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Dai Giorni del Delitto Matteotti alla Svendita del Patrimonio Nazionale: Patrioti o Predoni dello Stato?

Corsi e Ricorsi Storici 

Se tornassimo improvvisamente al 1924, in questi stessi giorni sentiremmo parlare gli organi di stampa e l’opinione pubblica, in modo martellante, dell’inchiesta sul rapimento Matteotti. D’altra parte l’arresto di Amerigo Dumini, l’autista della Lambda nera con la quale era stato prelevato il deputato socialista, aveva contribuito a mantenere accesa l’attenzione sullo scandalo, soprattutto perché sembrava coinvolgere in modo sempre più chiaro, nonostante i pasticci e i balbettamenti del ministro degli interni Luigi Federzoni e il collaborazionismo del capo della polizia De Bono, il fascismo sino ai suoi più alti vertici. Dumini infatti era un fascista della prima ora, iscritto alla Ceka, polizia segreta agli ordini diretti di Cesare Rossi e dello stesso Benito Mussolini. Inoltre il durissimo discorso di Matteotti contro i metodi criminali del fascismo alla Camera del 30 maggio ed il suo rapimento, il 10 giugno, erano avvenimenti troppo ravvicinati per non far supporre un legame. Un ondata di indignazione nazionale iniziava a sollevarsi contro il fascismo che presto avrebbe vissuto il suo periodo più difficile prima del definitivo consolidamento. In realtà a distanza di tanti anni sappiamo che l’omicidio Matteotti, più che dal discorso alla Camera, probabilmente fu sollecitato dai vertici del regime a causa dell’inchiesta che il deputato socialista stava portando avanti e che pensava di presentare come imminente interrogazione parlamentare. L’inchiesta era relativa ai rapporti oscuri tra il regime fascista nascente e le grandi compagnie straniere, come la Sinclair Oil, che puntavano a mettere le mani sulle risorse energetiche italiane. La stessa Sinclair aveva firmato con il governo italiano agli inizi del 1924 un accordo decisamente mortificatorio per gli imteressi nazionali. La compagnia americana infatti aveva ottenuto il controllo di larga parte delle potenziali risorse energetiche fossili, sul suolo e sui mari italiani, la maggioranza sulla società partecipata che si sarebbe costituita tra gli americani e lo Stato italiano e addirittura il diritto all’ottanta per cento degli utili maturati. A questa svendita “vergognosa” il governo aggiungeva l’esenzione fiscale per i primi dieci anni di attività e diversi altri vantaggi economici per la grande compagnia americana. Il delitto avrebbe segnato il punto di non ritorno verso la dittatura mussoliniana, ma anche un segnale preciso: chi osa ostacolare certi interessi economici viene eliminato.
Matteotti non era solo un oppositore politico, ma un difensore del patrimonio e della sovranità nazionale. Denunciava l’asse tra affaristi, petrolieri stranieri e potere politico, in un’Italia che stava già svendendo se stessa dietro la retorica del nazionalismo.
Un’intera nazione, come l’Italia nel ventennio, si trovava in balia di interessi esterni, mentre le élite locali cedevano, per complicità o convenienza, ciò che apparteneva al popolo. In entrambi i casi, lo Stato perdeva il controllo su risorse strategiche, a vantaggio di pochi. La retorica del patriottismo e del sovranismo è stata sempre centrale per tutta la durata del regime, ma i fatti ci raccontano altro. Matteotti, soprattutto con quella che oggi denominiano “documentazione di Livorno”, intendeva portare alla luce i gravi fenomeni di corruzione che avevano determinato un accordo così svantaggioso per lo Stato Italiano. Sostanziose tangenti furono versate ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce e ad altri funzionari ministeriali e Matteotti intendeva presentare le prove alla Camera. Difficilmente il fascismo avrebbe potuto resistere all’apertura di una tale inchiesta con prove così pesanti, ma le cose andarono diversamente.
A distanza di un secolo stiamo vivendo l’esperienza analoga di un governo che esalta retoricamente il patriottismo e il sovranismo, ma alla prova dei fatti asserve continuamente sé stesso ad interessi o decisioni straniere.
Patrioti a parole, insomma, ma che nei fatti porta avanti una sistematica svendita del patrimonio pubblico. Dalla cessione di quote di aziende strategiche, come Poste Italiane, ENI, Enel o Ferrovie, alla privatizzazione dei servizi essenziali, fino al sostegno a lobby energetiche e militari, la linea è chiara: lo Stato sociale e produttivo italiano viene smantellato pezzo dopo pezzo.
Il governo Meloni si fa scudo del patriottismo mentre apre le porte ai capitali stranieri e riduce il ruolo dello Stato nell’economia. Come ai tempi di Matteotti, la retorica nazionale serve a coprire l’asservimento agli interessi privati, spesso stranieri. Il tutto in un silenzio assordante da parte di chi dovrebbe vigilare: media, opposizione, e persino parte dell’opinione pubblica.
La lezione della storia è amara ma necessaria: non basta sventolare una bandiera per essere patrioti. Matteotti lo era davvero, e lo ha pagato con la vita. Oggi, chi si riempie la bocca di patria mentre vende i suoi asset strategici, agisce più come un commissario liquidatore che come un servitore dello Stato.

di Andrea Marinelli

 

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