha imparato presto il prezzo delle aspettative e il silenzio che le avvolge.
Con lui ho voluto fare una chiacchierata autentica, senza formalismi, per capire cosa significa davvero educare oggi, cosa ci sta sfuggendo e quali piccoli gesti quotidiani possono ancora spalancare possibilità.
Questa non è un’intervista “tecnica”: è un dialogo tra chi, da prospettive diverse, abita lo stesso impegno.

Parto da qui, Stefano: se guardi ciò che vedi ogni giorno, qual è la prima cosa che noi adulti dovremmo smettere di fare per davvero aiutare i giovani?

Bella domanda. Penso che potremmo iniziare facendo un bel passo indietro: rinunciando a giudizi facili (adolescenza violenta, giovani sfaticati), sospendendo i tic mentali che ci portano a chiedere sempre performance e risultati, facendo attenzione alle nostre continue paure ed esigenze di controllo.
Un passo indietro nel giudizio, un passo indietro nel “timore” che non possano farcela o che siano a rischio. Questi riflessi incondizionati mi sembrano la tipica cornice educativa in cui sono inseriti i nostri giovani pre-adolescenti, adolescenti e “adultescenti”, come si inizia a dire nelle università.

Si dice sempre “bisogna ascoltare i ragazzi”, ma ormai sembra uno slogan svuotato. Per te, ascoltare davvero cosa significa?

Ho l’impressione che si sia creato un cortocircuito sul tema dell’ascolto. L’ascolto oggi viene vissuto spesso come ansia paranoica di rispondere ai bisogni dell’altra persona, giovane, figlio o figlia. Questo porta a creare contesti per un verso ipercontrollanti, per un altro essenzialmente narcisistici.
L’ascolto dovrebbe essere una pratica quotidiana che si traduce in due elementi:
il primo: la curiosità (nostra) per ciò che l’altra persona fa, dice, pensa; per come agisce, per come sviluppa le potenzialità; per la sua differenza rispetto a come siamo noi. In questo senso l’ascolto predispone alla sorpresa (nostra), alla meraviglia.
Il secondo: spazio di parola dell’altra persona, ascoltare significa lasciar parlare, permettere di esprimersi liberamente; predispone al confronto reciproco paritario, alla democrazia profonda.
La mia impressione è che la curiosità verso i giovani sia spesso scarsa, bruciata dal giudizio: “sono tutti hikikomori, passivi, svogliati, senza idee”. Intanto, gli spazi di parola davvero significativi per loro si riducono, e quando ci sono, raramente permettono un’espressione autentica.

Quando dici che i giovani non sono “più fragili”, ma che è fragile il contesto, cosa stai vedendo che dovremmo guardare anche noi adulti?

Sì. La mia impressione è che passiamo buona parte del nostro tempo in contesti mediati (digitali), individualizzanti e consumistici, sempre meno esposti alle relazioni come agli imprevisti: questo impoverisce la nostra esperienza, ci rende socialmente “meno intelligenti e capaci”.
Pellai parla di “allenare alla vita”, un concetto che condivido molto e che le neuroscienze ormai adottano: se non pratichiamo contesti complessi, di “rischio”, diventiamo sempre meno capaci di starci dentro, di sviluppare soluzioni articolate e a loro volta complesse.
E questo vale ancora di più per i giovani e giovanissimi che vivono età sensibili decisive sul piano evolutivo.

Molti educatori oggi confessano di sentirsi spiazzati. È il mondo che è cambiato troppo in fretta? O siamo noi ad aver perso strumenti?

Concordo con J. Haidt: viviamo l’era della “Grande Riconfigurazione”, quella in cui l’integrazione dello smartphone nella propria vita sta cambiando strutturalmente la vita di milioni di giovani. Sta determinando non solo un crollo della salute mentale, ma anche una mutazione profonda nell’agire sociale dei giovani: si esce molto meno e quasi esclusivamente per consumare; ci si relaziona di persona molto poco; di conseguenza il tono della paura è molto più alto e si alza molto la richiesta di controllo.
Un’educatrice di oggi incrocia giovani che vivono una realtà molto diversa: per questo è necessario studiare, capire, spogliarsi delle proprie convinzioni ed essere disposte a creare nuove strategie.

Hai parlato più volte di “bonificare il terreno”. Cosa intendi: quali sono, oggi, le tossine più pericolose per chi cresce?

Penso fai riferimento all’articolo che ho scritto a proposito dei docenti che hanno continuato a fare lezione mentre una studentessa di Recanati ha tentato il suicidio.
Come dicevo prima, ritengo che abbiamo bisogno di bonificare il terreno dai nostri giudizi facili e da tutte le sovrastrutture nostre, di adulti, che gravano sulle spalle dei giovani in forma di commenti.
I giovani, come chiunque di noi, sono sotto l’attacco educativo e culturale che viene dal mercato consumistico, dalla cultura dell’usa e getta e dalla morale che dice che “tu sei per quello che vali (economicamente)”.
Non servono i nostri giudizi per aumentare l’attacco, piuttosto serve una rotazione che ci ponga accanto a loro e che come adulti di riferimento ci spinga a fare scelte controcorrente, ricche di senso e antitetiche alla cultura dominante.

