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Liberarsi dall’errore di Cartesio per superare il patriarcato (di Valentina Guardabassi)

Il giorno giovedì 16 ottobre 2025 è stato approvato in commissione Cultura della Camera un emendamento al DDL Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, presentato dalla Lega, che vieta a “figure esterne” e “attivisti ideologizzati” di svolgere attività didattiche riguardanti l’educazione sessuo-affettiva anche nelle scuole secondarie di primo grado. In quelle primarie il divieto era già in atto: il tema può essere affrontato solo da un punto di vista biologico e riproduttivo! Nelle scuole secondarie di secondo grado (scuole superiori) i genitori degli alunni dovranno inoltre essere informati sui libri di testo adottati e sul programma da affrontare.
L’Italia è rimasta uno degli ultimi paesi europei in cui l’educazione affettiva e sessuale non è obbligatoria. Secondo il rapporto Global Education Monitoring Report-GEM dell’UNESCO, l’Italia è tra i pochi stati membri in cui per questo insegnamento non è previsto alcun tipo di programma. È l’UNESCO stessa a ricordare che il diritto a questa educazione è un diritto alla salute e allo stesso tempo è fondamentale per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere – che è anche e soprattutto uno degli obiettivi dell’Agenda 2030.
L’Unesco aveva ribadito l’importanza del diritto all’educazione affettiva e sessuale non solo come diritto alla salute, ma anche al fine di realizzare il pieno rispetto dei diritti umani e favorire l’uguaglianza di genere, uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, e già nel 2018, aveva sottolineato l’importanza dell’educazione sessuale nelle scuole, sottolineando come essa possa influenzare positivamente i ragazzi nello sviluppo di conoscenze, competenze e atteggiamenti, e anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2010, aveva raccomandato l’avvio di tali programmi educativi fin dalle scuole materne.
Ma perché l’educazione sessuo-affettiva è così importante tanto da poter essere equiparata alle altre discipline come la matematica o lo studio della lingua italiana?
António Damásio, neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese, nel suo libro “L’errore di Cartesio” sostiene che i sentimenti spesso sono in grado di condizionare positivamente le nostre convinzioni e le nostre scelte. Dopo un’attenta osservazione clinica con l’uso delle più moderne tecnologie di indagine è riuscito a dimostrare come, al contrario della tradizione culturale che ha sempre svalutato l’interferenza negativa delle emozioni sulla ragione, queste sono invece fondamentali per un sano funzionamento delle funzioni razionali e dei processi decisionali. Le sue scoperte confutano la concezione cartesiana del dualismo corpo-mente, sostenendo che la ragione non potrebbe funzionare correttamente senza le emozioni, ovvero senza lo stretto collegamento con il corpo, il quale offre costantemente la materia di base con cui il cervello costruisce le immagini da cui origina il pensiero. L’errore di Cartesio è stato non capire che l’apparato della razionalità non è indipendente da quello della regolazione biologica ma ne è un necessario completamento.
Da questo assunto discende direttamente la necessarietà di un’azione educativa della sfera affettiva, al fine di potenziare le funzioni dell’apprendimento ma anche per costruire il pensiero critico che, se non forgiato con un’adeguata formazione sessuo-affettiva, può condurre il soggetto umano al di fuori del socialmente accettabile, fino al compimento, in casi estremi, dell’azione criminale. In pratica senza l’educazione affettiva, una persona potrebbe avere difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni, confondendole con il bisogno di approvazione o il controllo degli altri.

