di Fabrizio Cambriani
Qualche giorno fa ha visto la luce il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne redatto dal dipartimento di politiche di coesione e per il sud della Presidenza del Consiglio di Ministri. In estrema sintesi si tratta di un’analisi della situazione attuale corredata da una proposta di obiettivi da realizzare a supporto delle aree interne più svantaggiate. Particolare rumore e disappunto ha suscitato uno di questi obiettivi, intitolato “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile” nel quale si legge testualmente: “Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita.” Praticamente, già si prefigura l’eutanasia di interi territori. Ma quello che più spaventa, in una lettura più approfondita di tutto il documento, sono le ipotesi generali. Intanto le previsioni ISTAT al 2011 erano ottimistiche e prefiguravano una crescita di popolazione fino al 2040. Che tuttavia, non si è realizzata. A fine del 2023, infatti, abbiamo perso 1,3 milioni di abitanti e le nuove, aggiornate stime prevedono, entro il 2080, una perdita di oltre tredici milioni di persone. Con la stragrande maggioranza di anziani rispetto ai giovani. I quali, loro malgrado, sono oggi e lo saranno ancor più domani, costretti a emigrare verso località nazionali più attrattive in cerca di migliori opportunità di formazione e lavoro. O addirittura all’estero. E che non saranno rimpiazzati dagli immigrati perché anche loro, queste terre sventurate, preferiscono schivarle.
Dunque, a farne le spese sarà oltre la metà dell’intera popolazione italiana: il Mezzogiorno assieme alle aree interne. Nelle quali sono “molti i Comuni che rischiano un percorso di marginalizzazione irreversibile per le dinamiche demografiche che li caratterizzano”. Della crisi delle aree interne se ne sente parlare da decenni, ma in concreto, nessuno ha preso mai provvedimenti significativi per tentare di invertire la tendenza. Solo da un punto di vista normativo sono passati ben 35 anni dall’entrata in vigore della legge 142/90 a firma di Adriano Ciaffi. Un impianto normativo che regolava con lungimiranza e coscienza di insieme l’ordinamento degli enti locali. Prevedendo associazioni, unioni e fusioni di comuni che – ahimè – salvo qualche rarissima eccezione non si sono mai realizzate. Al contrario, con il passare degli anni, è prevalso il peggiore spirito identitario e di campanile che ha portato all’isolamento e all’irrilevanza – soprattutto politica – di questi territori. Basti pensare alle scelte effettuate immediatamente dopo la crisi sismica del 2016. Villaggi di poche centinaia di abitanti che hanno scelto di costruire e ricostruire interi edifici scolastici invece di accorparli e raggrupparli in comuni punti strategici. Prevedendo investimenti più consistenti, mirati e capillari per il trasporto. Edifici che, tempo pochissimi anni, resteranno desolatamente vuoti. Con pochissimi alunni per classe quando andrà bene. O nel caso peggiore e in pieno terzo millennio, con le pluriclassi, retaggio classista della metà del secolo scorso. Un lungo percorso di declino giunto oggi al punto di non ritorno, tanto grave, davanti al quale l’attuale governo alza bandiera bianca senza neanche troppi giri di parole. Perché, evidentemente, sono cambiate le priorità e gli impegni frettolosamente sottoscritti in campo internazionale accorciano di parecchio la coperta già striminzita delle risorse finanziarie disponibili. Ma si tratta di un provvedimento che ha anche il sapore amaro della beffa verso gli amministratori di questi territori – per lo più tutti di destra – che hanno costruito i loro consensi accusando i governi precedenti di disinteresse e lassismo.




