Crescere attraverso lo sport: l’esperienza di Luciano Sabbatini
Luciano, chi ti conosce sa che hai un curriculum solido, ma anche uno sguardo curioso, multidisciplinare e molto umano. Se ti chiedessi: “Chi è oggi Luciano Sabbatini, e cosa lo muove quando entra in palestra, in campo, in aula o in uno spogliatoio?”, da dove partiresti?
Sicuramente dal desiderio di offrire agli altri — che nel mio caso sono soprattutto giovani — strumenti per guardarsi in modo diverso, anche nella competizione, stimolando la ricerca continua della propria unicità e originalità. Dentro ognuno c’è veramente tutto ciò che serve…
Sei stato accanto a campioni come Tamberi, ma anche vicino a tanti ragazzi che vivono lo sport nella quotidianità. Cosa osservi nei giovani di oggi? Cosa portano con sé quando si affacciano a un percorso sportivo?
Spesso, purtroppo, noto una ricerca spasmodica del risultato a tutti i costi, del “tutto e subito”. Un’altra tematica, direi universale, riguarda l’identificazione del proprio valore con il risultato ottenuto: va tutto bene se vinci, ma se perdi… così è molto facile autodistruggersi.
Altre volte emerge una genuina necessità di esprimere l’energia che sentono dentro, ma che non riescono a canalizzare nelle azioni, perché ostacolati da pensieri ed emozioni.
Molti giovani vivono il peso del confronto, della prestazione, del “non essere abbastanza”. Come si impara ad allenare la fiducia in sé quando la testa vacilla prima ancora delle gambe?
Il potenziale personale si costruisce valorizzando le proprie attitudini, cioè attraverso un percorso virtuoso che pone il focus su ciò che ha soddisfatto il proprio agire, al di là dell’esito finale. Questo è possibile lavorando su micro-obiettivi, progressivamente raggiungibili, che favoriscono un miglioramento continuo e, con esso, alimentano la fiducia e il senso di autoefficacia. Un esempio semplice per spiegare l’autoefficacia: un giovane che ha autoefficacia non si scoraggia subito se fallisce. Pensa: “Posso farcela, devo solo capire come”.
Il talento da solo non basta. Molti giovani si scoraggiano facilmente e finiscono per sentirsi inadeguati se i risultati non arrivano subito. In che modo lo sport — se accompagnato da figure educative attente — può diventare un’occasione per coltivare perseveranza, pazienza e fiducia in sé stessi?
La parola magica è: DIVERTIMENTO. Se perdiamo di vista la natura vera del gioco — che è quella di stare insieme ad altri — cosa rimane?
L’allenatore attento alla crescita (non solo prestazionale!) deve saper dare feedback positivi sull’atteggiamento, sui comportamenti, valorizzando l’espressione di valori come unità, attenzione all’altro, empatia, inclusione, vicinanza, rispetto… Se fatto bene, quello dell’istruttore è un lavoro faticoso, di grande responsabilità e importanza.
Ci sono momenti in cui un giovane atleta “si spegne”, perde motivazione o si ferma per un infortunio. Tu che ci sei passato, cosa può aiutare in quei momenti in cui sembra tutto perso?
Accogliere stati d’animo, difficoltà, momenti “no” come parte del percorso. Quando sei al tuo minimo, anche dopo un infortunio grave, l’unica strada è restare nel quotidiano, nel momento presente. Mai proiettarsi nel futuro o rifugiarsi nel passato. Accogliere ogni sensazione, anche scomoda, per sentirsi davvero umani: per fortuna non siamo “macchine”!
Per un atleta evoluto, credersi un “supereroe” è pericoloso e dannoso. Sinner ci sta dimostrando tutta la sua umanità, le sue difficoltà, e questo lo rende ancora più grande: per i risultati ottenuti e per quelli che otterrà.
Che tipo di adulti servono accanto ai ragazzi oggi? Genitori, allenatori, dirigenti: cosa dovrebbero sapere per stare davvero dalla loro parte?
Serve vicinanza, presenza. Lo sguardo va mantenuto sui ragazzi, considerando il risultato solo come conseguenza del lavoro fatto insieme.