Dalla notte dei tempi, i nostri comportamenti sono stati regolati da stereotipi, da un complesso intreccio di fattori socio-economici, culturali e biologici, emerso principalmente con la rivoluzione agricola circa 10.000 anni fa, quando si passò da società di caccia e raccolta a insediamenti stanziali e agricoli. In questo periodo, la divisione del lavoro si modificò, con gli uomini che si occupavano di attività produttive all’esterno, mentre le donne si concentravano principalmente sul lavoro domestico e sulla cura dei figli. Questo portò a un sistema di potere basato sulla figura maschile, inizialmente come “padre-protettore” della famiglia, che si è poi esteso all’intera società. Possiamo riassumere questo meccanismo nella parola “patriarcato”.
Se da un lato il patriarcato ha regolato il sistema su cui si è fondato lo sviluppo della società fino ai nostri giorni, la rivoluzione economica e culturale che sta investendo il mondo da occidente a oriente necessita di un cambio di passo, di un adeguamento dei comportamenti alla nuova realtà che regola i rapporti tra i generi, in cui di fatto al ruolo della donna sottendono le stesse responsabilità e aspettative che in passato ponevano invece la figura maschile in una posizione predominante.
Nonostante decenni di attivismo sulle disuguaglianze di genere e sull’uguaglianza dei diritti, la discriminazione rimane tuttavia endogena al sistema sociale e politico e il patriarcato resiste al cambiamento, perché parte della società trae beneficio dai vantaggi iniqui che il patriarcato le conferisce. Imponendoci di sacrificare l’amore a vantaggio della gerarchia, il patriarcato ci protegge dalla vulnerabilità in cui l’amare ci pone e diviene paradossalmente un baluardo difensivo rispetto al rischio della perdita e dell’abbandono insito nell’amore.
È questa la tesi sostenuta da Carol Gilligan e Naomi Snider nel loro libro “Perché il patriarcato persiste?” edito da VandA edizioni, 2021.
“Gli stereotipi di genere affondano le loro radici psicologiche nella risposta patologica alla perdita: il patriarcato persiste perché l’amore viene sacrificato per proteggerci dal dolore della perdita sentita come inevitabile e irreparabile. Gli uomini seguono la via del distacco emotivo, della separazione della mente dal corpo, del pensiero dalle emozioni, mentre le donne rinunciano alla propria voce sincera votandosi a un accudimento ansioso.” (Carol Gilligan e Naomi Snider)
L'”Errore di Cartesio”, sopra citato, e il patriarcato, rappresentano i presupposti da cui origina la profonda crisi in atto tra i generi, sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambi si basano su una separazione tra mente e corpo e su ruoli di genere rigidi. La separazione cartesiana tra res cogitans (mente) e res extensa (corpo) ha creato una gerarchia in cui la razionalità è associata al maschile (mente) e la fisicità/emotività al femminile (corpo). Questa dicotomia, che il filosofo António Damásio critica nel suo libro, si riflette nelle disuguaglianze e nei ruoli stereotipati del patriarcato, dove si tende a relegare le donne a ruoli legati alla cura e alle emozioni, mentre gli uomini sono associati alla sfera pubblica e razionale.
Dove questa relazione si spezza, diventa tossica e i due generi entrano in conflitto, solo il pensiero critico, formato attraverso l’educazione all’affettività, può colmare o riparare la comunicazione interrotta; in caso contrario, anche se non necessariamente, il rischio del ricorso alla violenza diventa reale e in molti casi assume i toni del dramma, dai reati cosiddetti “sentinella” fino all’omicidio.
In generale, per quanto alcune categorie possano emergere come più vulnerabili rispetto a una forma specifica di violenza, i dati non lasciano dubbi: la violenza di genere può toccare tutte, giovani e adulte, single o sposate, separate e divorziate, diplomate e laureate, autoctone e migranti. L’unico dato incoraggiante che emerge dalle rilevazioni è quello della minor percentuale di violenze denunciate dalle giovani che studiano e dalle donne con occupazione autonoma, mentre la forte correlazione positiva (0,81) tra disoccupazione femminile e femminicidi in Italia, indica che all’aumento della disoccupazione aumenta il numero di femminicidi, ovvero la scarsa autonomia finanziaria delle donne rappresenta una frattura economica causa della violenza di genere. Emerge quindi la necessità di politiche economiche a contrasto della disoccupazione femminile come strumento di contenimento dei femminicidi stessi.
Rispetto a tutti gli altri principali paesi europei analizzati dove negli ultimi tre anni si è osservato un lieve aumento del numero dei femminicidi, la situazione in Italia appare migliore, ma senza dubbio si può affermare che ad oggi in Italia la violenza contro le donne rimane un fenomeno diffuso e trasversale alle società e ai territori, radicatissimo nei contesti familiari e nelle pratiche delle routine quotidiane, dove persistono mentalità e stereotipi fertili alla riproduzione delle diseguaglianze e delle violenze.
Dai dati delle Nazioni Unite e dall’Istituto Nazionale di Statistica risulta che oltre il 35% delle donne italiane dai 16 ai 70 anni ha subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale, per la precisione 2.433.000, il 26% una violenza psicologica ed economica, e il 21% una forma di persecuzione classificabile come stalking. Le forme di violenza più gravi sono sempre perpetrate dai partner, quando la relazione è ancora in vita o dopo una rottura, e a seguire da altri familiari o conoscenti. Non fanno eccezione i casi di violenza estrema, cioè gli omicidi volontari: 8 donne su 10 sono uccise da un conoscente, che in oltre la metà dei casi è il compagno o l’ex, nei restanti di nuovo un familiare (compresi genitori e figli), un amico o un collega.
Il tasso di sommerso, ovvero di casi non denunciati, continua ad essere altissimo: tra coloro che subiscono violenza solo una donna su 10 denuncia, e le donne straniere hanno una propensione ancora più bassa a denunciare. Verosimilmente, moltiplicando il dato per 10, almeno 500.000 sono gli uomini che ogni anno usano violenza contro le donne.
Numeri, studi, dati, denunce, ferite, morti non bastano ancora per suscitare un vero interesse da parte delle istituzioni se addirittura una tra le più importanti risposte per contrastare la violenza di genere, ovvero l’educazione all’affettività, viene ridotta dal nostro Ministero dell’Istruzione e del Merito ad educazione di anatomia, ritenendo che l’educazione affettiva spetti prima di tutto alla famiglia, quella stessa famiglia in cui in molti casi compagne, figlie e madri perdono la vita.

di Valentina Guardabassi

Bibliografia:
“L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano.” António Rosa Damásio. Adelphi
“Perché il patriarcato persiste?” di Carol Gilligan e Naomi Snider. VandA.edizioni

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