Di Livia De Pace
La città di Civitanova Marche torna, tristemente, sotto i riflettori dell’inchiesta giornalistica. In più di un’occasione, la trasmissione Report su Rai 3 andata in replica ieri sabato ultima puntata prima della pausa estiva ,
ha dedicato ampio spazio al caso della banca clandestina cinese, un’organizzazione strutturata che da anni operava sul territorio italiano con diramazioni in tutta la penisola, ma con una regia centrale proprio nelle Marche. Civitanova, cuore pulsante del commercio e dell’imprenditoria, è stata teatro – suo malgrado – di un sistema occulto, altamente organizzato, che ha gestito e riciclato centinaia di milioni di euro.
Daniele Autieri, giornalista di punta della trasmissione, ha più volte portato in onda le prove di un’economia parallela in mano a organizzazioni cinesi, che hanno creato una vera e propria “Chinese Underground Bank”. Il titolo dell’inchiesta più recente, “Ombre cinesi”, è emblematico: dietro vetrine di negozi, agenzie e capannoni, si nascondeva una struttura bancaria alternativa, non autorizzata, che fungeva da snodo per riciclare capitali sporchi provenienti da frodi fiscali, contraffazione e attività della criminalità organizzata.
Le indagini della Guardia di Finanza e dell’EPPO (Procura europea) hanno portato alla luce una rete estesa in tutta Italia – da Milano a Napoli – ma che trovava il proprio centro operativo in Civitanova Marche e Corridonia. In questi comuni marchigiani si trovavano i principali sportelli della banca clandestina, camuffati da attività legali: un’agenzia viaggi, un Cash & Carry, una villa residenziale attrezzata come caveau, con contabanconote e sistemi di sicurezza.
Questi i numeri:
116 milioni di euro: il valore del denaro riciclato in pochi anni attraverso operazioni fittizie e trasferimenti illegali.
500 milioni di euro: il danno erariale stimato per frode IVA internazionale e dazi evasi.
33 indagati, tra cui cinesi e italiani: promotori, corrieri, addetti agli sportelli, imprenditori e anche professionisti insospettabili.
Sequestrati conti bancari, immobili di lusso, auto sportive (Porsche, Audi, Mercedes), e un’intera cittadella commerciale.
Report ha mostrato come il denaro venisse movimentato con modalità “tradizionali” (corrieri con trolley pieni di banconote) e digitali (con conti virtuali e triangolazioni tra Italia, Germania, Bulgaria e Cina). I soldi arrivavano spesso in contanti nei “centri di raccolta” e venivano poi reinvestiti in immobili, attività commerciali o rispediti in patria tramite una fitta rete internazionale.
Una parte importante dell’inchiesta ha riguardato il rapporto diretto tra la banca clandestina e organizzazioni criminali. La rete riciclava denaro per conto della mafia cinese, mafia albanese, e anche di soggetti italiani, come imprenditori e professionisti conniventi. Un sistema collaudato, che riusciva a rendere “puliti” i proventi illeciti e a farli rientrare nel circuito legale.
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalle inchieste di Report è il coinvolgimento di figure “insospettabili”: avvocati, commercialisti e imprenditori italiani, che affidavano capitali al sistema cinese per sfuggire al fisco e ripulire denaro nero. Un meccanismo che, secondo le ricostruzioni di Report, va ben oltre il singolo caso e rivela la porosità del tessuto economico nazionale alle infiltrazioni di reti criminali.




