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Radure che scompaiono e silenzi che crescono. Un appunto dalla montagna

Di Andrea Marinelli

C’era un tempo in cui il codirosso veniva a fare il nido tra i pertugi del mio tetto a spiovente, lassù a Pian dell’Arco di Frontignano. La mia casa è sempre stata la più alta, quella che si affaccia direttamente sull’orizzonte delle cime del Bove. Era un appuntamento regolare, quasi rassicurante. Ogni primavera tornava, insieme ai balestrucci che diversamente preferivano l’incrocio triangolare delle travi.
Erano anni in cui le nevicate cominciavano presto e duravano fino a Pasqua, e i pascoli restavano aperti perché l’allevamento manteneva viva la radura. Tutto si teneva insieme, le greggi che ripulivano i prati, le persone che continuavano a viverci, un paesaggio che restava riconoscibile.
Poi, in pochi decenni, la montagna è cambiata. L’abbandono delle attività agricole e pastorali ha lasciato spazio al ginepro, ai rovi, al bosco che avanza senza più ostacoli. È così che la radura si è chiusa e il codirosso ha smesso di tornare. Non è solo una perdita per chi ama gli uccelli, è un segnale più profondo di un equilibrio che si spezza, di un territorio che si impoverisce anche nell’identità.
Oggi, di fronte a chi parla di declino irreversibile, sento la responsabilità di non accettare questa versione dei fatti come un destino scontato. La scomparsa della radura non è un fenomeno naturale inevitabile, è l’effetto di scelte politiche e di una lunga stagione di disattenzione. È l’esito di un’idea di modernità che ha considerato marginale chi vive e lavora in montagna.
Eppure non tutto è perduto. I balestrucci, dopo anni di assenza, sono tornati a nidificare sotto il mio tetto. È un piccolo segnale che lascia spazio alla possibilità di un ritorno anche per il codirosso e per altre specie che hanno bisogno di spazi aperti.
Ma perché questo accada servono politiche serie, sostegno all’allevamento estensivo, incentivi per chi mantiene i pascoli e per chi decide di restare a lavorare nei territori più fragili. Serve riconoscere che la tutela della biodiversità e la cura del paesaggio non sono un lusso, ma un interesse collettivo.
Lo dico da persona che questi luoghi li vive quotidianamente e che sente di avere un debito di riconoscenza verso questa montagna. Se un giorno torneremo a vedere il codirosso posato su un palo di recinzione, vorrà dire che avremo scelto di non lasciare andare alla deriva ciò che ci appartiene.

Di Andrea Marinelli

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