L’articolo di Margherita Ambrogetti Damiani, pubblicato il 23 giugno 2026 su QN con il titolo “La solitudine non è una scelta, è un progetto politico. E un problema di qualità della democrazia”, offre uno spunto di riflessione particolarmente significativo su uno dei fenomeni più profondi del nostro tempo. Muovendo da quelle considerazioni, vorrei provare ad allargare lo sguardo, intrecciando alcune delle principali evidenze offerte dalla sociologia, dall’antropologia, dalla psicologia sociale e dagli studi condotti sulla città.
Viviamo nell’epoca della connessione permanente, questo è noto. Possiamo comunicare con chiunque, in qualsiasi momento, condividere immagini, idee e frammenti della nostra vita con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Eppure mai come oggi la solitudine è diventata una delle esperienze più diffuse.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità la considera ormai una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo, capace di incidere sulla salute fisica, sul benessere psicologico e perfino sull’aspettativa di vita. Nonostante ciò continuiamo a interpretarla quasi esclusivamente come una vicenda privata: se una persona è sola, tendiamo a pensare che il problema riguardi il suo carattere, le sue capacità relazionali o le sue scelte. Tutto o quasi insomma è “opera” dell’individuo, della persona.
Forse dovremmo iniziare a porci una domanda diversa: e se la solitudine fosse anche il prodotto della società che abbiamo costruito?
L’antropologia e la sociologia contemporanee ci ricordano che l’essere umano non nasce per vivere isolato. Come osserva Tim Ingold, diventiamo ciò che siamo attraverso le relazioni. Non esistiamo semplicemente accanto agli altri: cresciamo, impariamo e costruiamo la nostra identità grazie ai legami che intrecciamo lungo la vita.
Per questo la solitudine non può essere letta soltanto come una condizione individuale. È anche un fenomeno sociale.
Negli ultimi decenni abbiamo progressivamente trasformato, evidentemente, il modo di abitare il tempo e lo spazio. Le città sono diventate sempre più efficienti nel favorire gli spostamenti (quelle meglio governate) e il consumo, ma spesso meno capaci di favorire l’incontro spontaneo. Questo vale certamente per le grandi metropoli, ma riguarda anche centri di dimensioni più contenute. Una città può crescere in abitanti, in edifici e in superfici urbanizzate senza crescere allo stesso ritmo nelle occasioni di relazione. Perché non basta costruire case per costruire una comunità. Servono luoghi nei quali le persone abbiano voglia di fermarsi, riconoscersi e vivere una parte della propria quotidianità insieme agli altri. Lo spazio urbano, come ricordava Henri Lefebvre, non è mai neutrale: orienta il modo in cui ci incontriamo, collaboriamo o, al contrario, finiamo per vivere semplicemente gli uni accanto agli altri.
Anche il tempo è cambiato. Le giornate sono scandite da lavoro, spostamenti, notifiche e prestazioni continue. Il tempo libero viene spesso vissuto come qualcosa da ottimizzare anziché da abitare. Persino le relazioni sembrano adattarsi alla logica dell’efficienza: appuntamenti fissati con settimane di anticipo, conversazioni affidate a messaggi vocali accelerati, amicizie mantenute attraverso uno schermo. Stare semplicemente insieme, senza uno scopo produttivo, sembra essere diventato quasi un lusso.
È in questo contesto che acquista straordinaria attualità l’analisi di Zygmunt Bauman. Nella sua idea di modernità liquida descrive il passaggio dalle relazioni alle connessioni: i rapporti umani diventano più facili da avviare, ma altrettanto facili da interrompere. La connessione sostituisce il legame, senza però riuscire a generare quella fiducia reciproca di cui ogni comunità ha bisogno.
Robert Putnam, nel celebre Bowling Alone, osservava già all’inizio degli anni Duemila un progressivo impoverimento del capitale sociale: meno partecipazione associativa, meno vita comunitaria, meno fiducia reciproca. Il problema non riguarda soltanto la qualità della nostra vita privata. Riguarda la qualità stessa della democrazia.