La scuola dovrebbe essere un luogo che accoglie e accompagna, e invece spesso i ragazzi la vivono come un ambiente sterile. Da dove si ricomincia?

La direzione in cui va la società del mercato è chiara: individualismo, competizione, cultura della performance e del consumo, approccio iperprotettivo.
Al netto della burocrazia che invade la scuola, la domanda sull’intenzionalità educativa è chiara: come si pone il singolo docente, il consiglio di classe, il collegio, la scuola di fronte a questo?
Le strade si riducono a due: la scuola diventa veicolo, alleato, della società del mercato; la scuola decide di essere un nucleo alternativo, luogo dove sperimentare la gratuità e la cooperazione, l’assenza di giudizio, la responsabilizzazione, il coraggio di vivere la città.
Naturalmente, la stessa domanda può essere fatta anche a centri giovanili, oratori, gruppi scout, centri sociali. Che mi sembrano essere l’unico vero argine educativo al disastro.

C’è chi dice ai giovani che devono “farsi le ossa”. Ma forse il punto non è irrobustire loro: è cambiare il nostro modo di stare nel mondo?

Come detto, all’origine deve esserci una cultura della fiducia e non della paura.
Un bambino, se ha una base sicura, fiducia e supporto, va alla scoperta del mondo esterno, fa esperienze, desidera conoscere; stessa cosa per un adolescente, che lo fa con un gruppo, con le amiche. Farsi le ossa significa vivere, sperimentare, correre rischi, perché ogni nuova esperienza aggiunge un mattoncino alla fiducia e alla conoscenza del mondo. Non penso si debba “cambiare il contesto”: i giovani non hanno bisogno che impacchettiamo loro il mondo perfetto. Se riduciamo il carico di paura verso il mondo e l’iperprotezione verso di loro, poi si incontrano e fanno esperienze ovunque, dove capita. E là, crescono.
Mi viene in mente la poesia di Prévert “Les enfants qui s’aiment”: i giovani si baciano sulle porte delle case, fregandosene di chi li guarda. Ecco, là c’è la gioventù che possiamo sognare insieme.

In un mondo che trasforma ogni relazione in una prestazione, come si salva — davvero — la gratuità del rapporto educativo?

Praticandola. Disinvestendo sul voto. Ribaltando il principio “Tu sei per quello che vali” (il voto, ad esempio) in “Tu vali per quello che sei”.
Io ti amo comunque, ti scelgo comunque, ti sono accanto comunque.
E questo non mi impedisce di confliggere con te, di affermare principi, di negoziare regole, di dirti cosa penso del mondo attorno. Moltiplicare ovunque luoghi educativi a basso accesso, gratuiti, a frequenza libera, non strutturati.
E poi, ricordare sempre che quando scegliamo di lavorare nell’educazione, siamo sempre là per i ragazzi e le ragazze, non per il nostro stipendio.

Nel tuo libro [Consumi precari e desideri inariditi. L’educazione al tempo del neoliberismo – Aras Edizioni] parli di “desideri inariditi”. Come si riaccende il desiderio senza manipolare, senza scorciatoie?

Il desiderio si contrappone al godimento: il primo è progettuale, ambizioso, gratificante ma per certi versi irrisolvibile, tensione permanente; il secondo afferisce al piacere, spesso oggettuale: è puntiforme, attiva dopamina, sale e scende.
Se il godimento è ciò che viene costantemente alimentato dai social e dalle piattaforme di consumo, in una forma quasi masturbatoria, il desiderio richiede orizzonti, progettualità, impegno: non è mai immediato.
Ecco: penso che lavorare sul desiderio significhi mettere avanti sempre obiettivi e percorsi lunghi, grandi, ambiziosi, di significato. Nella mia pratica vedo che quando questo avviene, i giovani ci stanno, eccome!

Chiudo con questo: un gesto piccolo, ma rivoluzionario, che ogni educatore potrebbe iniziare a fare già domani?

Smettere di usare il cellulare in presenza di minori.
Camminare, quando può e dove può, con i ragazzi e le ragazze: in città o in montagna, in direzione di posti lontanissimi.
E poi costruire coi giovani un diario collettivo: un luogo dove poter scrivere, attaccare, disegnare, incollare sticker.
Dove mettere concretamente a terra ciò che si è, ma al tempo stesso raccogliere e archiviare — e farlo collettivamente, dentro uno spazio del NOI tanto immaginario quanto concreto. Conservabile.

Grazie Stefano, per questa conversazione che non si giustifica né accusa, ma apre spazi. Ci ricorda che educare non è proteggere dal mondo, ma renderlo attraversabile; non è chiedere ai giovani di essere forti, ma dimostrare noi per primi il coraggio di cambiare postura. Non c’è nulla di retorico nel dirlo: la fragilità non è una colpa, è un luogo. Sta a noi decidere se lasciarlo deserto o abitarlo insieme.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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