Quando un ragazzo o una ragazza torna da una partita, le prime domande non dovrebbero essere: “Com’è andata? Hai giocato? Come hai giocato?”, ma: “Ti sei divertito? Hai dato il meglio di te?”
I ragazzi spesso parlano poco di ciò che provano. Come si costruisce quella fiducia che li porta ad aprirsi? E come si riconosce un disagio prima che diventi troppo grande?
La cura della relazione è un processo che richiede energie. Per i genitori inizia già nel grembo materno.
La relazione si costruisce attraverso un ascolto attento, anche dei segnali più piccoli. Non è facile intercettare un disagio in palestra, ma spesso è proprio nel gioco che emergono informazioni autentiche e vere.
Hai un episodio, un frammento della tua esperienza che racconta bene cosa può accadere quando un giovane viene ascoltato al momento giusto?
Lavorando con una giovane atleta, avevo percepito chiaramente quanto sentisse la pressione per i risultati, soprattutto da parte della madre (animata, va detto, dalle migliori intenzioni: vedere felice sua figlia!).
Essermi fatto portavoce del disagio della ragazza ha portato a un cambiamento radicale nell’atteggiamento della madre, con beneficio per tutti. E anche — inevitabilmente — con risultati migliori!
In un tempo che spinge ad andare sempre più veloci, cosa significa per un ragazzo “stare nel processo”, affrontare la fatica e attendere con coraggio i frutti del lavoro?
Questo è il bello dello sport, se praticato bene! Se l’ambiente è piacevole, se le relazioni tra gli atleti sono serene, se adulti e ragazzi stanno bene insieme… è come se il tempo si fermasse.
In quelle due ore di allenamento tutto il resto rimane fuori: preoccupazioni, ansie, difficoltà. Ci si mette in gioco, e si scrivono ricordi che resteranno per tutta la vita, al di là del livello tecnico raggiunto.
Se potessi dire tre cose a un giovane atleta che oggi si sente fragile, incerto, magari in crisi… cosa gli diresti?
Gli direi: “A tutti capita di sentirsi così. Ora la cosa più importante è non fermarsi. Ricomincia da ciò che ti piace di più, e senza fretta, rimetti un piede davanti all’altro”.
E poi, gli consiglierei di parlarne con il suo allenatore, che è la persona che più può aiutarlo a ritrovare il divertimento e la leggerezza nella pratica.
E a chi sta leggendo, che magari è un genitore, un educatore, o semplicemente un adulto che ha a cuore i ragazzi: quale pensiero affideresti per accompagnarli meglio, senza giudicare, senza forzare?
La prestazione di un atleta non nasce in un mondo a parte, ma è il riflesso dell’ambiente relazionale in cui vive: il gruppo squadra, lo staff tecnico e dirigenziale, la famiglia, gli amici, la scuola.
E allora la domanda la rivolgo a noi adulti, genitori, educatori, tecnici, dirigenti:
Chi si deve occupare di creare ambienti accoglienti, non giudicanti, dove ciascuno si senta libero di esprimere sé stesso?
Chi deve proteggere quell’ambiente?
Chi deve sostenere l’espressione gioiosa, creativa e intuitiva dei nostri ragazzi?
Chi se ne prende davvero la responsabilità?
Grazie all’amico e collega Luciano Sabbatini per aver condiviso con profondità e passione la sua esperienza. In un tempo che spinge ad andare sempre più veloci e che misura tutto in termini di prestazione, le sue parole ci ricordano che lo sport può — e deve — essere qualcosa di molto più grande: un’occasione concreta di crescita e benessere per i nostri ragazzi.
Quando è accompagnato nel modo giusto, lo sport aiuta a conoscersi, a superare i propri limiti, a costruire fiducia. Insegna ad abitare il corpo, ad ascoltare le emozioni, a stare in relazione con gli altri.
È un potente alleato educativo, capace di offrire strumenti che restano anche fuori dal campo o dalla palestra.
Ed è proprio qui il punto: non si tratta solo di formare atleti, ma di consegnare alla collettività cittadini più consapevoli, più equilibrati, più in salute — nel corpo, nella mente e nel cuore.
Investire nello sport, quello giusto, oggi, è una responsabilità educativa che riguarda tutti noi.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




