Nel 1964, viene pubblicato in Francia un volume, curato dai sociologi Pierre Bourdieu e Jean Claude Passeron, che esamina la correlazione tra la condizione socioeconomica familiare e il percorso di studi universitari dei giovani. Il titolo originale, Les hèritiers, nella traduzione italiana I delfini, è emblematico di quanto le pari opportunità siano un’utopia per i figli delle classi ultime per posizione nella scala sociale.
Nello stesso anno, a Roma, Aldo Visalberghi, pedagogista, pubblica un lavoro di ricerca, Educazione e condizionamento sociale, che indaga sui temi della dispersione scolastica, dell’influenza determinante che l’ambiente familiare e sociale più prossimo ha sul pieno sviluppo del patrimonio genetico e attitudinale dei figli e sulla conseguente loro motivazione all’impegno scolastico e allo studio. Quel testo mi è particolarmente caro perché qualche anno dopo sarebbe stato oggetto del mio primo esame universitario di pedagogia e altresì per il fatto che interrogava la mia personale esperienza di nascita in un minuscolo paese di campagna, di cui sarei diventata con orgoglio una delle prime donne laureate.
Dopo una quarantennale esperienza lavorativa nella scuola, mi chiedo spesso se oggi, in Italia, e forse nel mondo, la situazione sia mutata in ossequio al dettato costituzionale che sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’obbligo della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, ne impediscono il pieno sviluppo fin dalla più tenera età e la successiva partecipazione attiva alla vita del Paese.
È innanzitutto una questione di collocazione geografica a impedire ancora oggi a tanti bambini del sud e delle aree interne la possibilità di frequentare la scuola dell’infanzia, nonostante le neuroscienze ci dicano da tempo che i primi anni di vita sono fondamentali per la costruzione del pensiero e della personalità di un bambino. Nelle medesime aree, molto spesso è preclusa la possibilità di frequentare la scuola a tempo pieno, nonostante studi attendibili sul tema ci avvertano che un orario ridotto equivale ad un anno in meno di scuola al termine del quinquennio primario.
Considerando poi la scuola secondaria di primo grado, la scuola media, si constata l’accentuazione di ulteriori disuguaglianze per la crescente difficoltà degli adolescenti di seguire con proficuità una scuola sempre più distante dai linguaggi della propria quotidianità che non vengono compresi, né smantellati quando necessario, né sostituiti da altri capaci di suscitare passione, fiducia, autostima.
Venendo quindi alla successiva scelta del percorso di studi superiori, cui si accede sovente con il medesimo inerte carico di eredità familiare, si osserva che i figli degli operai vanno all’istituto professionale o tecnico, i figli dei professionisti e dei benestanti al liceo, futuro incerto per gli uni, destino naturale per gli altri, con buona pace della funzione primaria dell’istruzione di assolvere al compito di democratizzare la società e il Paese. Non è forse mentalità diffusa l’idea che per preparare tortellini e sformati di verdure non servano il latino e la filosofia? Né va meglio con i test d’ingresso alle facoltà universitarie che di frequente pongono quesiti totalmente estranei al percorso scolastico precedente, e familiari invece ad esperienze formative extrascolastiche di eccellenza: concerti, mostre, cinema, musei, spettacoli.
Le disuguaglianze si accentuano nel confronto di genere e così accade che si intraprenda la via che conduce all’insegnamento non già per autentico interesse quanto piuttosto per una presunta facilità nel conseguire il risultato e, nel contempo, prendersi cura della gestione domestica. In fondo non è opinione comune che per insegnare nelle scuole di base al docente basti poco più che sapere, a sua volta, leggere, scrivere e far di conto? Non è mentalità diffusa che l’insegnamento sia la professione più adatta ad una donna, moglie e madre?
Certo, il divario di genere non è più quello di cinquant’anni fa, ma realmente le figlie delle classi più umili hanno libero accesso allo studio delle materie STEM? E allora dov’è il merito? Ha ragione chi, voce autorevole, sostiene che l’articolo 34 della Costituzione andrebbe riformato? Chi è meritevole di accedere ai livelli apicali degli studi, il ragazzo cui viene impedita dalle condizioni familiari e ambientali ogni forma di ampliamento extrascolastico del proprio orizzonte culturale e pure arriva all’agognato titolo di studio o colui che senza troppo sforzo si ritrova assistente universitario a venticinque anni?
È democratica la scuola che non nega a nessuno un pezzo di carta, “straccia” nell’attuale feroce competizione che connota il mercato del lavoro, o quella che, sostenuta da adeguate risorse, umane ed economiche, da servizi efficienti -mensa, trasporti, pre e post scuola- gratuiti per i meno abbienti, rimuove gli ostacoli che si frappongono alle diversificate linee di partenza consentendo a ciascuno il conseguimento del pieno e autentico sviluppo di sé? Con il corredo di retribuzione adeguata, dignità sociale e fiducia nel futuro, personale e dei propri figli, potrà attuarsi il circolo virtuoso che è alla base di ogni paese autenticamente civile e democratico.
Di Agata Turchetti