Quando diminuiscono i luoghi d’incontro, diminuiscono anche le occasioni di conoscersi, di confrontarsi e di imparare a convivere con chi è diverso da noi. Le persone partecipano meno alla vita pubblica, frequentano meno associazioni, sviluppano minore fiducia reciproca e perdono progressivamente quelle competenze sociali che si apprendono solo vivendo insieme: il dialogo, la cooperazione, il rispetto delle differenze, la reciprocità e il senso di responsabilità verso la comunità. In sintesi, una comunità composta da individui sempre più isolati fatica a costruire appartenenza.
Anche la psicologia sociale conferma questo meccanismo. Gli studi di John Cacioppo mostrano come la solitudine non sia semplicemente assenza di compagnia. Modifica il modo in cui interpretiamo il mondo. Chi si sente solo tende a percepire gli altri come meno affidabili, sviluppa maggiore diffidenza e, inconsapevolmente, alimenta un circolo vizioso che rende ancora più difficile costruire nuove relazioni. La solitudine, in altre parole, genera altra solitudine.
Per questo limitarci a dire alle persone “uscite di più”, “fate nuove amicizie” o “spegnete il telefono” significa affrontare soltanto la superficie del problema.
Esiste infatti una dimensione profondamente politica della questione. Politica non nel senso partitico del termine, ma nel significato più autentico della parola: il modo in cui organizziamo la vita della polis. Ogni scelta urbanistica, ogni spazio pubblico preservato o cancellato, ogni biblioteca, piazza, centro civico, impianto sportivo, parco o luogo di aggregazione rappresenta anche una scelta sul tipo di relazioni che vogliamo rendere possibili.
La cultura, lo sport, il volontariato, l’associazionismo e le politiche giovanili non sono semplici attività ricreative. Sono infrastrutture relazionali: luoghi nei quali una comunità impara a conoscersi, a fidarsi e a riconoscersi.
Perché una comunità è davvero tale quando nessuno resta invisibile: il bambino che muove i primi passi nel mondo, l’adolescente che cerca il proprio posto, il genitore spesso travolto dalla quotidianità, l’adulto che desidera continuare a sentirsi utile, l’anziana rimasta sola con i figli lontani, chi arriva da un altro Paese e prova a costruire nuove appartenenze. Una città cresce quando ciascuno, indipendentemente dall’età o dalla propria storia, può trovare relazioni, partecipazione e una ragione per sentirsi parte della vita collettiva.
Richard Sennett ha scritto che le città sono vive quando favoriscono la cooperazione tra persone diverse. Hannah Arendt ricordava che la politica nasce quando gli esseri umani condividono uno spazio pubblico e agiscono insieme. È un’intuizione che oggi appare più attuale che mai.
Dovremmo iniziare a valutare una città non soltanto per le opere che inaugura, ma per le relazioni che rende possibili. Esistono investimenti che producono benessere ben oltre la loro funzione materiale: una biblioteca aperta fino a sera, un parco vissuto, un centro di aggregazione, un laboratorio culturale, un’associazione più protagonista, un gruppo di lettura in più, uno spazio pubblico pieno di bambini, ragazzi, genitori e nonni. Sono luoghi nei quali si costruisce fiducia, si previene l’isolamento e si alimenta quel senso di appartenenza che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.
Perché ogni relazione autentica costruita oggi rappresenta un anticorpo contro la solitudine di domani. Dovremmo iniziare a considerare i legami sociali come un bene comune, esattamente come consideriamo tali l’ambiente, la scuola o la salute pubblica.
Una società, infatti, non si misura soltanto dalla ricchezza che produce o dalla velocità con cui comunica. Si misura dalla sua capacità di fare in modo che le persone non si sentano sole.
Ed è forse questa la domanda più importante che dovremmo porci ogni volta che immaginiamo il futuro delle nostre città: stiamo progettando luoghi da attraversare o luoghi nei quali costruire relazioni?
Perché il diritto di non restare soli non è un privilegio individuale. È un impegno che una comunità sceglie di assumere verso tutte le persone. E forse rappresenta una delle forme più alte di civiltà.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




